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14 febbraio 2017

Mario Deaglio: «Un’anagrafe finanziaria per fare la flexsecurity»

Il centro Einaudi traccia un bilancio positivo del Jobs Act. Ma non basta: «Serve tassare i redditi da capitale per costruire un nuovo sistema di tutele», dice Mario Deaglio

Gabriella Colarusso

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

In Francia Benoit Hamon ha vinto le primarie socialiste scommettendo sul reddito universale, Macron attacca il grande totem della sinistra francese – le 35 ore – e Le Pen promette meravigliose sorti agli operai francesi grazie a dazi e barriere protezioniste. In Inghilterra May supera a sinistra il compagno Corbyn mettendo al centro delle politiche del lavoro la gig economy, con l’ex consigliere di Tony Blair, Matthew Taylor, chiamato a disegnare un nuovo sistema di tutele per i lavoratori del futuro. Dalla Spagna alla Finlandia, dalla Germania all’Olanda, il problema economico principale per i cittadini europei è l’occupazione – e i leader che si candidano a governare provano a far fronte alle trasformazioni in corso: automazione, invecchiamento della popolazione, lavoro mediato dalle piattaforme digitali.

In Italia, dopo le polemiche sui voucher, il tema è tornato nel dimenticatoio della politica. Ci ha pensato il Centro Einaudi a rompere il silenzio con un capitolo dell’ultimo rapporto sull’Economia globale e l’Italia – Globalizzazione addio? (Guerini Editore, Milano) – dedicato agli effetti del Jobs Act e per certi versi sorprendente.  «In due anni dall’inizio della ripresa il mercato del lavoro ha generato (o ri-generato) circa 900 mila posti di lavoro, con una variazione pari al 4%», scrivono i ricercatori torinesi. Dal 2013 al 2016 gli occupati sono cresciuti di 684 mila unità. Il Jobs Act, con il contratto a tutele crescenti, ha «migliorato un mercato che dagli anni Novanta registrava record di massima rigidità nei rapporti dipendenti e di più alto cuneo fiscale tra aziende e lavoratori».

Renzi ha dato «una spinta poderosa, che ha avuto sicuramente successo trasformando i precari in dipendenti e favorendo un miglioramento della qualità dell’occupazione», ci dice Mario Deaglio, economista, professore Emerito di Economia Internazionale all’università di Torino e curatore del Rapporto, «ma gli effetti sono stati limitati. Il motore non è spento ma non è nemmeno del tutto avviato». Il 61 % della assunzioni e trasformazioni di precedenti tipologie lavorative in contratti a tempo indeterminato ha beneficiato degli sgravi fiscali, quanta di questa occupazione sopravviverà alla scadenza dei bonus?

L’indennità di disoccupazione universale, oggi Naspi, è stata ampliata, ma resta «insufficiente in situazioni di crisi economica». L’apprendistato, che pure costituiva una forma efficace di inserimento nel mercato del lavoro, «è stato ridimensionato». Ma soprattutto la riforma non ha tenuto conto di due questioni centrali: quel circa 25% di lavoratori che rendono l’Italia quarto Paese al mondo per numero di autonomi e la «natura del lavoro che cambia». Non siamo ancora nella società dei robot preconizzata da Asimov, ma la rivoluzione è in corso.

«Il numero di quelli che chiamiamo “posti di lavoro” tenderà a diminuire, mentre aumenteranno quelle che chiamiamo le “occasioni di lavoro”», sostiene Deaglio. «Il concetto di carriera – fondato sull’esperienza che si accumula e consente di accedere a qualifiche superiori o di passare da un’impresa all’altra – tenderà a essere sminuito rispetto a una collezione di esperienze». Un mercato sempre più flessibile, senza orari né luoghi di lavoro fissi, con discontinuità frequenti tra una occupazione e l’altra, che costringerà a ripensare il sistema di welfare e di tutele.

«La fedeltà aziendale riguarderà una quota sempre minore della popolazione. Per gli altri sarà necessario un ombrello di protezione più vasto, una specie di grande conto corrente per ogni singolo cittadino, che potrà andare in rosso in certi momenti della vita e ritornare attivo in altri». La Finlandia sta sperimentando il reddito universale, i sistemi di protezione di Svezia e Danimarca potrebbero essere un modello, se ne parla da anni. Ma la flexsecurity scandinava costa, e per Paesi come l’Italia, con bassa crescita e una popolazione di 60 milioni di abitanti, sarebbe insostenibile.

Il nodo è politico, la risposta non può che venire da Bruxelles. «È da qui che deve ripartire l’Europa, da un’iniziativa comune su questo problema. I redditi da capitale a livello globale tendono a essere tassati molto meno dei redditi da lavoro e questo perché è difficile individuarli. In Italia per esempio c’è l’imposta secca: lo Stato non guarda se sei ricco o povero. Hai azioni di una società che ti hanno dato dei dividendi? Paghi su quei dividendi. Invece bisognerà andare in un’altra direzione», dice Deaglio.

L’idea è quella di «un’anagrafe finanziaria: le ricchezze a livello globale di ogni contribuente devono essere note. Senza demonizzare. Chi ha soldi fa benissimo a cercare gli impieghi più convenienti, però fa parte di una comunità, bisogna sapere quanto vale il suo patrimonio finanziario e bisogna che sia coinvolto nel contributo a quella comunità». In cima alla lista ci sono le grandi compagnie dell’economia digitale, Apple, Google, Facebook, Microsoft, piene di liquidità e imprendibili per il fisco. «Fanno profitti alti con metodi pre-industriali. Eludono le imposte facendosi tassare dove non ci sono tasse, vedasi la “questione irlandese”».

L’Unione Europea ha intimato a Dublino di farsi risarcire da Google 13 miliardi di euro, “vantaggi fiscali” che l’Unione stessa definisce impropri. E proprio il caso Google «fa sorgere interrogativi più generali: quale Paese tassa il reddito dell’impresa? Qual è l’impresa? È la succursale italiana, la centrale irlandese? E chi decide tutto ciò? Google in accordo con i singoli Stati oppure l’Unione Europea oppure gli Stati? Ecco su questo ci misureremo nei prossimi anni». L’altra faccia del lavoro che cambia.

[Foto in apertura di Tania / A3 / Contrasto]

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