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13 febbraio 2017

Sono élite e me ne vanto

Ci attaccano. Per le competenze, le idee, il buon governo. Perché siamo politicamente corretti. Basta sentirsi in colpa. Contrattacchiamo. Siamo meglio di loro

Flavia Gasperetti

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

L’élite è il nemico. Intellettuale, salottiera, radical-chic, fighetta. Lo dicono tutti. Se la Gran Bretagna è uscita dall’Europa, se Trump è presidente degli Stati Uniti, se i grillini spopolano da noi e così via, è tutta colpa di questo insidioso nemico. Ecco, ho inevitabilmente pensato leggendo un articolo qualche giorno fa: quel nemico sono io. Quanto a te, caro lettore, se hai tra le mani questo giornale, ci sono buone probabilità che lo sia anche tu.

L’articolo in questione è di Eliane Glaser, uscito il 2 febbraio scorso sull’Independent, e inizia così: «In quanto accademica londinese di inclinazione progressista, faccio parte del nemico della nostra epoca: l’élite liberale e metropolitana». Si tratta di un’energica chiamata alle armi contro coloro che hanno sostituito alla lotta di classe la lotta contro le accademie culturali, alle battaglie contro le diseguaglianze l’odio contro ogni forma di intellettualismo, alle battaglie delle minoranze la guerra alle minoranze.

Eliane Glaser ce l’ha con coloro che più hanno da guadagnare da questo cambio delle carte in tavola. Ce l’ha con Trump e quello che lei chiama l’oligopolio filisteo, ma è inevitabile vederci un’accusa più ampia che ha a che vedere con il clima ideologico che sostiene questi oligopoli: i nuovi populismi e la loro scomunica sistematica di tutto ciò che il loro nemico aveva di più caro: competenze rigorose, idee complesse, buon governo, giornalismo condotto con scrupolo e dotato di risorse adeguate.

Per i populisti di oggi, indubbiamente, Eliane Glaser è il nemico. E, ancora una volta, lo siamo anche noi. E dopo la Brexit e Trump, sappiamo che noialtri nemici italiani possiamo dire di essere avanti: grazie a un ventennio apripista passato a staccarci di dosso le penne e la pece, quando alla fine siamo stati derubricati da membri dell’establishment comunista e forcaiolo a servi della Kasta, non abbiamo fatto una grinza.

Non è stato difficile, diciamoci la verità, farci mettere all’angolo. Inclusiva per vocazione, l’élite progressista è probabilmente l’unica élite della storia umana che vive la sua condizione di elitarietà come una sconfitta, si vergogna, e dal momento che si vergogna spreca tutto l’arsenale analitico di cui dispone grazie a solidi studi sparandosi nei piedi, in un esercizio di perenne e distruttiva autocritica. È possibile un’altra via? È possibile non sentirsi insultati quando qualcuno ti chiama élite, borghese, radical-chic? Tu con il tuo pedante politicamente corretto? Tu e la tua ossessione per la raccolta differenziata? È possibile provare… orgoglio?

Me lo chiedo perché, lo ammetto, io stessa passo troppo del mio tempo persa in ruminazioni astiose contro l’élite progressista di casa mia. E la sostanza della mia critica può essere divisa al cinquanta e cinquanta in carrettate di uva acerba – sono una fonte inesauribile di risentimento e invidia sociale verso quanti (decido io, d’imperio) hanno più privilegi di me – e il fastidio provato quando qualcuno dell’élite non si comporta abbastanza da élite, quando non osserva i principi cardine sopra riassunti da Glaser.

Quando tollera nelle sue schiere persone dalle competenze dubbie, quando alle idee complesse preferisce il sentimentalismo e le proprie stanche mitologie, o si arrende a idee meno complesse ma rassicuranti, auto-assolutorie, quando governa per slogan ma protegge lo status quo. Eppure, mentre leggevo l’articolo ho sentito riaffiorare dentro di me l’eco di un’altra protesta esasperata, un altro precedente e altrettanto sentito “nun ce rompete”, quello di Tom Wolfe in difesa della bistrattata borghesia, del ceto medio e tutto ciò che più gli sta a cuore: «Pace, ordine, istruzione, duro lavoro, iniziativa, creatività, cooperazione, occuparsi gli uni degli altri, occuparsi del futuro dei bambini, patriottismo, correttezza e onestà». La borghesia! – pare quasi di sentirlo strepitare – La bestia umana non può essere meglio di così! Che vuoi pretendere di più? Nel bene e nel male, argomentava Wolfe, la borghesia è la forma più alta mai raggiunta dall’evoluzione umana.

E allora non potremmo, argomento invece io, dargli tregua una volta tanto? E invece, il ceto medio progressista è ostaggio della dialettica rispettosa che lui stesso ha creato, chino sotto il peso del proprio senso di colpa secolare verso gli svantaggiati (non importa quanto tu sia nuovo a questa élite, non importa se i tuoi genitori hanno zappato la terra per farti studiare: sei istruito, hai un impiego, sei di sinistra: ecco, sei un borghese, ritira pure il tuo statutario senso colpa alla cassa), è riluttante a dire qualcosa che possa offenderli e questo vale pure quando gli svantaggiati decidono di fare delle epiche, tonanti, cazzate.

Il populismo, dicono i più forbiti, è una risposta democraticamente illiberale a una percepita non democraticità del liberalismo. Può darsi, ma cosa si fa quando questa risposta viene articolata dando fuoco alla casa con tutti dentro, piromani inclusi? Come si dice, rispettosamente, al populista che si sta dando la zappa sui piedi, che sta facendo il bambino?

Il carattere infantile dei populismi odierni l’ha riassunto come meglio non si poteva David Runciman sulla London Review of Books in un pezzo che si intitolava Is this how democracy ends? I leader carismatici intorno ai quali si raccolgono i populisti non sono, come vuole la tradizione, figure di uomo forte, padri autoritari che possano difenderli da ciò che li opprime. «Non può essere vero. Trump è un bambino, il politico più infantile che io abbia mai incontrato», dice Runciman. E non è difficile vedere che questo era vero di Silvio Berlusconi, come lo è oggi di Beppe Grillo.

E chi sono, allora, gli adulti in quest’equazione? Gli adulti che «permettono ai votanti di dare in escandescenze e coalizzarsi col più teppista della classe, certi del fatto che ci saranno sempre i grandi, poi, a rimettere tutto a posto?». Lo Stato, dice Runciman, le istituzioni democratiche. E tutti coloro che si fanno garanti, che si battono per proteggere la salute di queste istituzioni. In poche parole, noi, il nemico. Gli adulti siamo noi, e questo è un pensiero terribile, tutto sommato. Se gli adulti siamo noi, adesso cosa facciamo?

[Foto in apertura di Tim Macpherson / Getty Images]

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