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16 febbraio 2017

Ci sono i pirati dell’Isis, Rodrigo Duterte chiama la Cina

Nel 2009 una fregata cinese pattugliò le coste somale. Oggi il presidente delle Filippine li avrebbe richiamati. Una mossa che potrebbe rimettere in discussione gli equilibri politici asiatici

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte avrebbe chiesto alla Cina di pattugliare le acque infestate dai pirati di Abu Sayyaf, un’organizzazione finanziata negli anni Novanta da Osama Bin Laden che più recentemente si è dichiarata alleata dello Stato islamico. Stando alle parole del presidente sceriffo, il modello potrebbe essere quello utilizzato in Somalia, dove nel 2009 Pechino mandò un convoglio navale per proteggere dai pirati le navi commerciali che passavano per il Golfo di Aden. Questa volta si tratterebbe di proteggere le rotte che attraversano lo Stretto di Malacca e il Mar di Sulu dagli attacchi ai cargo e dai rapimenti con cui si finanzia Abu Sayyaf, una delle tante organizzazioni paramilitari che si battono al sud delle Filippine per la creazione di uno Stato di matrice islamica.

Secondo quanto risulta da un rapporto governativo dell’arcipelago, nei primi sei mesi del 2016 sarebbe stata in grado di racimolare quasi 7 miliardi di euro solo con i riscatti. La notizia della richiesta di aiuto da parte di Duterte, che non è stata confermata né smentita dalla Cina, potrebbe cambiare gli equilibri e le alleanze regionali che regolano i già complicati rapporti tra i Paesi che si affacciano sul Mar cinese meridionale. Attualmente i pattugliamenti sono portati avanti da Filippine, Malesia e Indonesia con il beneplacito degli Stati Uniti d’America che si sono posti come garanti della libera navigazione nell’area.

Ufficializzare una presenza militare cinese, sarebbe come avallare le sue pretese nel Mar cinese meridionale. Di qui passa un traffico annuale di merci del valore di cinquemila miliardi. Controllare queste acque significa inoltre avere un corridoio di accesso a oriente verso il Pacifico e a occidente verso l’Oceano Indiano e, quindi, l’Europa. Di fatto è un passaggio fondamentale per la «via della seta marittima del XXI secolo» cinese e, come se non bastasse, diversi studi dimostrano che i suoi fondali sono ricchi di petrolio e gas.

[Foto in apertura Getty Images]

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