Seguici anche su

17 febbraio 2017

Le parole della destra che sfondano a sinistra

Una tendenza sempre più radicata negli Stati Uniti e in Europa. Che vede due mondi contrapposti scambiarsi temi e lunguaggi

Editoriale

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 18 febbraio 2017 o in edizione digitale

Qualche settimana fa, l’attivista Linda Burnham ha scritto sul Guardian un appello accorato ai democratici americani: «Liberal, non cadete nella trappola della politica dell’identità della destra», ricordando come le lotte delle minoranze – dal movimento abolizionista a quello delle donne – siano state il più potente moltiplicatore di diritti nella storia della democrazia statunitense.

La sua analisi riguardava il dibattito esploso negli Stati Uniti dopo la vittoria elettorale di Donald Trump e l’affermarsi sulla scena politico-culturale dell’alternative right, ma fotografa una tendenza che sembra radicarsi anche in Europa: spiazzata dal consenso crescente dei populismi, sempre più confusa sulla propria ragione sociale e sulle risposte da dare al malcontento del ceto medio, la sinistra fa suoi i temi e le parole della destra. E viceversa.

Durante la campagna elettorale, Trump ha citato più volte le battute, le proposte e le idee di Bernie Sanders per contrastare Hillary Clinton. In Francia, intellettuali che un tempo sarebbero stati iscritti di diritto nel pantheon progressista, quando non marxista, hanno sposato il lepenismo (come racconta Marco Filoni nel nuovo numero di pagina99 in edicola e in edizione digitale). In Italia, una certa coincidenza di temi con la destra – l’attacco alle banche, alla finanza, alla globalizzazione – non riguarda più solo la sinistra radicale ma anche i progressisti.

Cosa sta succedendo? È in corso una mutazione genetica della sinistra o, semplicemente, la sinistra non esiste più? Il 14 febbraio, durante la direzione del partito democratico, Pierluigi Bersani, leader della minoranza, ha offerto la sua interpretazione: dimenticate «la destra liberista che abbiamo in mente noi. Questa è una destra sovranista, identitaria, protezionista», ha detto. «È un campo di idee che sta entrando nel senso comune anche a casa nostra, cioè sta producendo egemonia».

La risposta da dare a questa destra, però, non può essere secondo Bersani il ritorno «alle idee degli anni Novanta», a parole come «merito, innovazione», e neppure alla difesa della globalizzazione di Bill Clinton e Tony Blair, quando «la destra era liberista e noi eravamo i liberalizzatori». Perché «oggi l’agenda del mondo è protezione, difendersi dai cascami della globalizzazione». Viene da chiedersi: davvero il compito dei progressisti è adottare l’agenda della destra per “declinarla a sinistra”?

Piero Fassino, in un successivo intervento, ha chiamato in causa un altro tema forte della destra populista: «Come affrontiamo il rapporto tra accoglienza dei migranti e identità? Dobbiamo essere consapevoli che questo è un Paese che ha un’identità, e che accoglie in quanto la sua identità venga riconosciuta da chi viene e si incontra con l’identità altrui. Se vogliamo contrastare il sovranismo, il tema dell’identità non è un tema della destra. Abbiamo aperto questa assemblea come tutte le nostre assemblee cantando l’inno d’Italia! Il tema dell’identità è un grande tema per una forza progressista e di sinistra».

Il convitato di pietra del raduno democratico era tutto quello che la sinistra è stata negli ultimi 25 anni e che chiamiamo globalizzazione: apertura, multiculturalismo, difesa della libera circolazione di uomini e merci. Oggi le parole che si impongono sono sovranità, protezione, identità.

Va detto che Matteo Renzi, e in Francia Emmanuel Macron, non sembrano (almeno per ora) subire la “superiorità” del discorso populista e insistono sulla necessità di costruire un’Europa più forte – e più sociale – per correggere gli squilibri della globalizzazione. Difendere il mondo aperto non sarà facile. I temi del populismo rischiano di sedurre una sinistra politica e sindacale che con la globalizzazione ha perso la propria capacità di presidiare il territorio nazionale.

Ma rinunciare a svolgere una battaglia culturale per difendere non solo l’euro e l’Europa, ma anche la libera circolazione delle persone e delle merci, e i benefici che ha prodotto, significa rinunciare al ruolo stesso del fare politica, cioè costruire consenso intorno alle proprie idee, ai propri progetti. Fa paura lo smarrimento di chi pronuncia parole di moda – sovranismo, protezionismo, identità nazionale – come se fosse ineluttabile piegarsi almeno un po’ a quella logica, mediare, cercare di salvare il salvabile adattando quel linguaggio al proprio vocabolario. L’apertura delle frontiere e la società della tolleranza non sono ideali negoziabili.

[Foto in apertura di Giovanni Pulice / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti