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15 febbraio 2017

Nel futuro di Intesa c’è Mediobanca?

Il dossier Generali è finito sul tavolo dell’ad Messina per le pressioni del governo. Ma alla banca servirebbe di più una sinergia con l’Istituto di Nagel

Renzo Rosati

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Un “case study”, poco più di un’ipotesi accademica, come Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, definisce l’interesse per le Assicurazioni Generali? Dopo l’acquisto del 3,01% della banca da parte del Leone che ha messo a soqquadro i salotti finanziari? Con l’amministratore delegato dell’Istituto, Carlo Messina, e gli advisor ingaggiati ad hoc (Ubs e McKinsey), impegnati a spiegare agli azionisti dubbiosi di Ca’ de Sass le potenzialità della conquista dello storico bastione assicurativo, mentre sul fronte politico si spendeva a garantirne la difesa dell’italianità che sta molto a cuore al governo?

Una frenata o una pausa tattica in attesa del blitz finale? O ancora: tentativi di accordo tra Intesa e Unicredit, a capo della filiera di controllo di Generali? I primi a non fidarsi sono i vertici triestini che hanno replicato aggiudicandosi i diritti di voto sul 3,3% di Intesa. Una mossa difensiva che guarda al divieto di partecipazioni incrociate oltre appunto il 3% a meno di non lanciare un’offerta pubblica di acquisto sul 60% del capitale.

C’è un precedente ben noto da quelle parti, quando nel 2006 l’allora ad di Capitalia, Matteo Arpe, (azionista di questo giornale, ndr) bloccò una scalata ostile di Intesa comprandone il 2%. «Generali non ha nulla da cui difendersi» minimizza Gros-Pietro. Ma i fatti certi, anche se ufficiosi, dicono altro. Carlo Messina, banchiere bravo e brillante, non aveva il dossier in evidenza finché non gli sono arrivati segnali dal governo.

Generali è infatti non solo il primo gestore del risparmio italiano, ma detiene anche circa 70 miliardi di titoli pubblici; a fronte di questo ha un assetto azionario e un management fragili, dopo le passate gestioni di Cesare Geronzi e Giovanni Perissinotto, e poi di Mario Greco, tra ambizioni personali (Geronzi e Perissinotto) e scontri con l’azionista di riferimento Mediobanca (Greco). Ora l’ad è il francese Philip Donnet, vicino a Vincent Bolloré che a sua volta ha l’8% di Mediobanca: e dunque l’allarme rosso è scattato a Roma, non solo al ministero dell’Economia di Pier Carlo Padoan ma anche alla Banca d’Italia di Ignazio Visco. Tuttavia la prima ad aprire la pratica è stata la Cassa depositi e prestiti, controllata dal Tesoro, dove il presidente Claudio Costamagna è in buoni rapporti con Messina.

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La Cdp però ha già cambiato molte volte piano industriale, è impegnata su vari altri fronti, non lancia scalate. È disponibile a difendere il tricolore delle Generali in un’operazione più ampia, in subordine ad un’altra grande banca nazionale e se anche i soci privati di Trieste (Leonardo Del Vecchio, Francesco Gaetano Caltagirone) fanno altrettanto. Il coinvolgimento di Intesa parte innanzi tutto da qui. Poi ci sono stati contatti approfonditi tra Messina e Padoan, tra Messina e Visco, e infine con Paolo Gentiloni.

Ma ovviamente Intesa non ammetterà mai di avere agito su direttiva politica, e in parte è vero (da tempo Bankitalia e Tesoro non esercitano più moral suasion sui banchieri); mentre proprio Messina ha fatto il possibile, e con successo, per convincere investitori e azionisti che l’era della banca di sistema di Corrado Passera e Giovanni Bazoli è archiviata, ora Intesa è una banca e basta. Sennonché quella con Generali sarebbe un’operazione sistemica. Un grande gruppo di bancassurance?

La prospettiva non piace ai fondi azionisti, Blackrock in testa, né agli analisti. È stata stroncata dal Financial Times: «Intesa rischia di ripetere il peggior accordo della storia, l’acquisizione di Abn Amro da parte di Royal Bank of Scotland nel 2007». Il Ft nota che le due operazioni vedono come advisor lo stesso personaggio, l’italiano Andrea Orcel, al vertice di Merrill Lynch per Rbs-Abn e ora a quello di Ubs. Quanto alle difficoltà del modello bancassurance, il precedente più noto è la vendita da parte di Allianz di Dresdner Bank a Commerzbank nel 2008.

Si tratta di due mestieri diversi, con l’assicurazione che richiede più personale, reti territoriali e costi. Anche se Intesa vende prodotti assicurativi: anzi, è seconda in Italia nelle polizze vita e danni, proprio davanti a Generali e dietro alle Poste, ma globalmente ha una presenza ben minore. Proprio questa rappresenta la principale sovrapposizione, che rischia anche di incorrere nell’Antitrust. L’altra è nel risparmio gestito, un affare più redditizio a condizione di entrare tra i principali operatori mondiali, cioè di attirare non solo clienti italiani.

Oggi Intesa è 55ma, con Generali sarebbe tra le prime 40. Tutte questioni che Messina ha già dovuto spiegare anche alle fondazioni milanesi, torinesi e venete azioniste di Intesa, fin qui rassicurate con l’impegno a mantenere 10 miliardi di cedole cumulate entro il 2018. In realtà la migliore sinergia Intesa la troverebbe se puntasse su Mediobanca, magari previo un inedito agreement con la sua controllante Unicredit: anche considerando che l’ad di quest’ultima, Jean Pierre Mustier, è in pessimi rapporti con quello di Mediobanca Alberto Nagel.

Nella consulenza, un business ricco, Mediobanca è infatti prima in Italia, Sanpaolo Imi solo 20ma. Assieme fornirebbero una massa abbastanza competitiva in Europa. Inoltre si accorcerebbe la tormentata catena di controllo di Generali. Ma la scalata a Mediobanca costerebbe di più e certo non è detto che Unicredit acconsenta, anche se non ha i mezzi per resistere. Di sicuro Nagel non ha nessuna voglia di passare alle dipendenze di Intesa, storicamente rivale. E bisognerebbe fare i conti con Bolloré: di nuovo la Francia.

[Foto in apertura di Marco Bertorello / Afp / Getty Images]

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