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12 febbraio 2017

Coraggio Europa, cacciamo il Lussemburgo

Il Granducato ha il doppio statuto di membro dell’Unione europea e di paradiso fiscale. È l’ora di fermare questa assurdità. O diventa uno Stato normale, o se ne va

Filippo Campostano

Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Il succo del ragionamento di Gabriel Zucman, espresso nello straordinario libro di cui scriviamo sulla copertina del nuovo numero di pagina99, è semplice: nei paradisi fiscali sparsi nel mondo sono conservati circa 7.600 miliardi di dollari, quattro volte il prodotto interno lordo di un Paese come l’Italia e complessivamente l’8 per cento del capitale detenuto dalle famiglie nel mondo. Un terzo di questa cifra (circa 2.400 miliardi di euro) appartiene a cittadini europei e corrisponde al 10% del patrimonio del continente.

Le aziende e i detentori di grandi ricchezze portano il proprio denaro nei paradisi fiscali per non pagare le imposte. In questo modo loro diventano ancora più ricchi mentre tutti gli altri, che devono pagare imposte più alte, si impoveriscono. Quindi i paradisi fiscali sono una delle cause principali delle crescenti ineguaglianze che vanno crescendo e stanno alimentando movimenti populisti che scuotono alle fondamenta le democrazie occidentali.

Questa truffa, perpetrata dalla fascia più ricca della popolazione mondiale, costa agli Stati 170 miliardi di euro all’anno, 70 miliardi ai soli Paesi europei in un solo anno, il 2014. Ma sono i Paesi in via di sviluppo a subire il danno maggiore: molte nazioni africane e latinoamericane hanno una quota di patrimonio detenuta all’estero che arriva al 20-30%. Nel caso della Russia degli oligarchi di Putin si arriva al 50%. Per capire quanto pesi l’evasione connessa alla fuga di questi capitali, Zucman ha fatto un esercizio applicato alla Francia: se Parigi riuscisse a patteggiare il rientro del denaro custodito all’estero dai suoi cittadini recupererebbe circa 300 miliardi di euro, il 15% del pil.

L’autore del libro, Gabriel Zucman, è un economista francese, ha trent’anni e insegna all’Università della California di Berkeley. Thomas Piketty, il maestro che lo ha seguito durante il dottorato e che ha firmato l’introduzione che pubblichiamo qui, nel 2013 pubblicò un lungo studio sulle diseguaglianze con un titolo (Il Capitale nel XXI secolo, uscito in Italia nel 2014) che riecheggiava il celeberrimo tomo di Karl Marx. Zucman gli fa eco e ha scelto un titolo (La ricchezza nascosta delle nazioni) che ricorda la fondamentale opera di Adam Smith.

Al centro della sua ricerca c’è ovviamente la Svizzera, dove sono depositati circa 2.100 miliardi di euro, ovvero un terzo dell’intera ricchezza offshore. È denaro che appartiene in larga misura a clienti europei che controllano i loro patrimoni attraverso società di comodo domiciliate in altri paradisi, per lo più alle isole Vergini britanniche: capitali che arrivano soprattutto dalla Germania (240 miliardi), dalla Francia (220 miliardi) e dall’Italia (130 miliardi).

Nel 2009 un gruppo di 20 nazioni ha dichiarato la fine del segreto bancario, ma da allora il denaro conservato in Svizzera è aumentato del 18%. Però è cambiata la tipologia di questi evasori itineranti: quelli che spostano soldi a Ginevra ormai sono individui con patrimoni superiori ai 50 milioni di dollari, oppure le multinazionali. Zucman dice che i suoi calcoli sono approssimati per difetto. Per esempio non prendono in considerazione gli oggetti d’arte conservati all’estero, né i gioielli e gli immobili.

Inoltre, nei numeri che abbiamo citato non è inclusa l’evasione fiscale delle aziende. Secondo l’autore il 20% dei profitti aziendali negli Stati Uniti sono trasferiti offshore e questo costa al governo americano circa un terzo delle imposte legate al business. Stiamo parlando – tra l’altro – delle grandi multinazionali dell’high tech, che conservano all’estero centinaia di miliardi di liquidità, sottraendoli non solo al fisco ma anche al mercato degli investimenti.

Soldi congelati che rallentano la crescita a livello globale. Sostiene Zucman che questa colossale evasione fiscale crea falsi miti, per esempio il fatto che la Cina sia diventata il padrone del mondo, in una fase in cui Europa e Stati Uniti si sono trasformati in grandi debitori. Ma se i capitali offshore fossero attribuiti ai Paesi di provenienza, l’Europa sarebbe un creditore netto, mentre l’indebitamento degli Stati Uniti crollerebbe dal 18 al 9% del pil.

Per molti versi il libro di Zucman è consolatorio. «Il continente europeo è la regione più ricca del mondo, e lo resterà ancora a lungo. I patrimoni privati sono di molto superiori al suo debito pubblico. E, contrariamente a quanto si crede, i patrimoni possono essere tassati». La soluzione individuata da Zucman – la creazione di un catasto internazionale del capitali – è spiegata nella prefazione di Piketty qui anticipata alle pagine 4 e 5.

Ma esiste anche un problema specificamente europeo da risolvere, quello del Lussemburgo, che gode di tutti i privilegi dell’essere membro dell’Unione europea ed è, di fatto, un paradiso fiscale. Secondo Zucman questa situazione non può andare avanti ulteriormente. La soluzione migliore sarebbe che il Paese cooperasse con l’Europa e «fermasse la frode». Ma questo passo costerebbe al Lussemburgo almeno il 30% del suo pil, anche perché «una quota importante del denaro detenuto in Svizzera e negli altri paradisi offshore viene riciclato attraverso i suoi fondi di investimento».

E se il Lussemburgo si rifiutasse di collaborare? Allora l’Europa, secondo Zucman, dovrebbe «brandire la minaccia dell’esclusione dall’Ue, seguita da un embargo finanziario e commerciale dei tre Paesi confinanti». Perché non può andare avanti un’Europa in cui il Lussemburgo offre accordi su misura alle multinazionali né che «la Svizzera nasconda nelle proprie casseforti la ricchezza delle élite corrotte».

Zucman non usa mezzi termini. Questi Paesi rubano la ricchezza di altre nazioni. E per compensare le tasse evase è necessaria una maggiore pressione fiscale sulla classe media, che si sta ribellando contro i sistemi democratici. Forse è arrivato il momento di fare qualcosa.

[Foto in apertura di Dominique Faget/Afp / Getty Images]

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