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14 febbraio 2017

Se Trump dà licenza di spiarci, a rischio 260 miliardi

Il presidente autorizza l’intelligence a usare i Big data degli europei. Violando gli impegni presi da Obama. E rischiando di danneggiare la Silicon Valley

Paolo Bottazzini

Esiste una tratta dei dati? Le informazioni personali sono protette da un diritto che si pretende universale, ma che è circoscritto al Paese di nascita – alla nazione? Il suprematismo americano che Trump esprime nei provvedimenti di inizio mandato ha suscitato lo sdegno dell’opposizione interna e delle cancellerie di tutto il mondo. L’attenzione si è concentrata sulla connotazione razzista del blocco di ingresso per i Paesi accusati di collusione con il terrorismo. Ma la furia della Casa Bianca si è abbattuta anche sulla stabilità dei rapporti commerciali con i Paesi dell’Asia, e sui freni imposti ai servizi segreti, nella loro indiscrezione verso i dati dei cittadini non statunitensi. L’ostentazione di bullismo internazionale, in nome della sicurezza degli Usa, val bene qualche strillo dei giornalisti – peraltro solo dei pochi che ancora ricordano lo scandalo dell’Nsa e le rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio di massa, perpetrato dall’intelligence in ogni angolo del mondo.

Un fremito del genere deve aver attraversato il pensiero di Trump, quando l’ultima settimana di gennaio ha varato la direttiva «Executive Order on Public Safety» – senza accorgersi che la bravata comporta conseguenze commerciali più immediate delle ritorsioni nella fantascienza della cyberwar. I primi ad accorgersene sono i consiglieri della Ccia (Computer and Communications Industry Association), che rappresentano gli interessi dei giganti della tecnologia americana, tra cui (i soliti) Google, Microsoft, Facebook, eBay, Amazon.

Tutti, tranne Amazon, sono anche nell’elenco dei firmatari del ricorso presentato al tribunale federale della California, contro il decreto che blocca l’ingresso in America dai sette Paesi imputati di eccessivo fervore islamico. L’insofferenza contro il presidente sembra piuttosto diffusa nella Silicon Valley; ma la direttiva in questione, che sprona le spie americane a razziare i dati di ogni non-compatriota, solleva un problema specifico con l’Unione europea.

Un elefante è entrato nella cristalleria del patto sottoscritto tra Washington e Bruxelles solo lo scorso agosto, un accordo battezzato Privacy Shield («scudo della privacy»), senza alcuna concessione all’ironia (nonostante le apparenze). Il responsabile legale della Ccia per i temi di protezione dei dati si chiama Bijan Madhani, e il suo nome lascia immaginare che, se dipendesse da Trump, il suo posto di lavoro e il suo appartamento sarebbero occupati da qualche altro personaggio, con un cognome anglofono e la pelle bianca…

Continua nel nuovo numero di pagina99, in edicola e in edizione digitale

[Foto in apertura di Carlos Barria / Reuters / Contrasto]

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