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13 febbraio 2017

“Sections of Authonomy”, gli architetti liberi della Corea cosmopolita

Al Pastificio Cerere di Roma una mostra sui sei autori più influenti del Paese asiatico. I primi a essere liberati dalle ideologie e dai conflitti del Novecento

Luca Molinari

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Che significato dare al termine “autonomia” se applicato all’architettura? Una risposta viene ora da una mostra, da poco inaugurata a Roma presso il Pastificio Cerere, intitolata Sections of Authonomy. Six Korean architects, curata da Choi Won-joon e Luca Galofaro. L’esposizione sembra introdurre un’altra possibile variante all’interpretazione di questo termine, in chiave asiatica. Già, perché abitualmente pensiamo all’architettura come a un’arte, una tecnica al servizio della realtà e dei suoi abitanti.

Il progetto è visto come uno strumento capace di migliorare la nostra vita, dialogare con chi occupa e vive i luoghi, interpretare il contesto e i suoi caratteri riassumendo al proprio interno questi elementi. Ma questa è solo una delle possibili interpretazioni dell’architettura che invece in molte sue manifestazioni e ricerche, soprattutto a partire dalla fine del XVIII secolo tra Italia e Francia, ha guardato all’autonomia di questa disciplina come a un modo per individuarne i caratteri profondi, resistenti al fluttuare capriccioso degli eventi.

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La capacità di resistere al tempo, di andare oltre la Storia, appoggiandosi ai fondamenti è una delle ossessioni di molti autori che hanno usato questo motore come un’energia interessante per generare opere che ancora segnano la cultura figurativa occidentale. Al contrario, la ricerca in questa mostra è concentrata sul lavoro di Choi Moon-gyu (Ga.A Architects), Jang Yoon-gyoo (Unsangdong Architects Cooperation), Kim Jong-kyu (M.A.R.U.), Kim Jun-sung (Architecture Studio hANd), Kim Seung-hoy (KYWC Architects), Kim Young-joon (YO2 Architects), considerati i sei autori più interessanti e influenti dell’architettura contemporanea coreana.

E quello che impressiona è l’assoluta eterogeneità della ricerca di questi autori, la varietà di stile, linguaggi e soluzioni urbane che vanno da una perfetta integrazione con il paesaggio all’oggetto di architettura provocatorio e di rottura. Ma è il curatore coreano che ci offre una chiave di lettura direttamente collegata con la storia sociale e culturale del suo Paese. Dalla fine del secondo conflitto mondiale agli anni Ottanta l’architettura coreana è stata impegnata da un doppio statuto ideologico tipico di molti Paesi asiatici filo-occidentali: la modernizzazione forzata della tradizione attraverso il linguaggio moderno e l’architettura come servizio sociale.

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Il secondo elemento è influenzato dalla situazione politica coreana segnata prima dal conflitto tra Nord e Sud del Paese e quindi da un governo militare che ha condizionato pesantemente la vita pubblica e il ruolo dell’architettura. Tutte le migliori ricerche erano segnate da un nazionalismo di fondo che non consentiva confronto con le esperienze straniere avanzate e ne impoveriva le radici. La generazione di questi sei autori è la prima che emerge alla fine di questa fase e che si confronta liberamente con il Mondo esterno senza auto-censure.

È la Corea del boom economico e di un’esplosione nel mondo delle arti che oggi riconosciamo con chiarezza tra cinema, arte, grafica, moda e architettura. “Autonomia” diventa quindi libertà da un contesto castrante e possibilità di confrontarsi con i mondi poetici e formali che maggiormente stimolarono il loro percorso dall’architettura portoghese di Alvaro Siza, passando per il Decostruttivismo di Peter Eisenman e Rem Koolhaas, la leggerezza di Ito Toyo o Steven Holl, la forza oscura di Jean Nouvel o il cinema horror-metropolitano coreano.

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Ogni autore è uscito dal Paese e, viaggiando, ha scelto i propri maestri e fonti d’ispirazione – concettuale e stilistica. Riversando poi queste esperienze in una serie di opere che hanno avuto immediatamente un grande successo pubblico e di committenza, facendo di questi autori i “maestri” contemporanei più influenti e riconosciuti. Kim Jun-Sung di studio hAnd si forma tra San Paolo in Brasile e il Pratt a New York oltre a guardare ad Alvaro Siza; le sue opere mediano abilmente tra l’uso del cemento armato a vista, la struttura del corpo di fabbrica messa a nudo e il dialogo attento con il paesaggio.

Choi Mon-gyu di Ge.A architects rielabora la lezione del giapponese Ito Toyo riportando nei suoi lavori una metropolitanità sofisticata, fatta di cemento, acciaio e vetro oltre che di spazi intermedi che creano luoghi collettivi informali. Yang Yoon-gyoo di Unsangdong Architects, che letteralmente significa “vitalità spirituale”, trasforma ogni lavoro attraverso una carica espressiva paradossale, caricaturale, costruendo magneti provocatori che emergono nella metropoli generica.

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Kim Jong-kiu di M.A.R.U. architects sceglie esattamente la strada opposta. Le sue sono architetture di silenzio, composte, profondamente contemporanee nelle simmetrie, materiali, spazi e linguaggio come a cercare di costruire una pace che sembra spesso mancare nelle nostre città. Kim Seung-hoy di KYWC architects e Kim Young-joon di Y02 architects lavorano entrambi su opere che cercano continuamente la costruzione di luoghi dal forte carattere urbano e dall’uso di un linguaggio contemporaneo e aggiornato con il dibattito internazionale.

Tutti i sei autori nascono negli anni Cinquanta, aprono i loro studi nei primi anni Novanta e attualmente occupano le posizioni di maggior peso nelle università, dove hanno introdotto nuovi metodi d’insegnamento, e nel governo urbano di molti centri coreani. Choi Won-joon nella sua introduzione individua nell’arte della mediazione e nell’abbattimento dei conflitti il carattere comune di autori così diversi tra di loro rappresentando chiaramente quella dimensione tipica della cultura borghese che vede nel superamento dei contrasti uno degli elementi di maggior importanza.

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Queste opere interpretano con chiarezza il nuovo mondo di un popolo emerso dalle guerre del Novecento e dalle sue derive autoritarie che ha trovato nel libero mercato e in una forma di deregulation controllata il proprio spazio di espressione. Basta questo per definire uno stile nazionale? Probabilmente la risposta è positiva ma credo sarà importante vedere come le nuove generazioni elaboreranno queste lezioni e lo spirito di un tempo che sta rapidamente cambiato, ma questo sarà, speriamo, l’oggetto di una prossima mostra.

Rimane un’ultima nota a margine sulla vitalità che in questi mesi Roma sta dimostrando verso alcune delle forme più evolute e importanti della cultura asiatica con la rassegna giapponese del Maxxi, l’evento sui Metabolisti e i Radicali Italiani oltre alla mostra del Pastificio. Un vero paradiso pensando alla morte civile che in questo momento regna a Milano e in altre città riguardo all’architettura contemporanea. Merito soprattutto di una generazione di autori e curatori interessanti che sta cercando di spostare il dibattito sulla teoria del progetto oltre che sulle opere realizzate. A quando la risposta degli altri centri italiani? Stay tuned!

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