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17 febbraio 2017

Disoccupazione, la Spagna cresce ma il lavoro non c’è

Il Pil iberico aumenta da tre anni. E continuerà così anche nel 2017. Ufficialmente gli occupati aumentano, ma i precari sono oltre 7 milioni

Angelo Attanasio

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

L’economia spagnola va a gonfie vele, o, almeno, così sembra. Dopo anni di dura crisi, spread alle stelle, salvataggi bancari e rischio di uscita dall’euro, la Spagna ha chiuso il bilancio economico del 2016 con una crescita del Pil del 3,3%, superiore a quella di Germania, Francia e Italia, ma anche a quelle di Regno Unito e Usa. È il terzo anno consecutivo che l’economia iberica cresce a ritmo sostenuto e tanto la Banca di Spagna quanto gli altri analisti internazionali prevedono una crescita del 2,6% anche per il 2017.

Ma il termometro più affidabile per monitorare la salute dell’economia spagnola è da sempre la disoccupazione. E anche in questo caso i dati sono, a una prima lettura, positivi: l’anno scorso il numero delle persone senza lavoro è sceso di 541.700 unità, attestando il tasso di disoccupazione al 18,63%, il più basso da otto anni a questa parte. Era infatti dal terzo trimestre del 2009, quando la crisi economica internazionale e l’esplosione della bolla speculativa immobiliare non avevano ancora dato il peggio di sé, che il numero delle persone con un’occupazione in Spagna (18,5 milioni di persone) non era così alto.

spagna

I fattori della crescita

«Dal 2013 a oggi il tasso di disoccupazione è sceso di 7,5 punti e più di 1,8 milioni di persone hanno trovato un lavoro, uno dei ritmi più intensi della zona euro», ricorda Raymond Torres, direttore del Dipartimento di Congiuntura e Statistica di Funcas, un think-tank legato al mondo delle casse di risparmio molto rispettato nei circoli economici e politici. «Ci sono stati vari elementi positivi che negli ultimi tre anni hanno aiutato l’economia spagnola. Da un punto di vista strutturale, le imprese hanno ridotto la loro esposizione e hanno diversificato le esportazioni, spostandole verso mercati più dinamici come quelli asiatici; allo stesso tempo, è cresciuto il settore dei servizi non-turistici come tecnologia e costruzioni», spiega ancora Torres.

«Dall’altro, fattori esterni come l’abbassamento del prezzo del petrolio, la diminuzione del costo del denaro e le turbolenze in Nord Africa e Medio Oriente, hanno dato impulso al turismo». Questi ultimi fattori, però, sono destinati a scomparire nel breve termine, come dimostra l’ultimo dato sull’inflazione, cresciuta a gennaio del 3% a causa dell’aumento del costo dell’energia elettrica.

 

Ma il lavoro non c’è

La congiuntura economica positiva ha sicuramente inciso anche sulla rielezione di Mariano Rajoy alla Moncloa – dopo 12 mesi di incertezza e due tornate elettorali –, nonostante le numerose inchieste sulla corruzione di alti dirigenti del Partito Popolare e la voglia di rinnovamento richiesta da una parte consistente della popolazione, canalizzata nei nuovi partiti Podemos e Ciudadanos. Eppure, nonostante i dati macroeconomici siano così positivi, nessuno a Madrid, a Barcellona o nel resto della geografia iberica si sogna di suonare a festa le campane dell’ottimismo.

Analizzando nel dettaglio i numeri, infatti, emergono parecchi punti critici che minano la fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’economia spagnola a medio e lungo termine e che occuperanno il dibattito dei prossimi mesi. Nelle liste di collocamento del Paese sono iscritti ancora 3,7 milioni di persone, mentre un altro mezzo milione ha definitivamente smesso di cercare lavoro.

La disoccupazione, inoltre, colpisce con più virulenza alcune categorie sociali come le generazioni più giovani (43%) e le donne, senza contare che 1,8 milioni di disoccupati non trova lavoro da più di due anni e che ormai la copertura assistenziale (sussidi, aiuti economici, assegno di disoccupazione) riguarda solo il 55% delle persone senza occupazione.

Podemos

Un Paese di precari

Ma il dato su cui si concentra l’attenzione degli osservatori sociali e politici è l’eccessiva precarietà e temporalità del lavoro creato in questi anni. Nel 2016 sono stati firmati quasi 20 milioni di nuovi contratti di lavoro, ma 9 su 10 erano a tempo determinato. In totale, il 40% dei 18,5 milioni di lavoratori iscritti alla Seguridad Social (equivalente all’Inps italiano) sono precari.

È una delle conseguenze negative della riforma del lavoro approvata da Rajoy nel 2012, che ha permesso alle imprese di abbassare il costo del lavoro – e aumentare la produttività sui mercati internazionali – ma che ha ridotto significativamente le tutele e i diritti, dando maggiore importanza ai contratti stipulati a livello delle singole imprese rispetto a quelli collettivi nazionali e riducendo drasticamente il costo dei licenziamenti. Il precariato, poi, è particolarmente evidente nell’industria turistica, uno dei settori più vigorosi del sistema produttivo spagnolo e quello che ha permesso di tenere a galla l’economia negli anni più duri della crisi.

Nel 2016 le presenze internazionali hanno superato i 75 milioni – 15 milioni in più dell’Italia e quasi quanto quelle di tutta l’America Latina – un aumento del 10,3% rispetto all’anno precedente che consolida il Paese iberico al terzo posto nella classifica dei più visitati al mondo. Il turismo in Spagna genera 77 miliardi di euro e contribuisce direttamente al 6% del Pil nazionale; oltre un milione e mezzo di persone è impiegato nel comparto della ristorazione nella ricezione turistica alberghiera.

Ma l’aumento degli ingressi non è andato di pari passo con quello dei salari e delle condizioni di lavoro del settore, dove si concentra una buona parte anche dei contratti irregolari e delle frodi. Basti pensare che la fatturazione media di un hotel di categoria standard si aggira sui 75 euro a notte, mentre il compenso di una cameriera ai piani va dai 2 ai 3 euro a stanza. Una discrepanza che mette in luce un altro problema strutturale non risolto, quello del modello di produzione.

 

Un modello da cambiare

«Non abbiamo imparato niente dalla crisi», sostiene Joan Tugores, docente di Scienze economiche ed ex rettore dell’Università di Barcellona. «In questi anni abbiamo perso un’occasione unica per cambiare il modello produttivo spagnolo. Dovevamo passare da un sistema labor intensive ad uno con maggior valore aggiunto. C’era chi affermava che ci saremmo dovuti specchiare nel modello tecnologico della California e del Massachussets. E invece», conlude Tugores, «siamo la Florida di sempre».

«Potremmo dire che siamo un Paese di camerieri», spiega con una battuta Santiago Carbó, economista di prestigio internazionale e docente all’Università di Granada. «Tuttavia, senza mancare di rispetto alla professione dei camerieri», continua Carbó, «cambiare il modello produttivo non è facile e non si può fare da un giorno all’altro, né tantomeno lo può fare un governo da solo».

Carbó individua in un patto generazionale una delle possibili soluzioni ad un altra preoccupazione sociale urgente: la crescita enorme delle disuguaglianze. L’ultimo dossier del Fmi, pubblicato pochi giorni fa, confermava una percezione che nelle strade era consolidata già da tempo: il 20% della popolazione con reddito più alto guadagna sette volte e mezzo di più del 20% più povero, facendo della Spagna il terzo Paese più diseguale dell’Unione Europea.

La crisi economica e i tagli ai servizi sociali hanno generato, tra il 2007 e il 2015, un aumento del 23% delle persone che vivono sulla soglia di povertà. Negli stessi anni, secondo una ricerca sulla ricchezza mondiale pubblicato da Capgemini, il numero delle persone con grandi fortune è cresciuto del 50% e attualmente in Spagna risiedono 127.000 milionari. Ripresa economica, dunque, sì, ma non per tutti e non alle stesse condizioni.

 

[Foto in apertura di Hannes Jung / Laif / Contrasto]

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