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9 febbraio 2017

La terra di nessuno delle adozioni estere

Famiglie lasciate sole, enti poco affidabili. Intorno ai minori un business opaco. Anche perché la commissione che dovrebbe sorvegliare è un fantasma

Lidia Baratta

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Al telefono, un addetto alla segreteria risponde che non c’è nessuno. Le email tornano indietro. E il numero verde, dedicato all’assistenza di famiglie e operatori, risulta inesistente. La Commissione adozioni internazionali (Cai), garante in Italia delle adozioni dei minori provenienti da Paesi stranieri, da più di tre anni è un ente fantasma. E dopo la caduta del governo Renzi è rimasta pure senza presidente. Nell’aprile 2014, l’ex premier aveva nominato alla presidenza la senatrice Silvia Della Monica. Che, come lei stessa ha dichiarato, è stata una delle presidenti «più silenti». Sostituita poi da Maria Elena Boschi, rimasta in carica fino a dicembre 2016.

«Il neopremier Paolo Gentiloni non ha ancora dato le deleghe a nessuno», spiega Paola Crestani, presidente del Centro italiano aiuti all’infanzia (Ciai), uno dei 63 enti autorizzati alla gestione delle adozioni internazionali. Non solo: manca anche il direttore generale. Senza vertici, la Commissione non può essere convocata. Ma in realtà non si riunisce da tempo: tranne la seduta di insediamento di giugno 2014, l’ultima riunione risale a novembre 2013. Tre governi si sono dati il cambio, nessuno ha convocato la Commissione.

E dal 2013 – a parte una tabella pubblicata a maggio, che evidenzia come nel 2015 l’Italia sia in controtendenza rispetto al calo delle adozioni internazionali (dieci bambini adottati in più) – non vengono rese note le statistiche annuali. Quello che si sa è che dal 2013 le adozioni internazionali sono calate di oltre il 20 per cento. «La Commissione deve garantire la regolarità delle adozioni in Italia», spiega Crestani. «La mancata convocazione ha conseguenze gravi. In questi anni non ci siamo aperti a nuovi Paesi e ci sono famiglie che dal 2011 aspettano i contributi all’adozione».

Nel palazzo a pochi passi da Villa Borghese tutto tace. Alcune delegazioni straniere chiedono di venire in Italia, ma non ricevono risposte. E le famiglie sono disorientate. Anche perché nel frattempo sono venuti a galla diversi scandali. L’Espresso, con una copertina titolata “Ladri di bambini”, ha raccontato della presunta sottrazione di minori in Congo che coinvolgerebbe l’ente Aibi, Amici dei bambini. E la procura di Torino ha aperto un’inchiesta nei confronti di Enzo B, ente accusato da decine di coppie di aver incassato migliaia di euro senza ricevere in cambio alcun servizio, tantomeno la conclusione dell’adozione.

Ma senza la convocazione della Cai, non si possono sanzionare gli enti né revocarne l’autorizzazione. «Non abbiamo garanzie sulla correttezza delle procedure», racconta Anna, che nel 2012 si era affidata a Enzo B per concludere un’adozione in Etiopia, senza riuscirci. «Il report che la Cai pubblicava ogni anno per noi famiglie era importante», dice. «È così che io e mio marito ci siamo accorti che la nostra attesa per l’adozione andava oltre la media. Abbiamo chiesto chiarimenti, ma da lì in poi la Commissione ha chiuso i ponti con le famiglie».

Inutili le lettere firmate da diverse coppie, in cui si esponevano i dubbi sull’operato dell’ente. «Uno spiraglio si era aperto quando Renzi ha nominato la Boschi alla presidenza. Siamo riusciti a farci ricevere da un delegato». Ma neanche Boschi ha mai convocato la Commissione. Intanto, circa cento famiglie di aspiranti genitori si sono riunite nel comitato “Family for Children”.

Molte hanno in comune l’ente Enzo B. Tutte condividono bonifici da migliaia di euro pagati, senza aver mai ricevuto una rendicontazione delle spese da parte degli enti. «Dopo tutta questa attesa, probabilmente non riusciremo ad adottare», dice Anna, «ma vogliamo denunciare quello che accade nel mondo delle adozioni. Lo stallo della Cai ha peggiorato tutto. Come facciamo, dopo quello che ci è successo, a scegliere un altro ente senza la vigilanza della Commissione?». Dubbi che coinvolgono anche chi l’adozione è riuscita a portarla a termine.

Come Alba Pavoni, membro del comitato “Genitori Rdc”. Dopo 989 giorni di attesa e dopo essersi incatenata davanti a Montecitorio, a giugno è riuscita ad abbracciare la sua bambina arrivata dal Congo. «Il giorno prima è circolata la voce che un aereo con 32 bambini congolesi sarebbe atterrato a Roma», racconta. «Proviamo a telefonare alla Cai, ma non risponde nessuno. Così ci mettiamo in viaggio lo stesso». Alba e il marito partono da Brescia. Dopo diverse tappe, «alle 9 di sera abbiamo incontrato la bambina, senza aver mai avuto comunicazioni dalla Commissione».

Né, racconta Pavoni, «le famiglie sono state informate delle irregolarità di cui L’Espresso parla a proposito del Congo». Accuse confermate anche da Silvia Della Monica davanti alla Commissione giustizia della Camera. «Tanti genitori si chiedono “Siamo noi i “ladri di bambini?”». L’ex magistrato, oggi vicepresidente della Commissione, ha motivato il suo silenzio con l’impegno a garantire che i bambini arrivassero dal Congo. Aggiungendo che la Cai non può riunirsi per il «conflitto di interessi» di uno dei suoi membri.

Il nome “scomodo” sarebbe quello di Simone Pillon, componente del Forum delle famiglie, a cui aderisce anche l’Aibi, l’ente indagato per le presunte irregolarità in Congo. A marzo 2015 Renzi emanò un decreto in cui si dice che non possono far parte della Commissione componenti di associazioni a cui aderiscono enti autorizzati. «Risolviamo questo conflitto», chiede Crestani. «Ma la Cai deve tornare a svolgere le funzioni previste dalla legge. Fin quando questo non succede, in Italia non ci sarà alcuna garanzia sulla correttezza delle adozioni internazionali».

[Foto in apertura di Mark Peterson / Redux / Contrasto]

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