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10 febbraio 2017

Un accordo con la Libia per lavarsi le mani sui migranti

Per il New York Times la priorità Ue è fermare gli arrivi, non risolvere la crisi umanitaria. Mentre i centri di accoglienza in Libia sono diventati carceri

Editoriale

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dall’11 febbraio 2017 o in edizione digitale

Il 3 febbraio scorso, nel corso del meeting europeo a Malta, il commissario Ue per gli affari esteri Federica Mogherini ha detto che l’Europa «non crede ai muri», interpretando certo il sentimento di una larga maggioranza dei cittadini del continente. Il destinatario della Mogherini era ovviamente il muro che Donald Trump vuole costruire al confine con il Messico per frenare nuove ondate di migranti illegali. Ma anche l’Unione europea – pur nelle sue dichiarazioni politicamente corrette che sono lontane mille miglia dalla volgarità xenofoba del neopresidente americano – ha diversi problemi da risolvere nella sua politica per frenare l’esodo in corso dai paesi africani. Nel marzo dell’anno scorso l’Unione siglò un accordo con Erdogan per interrompere il flusso dei migranti che dalla Turchia si spostavano in massa verso la Grecia e solo nel febbraio 2016 avevano superato le 57 mila unità.

Quell’accordo – miliardi di euro contro la promessa di fermare i migranti all’interno di campi di accoglienza in territorio turco – servì a frenare l’esodo, e gli arrivi in Grecia crollarono a poco più di tremila al mese. Pochi si occuparono delle condizioni di vita dei migranti e dei profughi bloccati in territorio turco.  Ma nel frattempo il problema è diventato più acuto per l’Italia. Nel nostro Paese, nel 2016, sono sbarcati 180 mila migranti in arrivo dalle coste libiche, in centomila hanno presentato richiesta di asilo, mentre i morti annegati sono stati oltre cinquemila.

L’accordo siglato dal governo italiano con Fayez al-Sarraj, che guida l’instabile governo appoggiato dall’Onu, è una riedizione di quello già sperimentato dalla Ue con la Turchia: prevede che i migranti, in larga misura provenienti da altri Paesi africani, in prima fila la Nigeria, vengano fermati sul territorio libico. Anche in questo caso, soldi e assistenza in cambio della promessa di frenare il traffico di uomini e donne, con la creazione di campi di accoglienza.

L’Europa ha sostenuto l’accordo, ha promesso quasi due miliardi di euro al governo di al-Sarraj e aiuti ad altri Paesi, Niger, Mali ed eventualmente altri che manifestino l’intenzione di blindare le proprie frontiere. Ma la politica dell’Unione europea non è esente da aspre critiche. Un’editoriale del New York Times, pubblicato il 3 febbraio, dice chiaramente che l’accordo con la Libia, esattamente come quello con la Turchia dell’anno scorso, mostra che la priorità dell’Europa sia più finalizzata a «fermare il flusso di migranti verso l’Italia» che a risolvere la crisi umanitaria in atto.

Anche le organizzazioni umanitarie sono in allarme. L’Unhcr (Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati), e l’Oim (Organizzazione internazionale delle Migrazioni), che dovrebbero essere coinvolte nel piano di accoglienza dei rifugiati, sostengono che «nella situazione attuale, la Libia non può essere considerato un Paese terzo sicuro». La Caritas denuncia il perdurare di gravi violazioni dei diritti umani in Libia, dove i migranti rischiano di essere rinchiusi in carceri «dove si verifica quello che nessuno a volte riesce neanche a immaginare».

Secondo Medici senza Frontiere, in Libia «anche le strutture nelle migliori condizioni non rispettano gli standard stabiliti dal Diritto internazionale sull’asilo; le persone sono detenute in condizioni inumane, senza luce o ventilazione, con scarso accesso a acqua potabile, spazi altamente sovraffollati. L’assenza di dignità è sconvolgente». È penoso assistere a quello che sta accadendo, con un’Europa che si preoccupa di siglare accordi per impedire che i migranti raggiungano le coste e si imbarchino, ma non sembra minimamente interessata alla sorte di esseri umani imprigionati in condizioni spesso inumane.

Anche questo è un prezzo che l’Europa paga al crescere dell’intolleranza collettiva. A spingere i leader dell’Europa a mettere mano al portafoglio e a siglare il nuovo accordo con la Libia è soprattutto la pressione dei movimenti populisti e il timore che il tessuto democratico si sfilacci sotto una crescente ondata xenofoba. L’Europa non è riuscita nemmeno a gestire il flusso dei rifugiati in fuga dalle guerre. La strategia di riallocare i profughi all’interno dei vari Paesi è fallita. E dopo avere a lungo lasciata sola l’Italia, ora pensa di risolvere il problema siglando un accordo che prevede l’apertura di campi di concentramento in territori libico. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

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