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14 febbraio 2017

‘Saving Mes Anyak’, Indiana Jones oggi è afghano

Mes Anyak è un sito unico al mondo. Minacciato dai talebani e dalle aziende cinesi che estraggono rame. Un documentario lo racconta

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Nella primavera del 1963 la missione topografica di un geologo francese nell’Afghanistan orientale ebbe come inaspettato risultato la scoperta di una città buddhista i cui i magnifici stucchi lasciavano intendere senza ombra di dubbio gli antichi fasti. Aveva scoperto la città Mes Anyak, letteralmente «piccola miniera di rame». Nomen omen! Poggia sul secondo giacimento di rame al mondo per grandezza.

Sei milioni di tonnellate che hanno fatto la sua ricchezza mettendola al centro delle rotte commerciali sin dal III millennio avanti Cristo ma che oggi rischiano di essergli fatali. Nel 2007 l’allora presidente Hamid Karzai ne ha venduto i diritti di sfruttamento per trent’anni alle cinesi Metallurgical Group Corp e alla Jiangxi Copper, un’azienda di stato e una privata. Per tre miliardi di dollari, prevedono di estrarre rame per il valore di cento miliardi.

A rischio però c’è l’esistenza di un patrimonio storico archeologico unico al mondo. Così nel 2013 il regista Brent E. Huffman ha seguito Qadir Temori, l’archeologo afghano che cerca di salvare il sito dalla sete di materie prime cinesi e dal fondamentalismo islamico che boccia le vestigia buddhiste come idoli da distruggere. Il risultato è il pluripremiato documentario Saving Mes Anyak, recentemente trasmesso da Netflix (per il momento disponibile solo sul canale americano).

Racconta il lavoro di una sorta di Indiana Jones dei nostri giorni che con i suoi collaboratori e i suoi operai sfida la guerra, i tombaroli, i fondamentalisti e i cinesi per riportare alla luce una città abitata dall’età del bronzo alla tarda via della seta che ha già restituito quattro monasteri, un tempio zoroastriano, diversi stupa buddhisti, un migliaio di statue di argilla, centinaia di affreschi raffiguranti la vita del Buddha, una cittadella, due forti, e, forse, documenti che potrebbero testimoniare il passaggio di Alessandro Magno.

Siamo nei territori di quella che è passata alla storia come civiltà del Gandhara, dove la cultura greca portata dagli eserciti del grande condottiero macedone sopravvisse mille anni più a lungo che nel Mediterraneo. La conosciamo attraverso la sua arte che continuò a servirsi dei modelli iconografici greci per esprimere i contenuti buddhisti ricavati dai testi letterari indiani.

Una letteratura edificante in pietra, indiana per contenuto e greca per forma, che al suo apice era diventata addirittura meta dei pellegrinaggi dei monaci cinesi. È uno di loro che nei resoconti scritti per l’imperatore nel VII secolo ci racconta ammaliato di decine di monasteri, centinaia di monaci e dei due buddha giganti di Bamiyan distrutti dalla furia iconoclasta talebana nel 2001. Quelli ormai non ci sono più, ma Mes Anyak si può ancora salvare.

[Foto in apertura di German Camera]

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