Seguici anche su

9 febbraio 2017

Berlusconi scopre l’housing sociale, cosa cambia per il non profit

La filantropia non è di casa tra i nostri miliardari. Ora il terzo settore guarda all’ex premier. Che potrebbero stimolare una virtuosa competizione tra ricchi

Christian Benna

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Meno male che Silvio c’è. Perché la prossima discesa in campo del Cavaliere potrebbe rivoluzionare o perlomeno rinverdire quel giardino, poco curato e mai fiorito davvero, della filantropia d’impresa made in Italy. Nei corridoi del non profit si sussurra che l’ex premier Silvio Berlusconi si sarebbe convinto a lanciare una fondazione erogativa (quindi ci sono soldi di mezzo non solo convegni e centro studi d’ordinanza) intitolata a suo nome, un ente filantropico che dedicherà tempo, denaro e progetti all’housing sociale, a quelle persone che soffrono il disagio abitativo.

Un ritorno al passato in fondo, agli esordi del giovane Silvio costruttore di Milano Due, ma questa volta con finalità sociali. Si tratta di un progetto che, seppure non confermato, vede già i detrattori pronti e schierati col fucile puntato. L’iniziativa sarebbe legata alla cessione del Milan (che peraltro dispone di una fondazione non profit molto attiva) e andrebbe a incamerare parte dei soldi che arriveranno – qualora l’affare andasse in porto – dagli investitori cinesi.

 

Sulle orme di Bill

Per chi opera nel terzo settore, tutte quelle onlus che si occupano di welfare dove lo Stato non arriva, dall’assistenza ai disabili, alla ricerca scientifica, al sostegno ai senza tetto e agli indigenti, la questione invece è molto sentita se non addirittura cruciale. Perché se davvero il Cavaliere – 6,5 miliardi di euro di patrimonio personale secondo Forbes – saprà trasformarsi in un imprenditore di successo anche nel sociale, i suoi colleghi miliardari, amici e nemici, e non tutti particolarmente generosi nei confronti del terzo settore, saranno costretti a misurarsi con un modello di filantropia che in Italia non hai mai attecchito.

E chissà se la fuga in avanti nel sociale del patron di Fininvest non stimoli addirittura una competizione con gli altri imprenditori, proprio come succede negli Usa dove la gara virtuosa a chi dona di più ha prodotto la campagna “Giving Pledge” lanciata da Bill Gates, per cui 100 miliardari statunitensi hanno accettato di donare il 50% del proprio patrimonio.

filantropia2

I miliardari italiani

Si stima che nell’Italia dei “capitalisti senza capitali”, i cui ultimi gioielli sono preda degli appetiti francesi, tedeschi e di ogni dove, ci siano 16 mila individui con un patrimonio superiore al milione di euro, e 2.550 persone dispongano di oltre un miliardo di euro. La ricchezza privata risulta intatta anche nell’Italia del declino economico. Molti hanno smesso di investire in attività produttive. Potrebbero però dedicare parte del patrimonio al sociale. L’80% di queste persone, dice Doxa, afferma di devolvere denaro alle onlus.

Fin qui tutto bene. Eppure secondo una ricerca condotta dall’Unhcr in collaborazione con Kairos Julius Baer SIM, società attiva nel private banking e nel wealth management, nessuno degli intervistati dichiara di donare oltre 100 mila euro all’anno, e solo il 3% dona tra 51 mila e 100 mila euro. Sette paperoni su dieci donano meno di diecimila euro l’anno, mentre il 45% dei ricchi americani scuc fino a 100 mila dollari l’anno. Si capisce: in Italia il tetto delle detrazioni fiscali è di 70 mila per donazione.

Evidentemente i più ricchi sanno far di conto. Infatti in proporzione, rispetto al reddito, gli italiani più generosi appartengono alla classe media: il 46% dei donatori ha un reddito compreso tra i 15 mila e i 35 mila euro. «Fare il paragone con l’America rischia di essere ingeneroso e soprattutto ingiusto», dice Valerio Melandri, direttore del Master in fundraising dell’Università di Bologna, «negli Usa il welfare pubblico è molto leggero. E gli americani, culturalmente, sono più abituati a donare; per i più ricchi la donazione è una forma di restituzione alla comunità del successo che hanno raggiunto, ottenuto anche grazie all’ambiente fertile e positivo in cui sono cresciuti». La gara all’altruismo può però risultare fuorviante. Perché «non è in discussione il buon cuore delle persone, quanto la capacità di un sistema paese di far fronte alle sfide del sociale.

filantropia1

La sfida di un nuovo welfare

Anche in Italia il welfare state si sta erodendo. E chi penserà in futuro ai soggetti svantaggiati? Il non profit italiano è pronto a raccogliere la sfida. Ma bisogna trovare i fondi per tenerlo in vita. E non basteranno gli sms solidali». Dall’America importiamo molto: tecnologica, musica, stili di vita, e anche la deregulation sul lavoro e altre liberalizzazioni. Eppure sul fronte della filantropia organizzata siamo ancora molto indietro. La mega fondazione di Bill Gates da 42 miliardi di dollari è una vera e propria impresa, il cui fine non è il profitto ma il ritorno sociale: i programmi di vaccinazioni nei Paesi africani, lotta all’Aids e alla malaria, sviluppo dell’educazione.

L’ha capito anche il finanziere Warren Buffet, il terzo uomo più ricco del pianeta, 64 miliardi di dollari di patrimonio, che ha deciso di donare la sua ricchezza all’ente non profit del creatore di Microsoft. Ecco perché il non profit guarda con attenzione alle prossime mosse del Cavaliere, perché l’ipotesi di una sua fondazione possa spingere almeno una piccola parte della ricchezza a fungere da welfare privato.

 

La crisi delle fondazioni

Fino a ieri il motore del terzo settore era alimentato soprattutto dalla benzina sempreverde delle fondazioni ex bancarie. Tra il 2000 e il 2014, secondo l’Acri, le fondazioni, da Cariplo a Crt a Mps, Compagnia di San Paolo e CariVerona, hanno erogato risorse per 18,4 miliardi di euro (8,3 nel solo periodo 2008-2014). La crisi delle banche ha messo a dura prova i suoi azionisti non profit, tra richieste di aumenti di capitale e crollo dei corsi dei titoli in Borsa.

In futuro le stampelle delle fondazioni rischiano di essere molto meno generose. Ecco perché l’ipotesi di un Cavaliere “bianco” che scende in campo nel sociale è una partita della vita per il non profit italiana. Sulla generosità di Silvio Berlusconi, aldilà delle facili ironie sui contributi al condominio di via Olgettina, non ci piove.

Lo confermano molti operatori del volontariato e dell’associazionismo che hanno goduto del sostegno del Cavaliere come del resto dei contributi di altri ricchi imprenditori. «Ma la filantropia organizzata è un’altra cosa», dice Edoardo Patriarca, presidente dell’Istituto italiano della donazione, «e gli imprenditori potrebbero essere molto utili non solo in quanto detentori di grandi patrimoni ma per esercitare le proprie capacità anche nel sociale. Alcuni lo fanno già seguendo in prima persona i progetti che sostengono. Ma serve il contributo visibile anche dei grandi capitani d’industria per spingere sempre più persone a donare».

SAFRICA-US-POLITICS-EDUCATION-MANDELA

Imprese poco generose

Finora l’impresa in Italia ha avuto il braccino piuttosto corto. Le erogazioni liberali da parte della Corporate Italia valgono appena 300 milioni di euro l’anno. Nel 2008 le imprese avevano sborsato quasi 400 milioni poi hanno quasi dimezzato il proprio contributo: 254 milioni nel 2012, 231 milioni nel 2013. In percentuale, appena il 2,5% delle imprese finanzia il non profit. La gran parte delle donazioni, il 25% del totale di circa 4 miliardi di euro l’anno, finiscono nella questua delle parrocchie. Fondazioni non profit legate al nome di capitani d’industria non mancano nel nostro Paese e lo stesso Berlusconi ne ha una intitolata al padre Luigi.

Ma si tratta di enti che perlopiù svolgono attività di ricerca, elargiscono pochi fondi, spesso sotto forma di borse di studio, finanziamenti di eventi e mostre d’arte. Fondazione Benetton studi e ricerche concentra la sua attività su indagini sulla storia del gioco ai beni culturali; anche la fondazione Silvio Tronchetti Provera si occupa di studi e ricerche così come quella intitolata a Rodolfo De Benedetti (padre di Franco e Carlo De Benedetti) ma più concentrata sui temi del lavoro.

Nella classifica dei miliardari italiani troviamo anche la fondazione della famiglia Ferrero attiva nell’arte, mentre Leonardo del Vecchio finanzia di tasca propria enti di formazione e ha partecipato alla creazione di fondazione Oliver Twist. Ma sono pochissime quelle che – oltre i convegni e i centri studi – sono anche d’erogazione, come i casi delle fondazioni Seragnoli, Paideia della famiglia torinese Giubergia, e DeAgostini, ovvero enti cui succede di sostenere progetti non profit. «Dopo il tracollo tra il 2012 e il 2013, le donazioni in Italia hanno ripreso ad aumentare», dice Patriarca.

«Una organizzazione non profit su tre annota elargizioni in crescita. Resta comunque troppo poco. E infatti le associazioni stanno puntando sui lasciti testamentari». Un’indagine di Cariplo stima che al 2030 ci saranno 130 miliardi di euro di patrimoni detenuti da ricchi anziani, senza eredi. Una fortuna che andrebbe organizzata e gestita al meglio con finalità sociali. A meno che non si voglia seguire l’esempio del Mazzarò di Giovanni Verga, che in fin di vita «uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: Roba mia, vientene con me!».

 

[Foto in apertura di Roberto Arcari / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti