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15 febbraio 2017

Tensioni in Kosovo? Solo propaganda

Belgrado provoca Pristina, che replica accusando i serbi di armare i connazionali. Tutte mosse per aumentare il consenso dei partiti al governo

Matteo Tacconi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

«La Serbia sta applicando in Kosovo lo stesso modello usato dai russi in Ucraina», distribuendo armi ai suoi connazionali, che nel nord dell’ex provincia sono maggioranza, e «spedendo oltre confine, inoltre, sia personale militare che civili in armi». Così ha spiegato, in una recente intervista alla radio tedesca Deutsche Welle, il presidente kosovaro Haschim Thaci, già primo ministro e capo politico dell’Esercito di liberazione kosovaro, l’organizzazione paramilitare di guerriglieri che nel 1998-1999 insorse contro Belgrado.

A quel conflitto seguì la campagna militare della Nato sulla Jugoslavia di Milosevic, che spianò la via sia alla caduta di quest’ultimo (2000), sia al processo d’indipendenza del Kosovo, concluso nel 2008 con una proclamazione unilaterale. Le parole di Thaci, prese da sole, fuori dal contesto, alluderebbero a un possibile, nuovo conflitto. Ma è molto difficile che la Serbia, impegnata nei negoziati per l’adesione all’Ue, commetta la leggerezza imperdonabile di armare i suoi connazionali in Kosovo. Quella di Thaci è solo propaganda elettorale, c’è da credere.

Il Paese potrebbe infatti andare presto al voto, dato che la coalizione di governo, tra Lega democratica (Ldk) e Partito democratico (Pdk), rischia di collassare a causa dell’imminente entrata in funzione di una corte internazionale, con sede in Olanda, che avrà il compito di processare gli ex guerriglieri. È opinione corrente che alcuni di loro, che oggi militano proprio nel Pdk, il partito di Thaci, commisero atti criminali nei confronti degli esponenti della Ldk, che lottava per l’autodeterminazione in modo pacifico, facendo resistenza civile.

Se la nuova corte dovesse formalizzare queste accuse, quello della coalizione al governo si trasformerebbe in un rapporto vittima-carnefice, con conseguenze evidenti. L’ipotesi più accreditata è che Thaci, pensando già alle urne, stia giocando la solita carta del nazionalismo e della denuncia del complotto serbo, per spingere in alto le quotazioni dei suoi. La Serbia, a ogni modo, conduce una partita analoga.

A dicembre, in occasione della riapertura della tratta ferroviaria tra Belgrado e i quartieri nord di Mitrovica, la roccaforte dei serbo-kosovari, il primo ministro Aleksandar Vucic ha autorizzato la partenza di un treno – poi bloccato dal governo kosovaro – con su scritto, su ogni vagone, e in più lingue, «il Kosovo è Serbia». Una provocazione in piena regola, anche in questo caso in funzione del voto.

Il 9 aprile ci sono le presidenziali serbe. Vucic vuole la riconferma di Tomislav Nikolic, il suo ex mentore politico. E la questione del Kosovo può sempre scaldare l’elettorato. Succede poi, però, che malgrado gli avventurismi e le dichiarazioni pesanti, i pesi massimi della politica della Serbia e del Kosovo siano da tempo impegnati in un negoziato, mediato dall’Unione europea, per la “normalizzazione” dei rapporti.

Per Belgrado significa dare maggiori garanzie ai connazionali del Kosovo, ma Pristina non vuole concederne troppe e punta da parte sua a costringere la Serbia a riconoscerle l’indipendenza. Fuori discussione. Tuttavia si dialoga, sotto l’egida di Bruxelles. Il conflitto tra Serbia e Kosovo si combatte, di questi tempi, con la diplomazia.

[Foto in apertura Michele Borzoni / TerraProject / Contrasto]

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