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6 febbraio 2017

Maxxi, in fuga dal mondo-prigione con Koolhaas e Superstudio

La resistenza dell’arte contemporanea alla cultura del carcere e del controllo sempre più duro degli Stati. Dal 9 febbraio al Maxxi di Roma. In anteprima su pagina99

Lucia Tozzi

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Nel giugno 1972, appena scagionata dal processo per il rapimento e l’omicidio del giudice Harold Haley, Angela Davis tenne una serie di discorsi nelle più importanti metropoli statunitensi, acclamata da migliaia di sostenitori neri e bianchi che avevano seguito con passione per due anni la sua fuga, l’incarcerazione e le intensissime settimane del dibattimento. Al culmine della sua popolarità di rivoluzionaria comunista, nera, attivista del Black Panthers Party, uscita vittoriosa da un anno e mezzo di carcere duro e da un processo politico ipermediatico, Angela Davis si riteneva giustamente un bersaglio assai appetibile, e pronunciava i suoi discorsi antirazzisti e contro il Prison-Industrial Complex protetta da una struttura in vetro antiproiettile.

The Bullet-Proof Angela Davis di Elisabetta Benassi è una rappresentazione in plexiglas di quella struttura protettiva, che a prima vista ricorda uno dei pavilion concettuali di Dan Graham. Una traccia musicale al suo interno, Ein Gespenst Geht Um in der Welt che Luigi Nono scrisse nel 1971 a sostegno della causa di Angela, svela l’identità dell’oggetto. L’opera è al centro della grande mostra che sta per aprire al Maxxi, Please Come Back. Il mondo come prigione? (9 febbraio-21 maggio 2017), a cura di Hou Hanru e Luigia Lonardelli.

Una mostra sulla relazione tra arte e carcere, quindi. Un tema popolarissimo da decenni, almeno dalla pubblicazione, nel 1975, di Sorvegliare e punire di Michel Foucault, che ha ossessionato intere generazioni con la sua visione della società come universo concentrazionario e soprattutto con l’immagine del Panopticon di Jeremy Bentham, il carcere ideale, la struttura che permette di osservare contemporaneamente tutti i prigionieri rinchiusi al suo interno.

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Citato a proposito e a sproposito, e spesso di seconda o terza mano, questo libro è una specie di Star Wars degli intellettuali, soprattutto dei filosofi, degli artisti e degli architetti: la quantità di analisi, imitazioni, elucubrazioni e modelli che ha generato è paragonabile solo ai gadget di Darth Vader in commercio. La mostra riunisce in una selezione strettissima i classici postmoderni e contemporanei dell’arte che, in vario modo, ha reagito alla cultura del controllo e della sorveglianza: dalle megastrutture immaginate da Superstudio e Koolhaas al progetto di Simon Denny su Snowden. Di tutte le schermaglie tra arte e potere, la contesa sulle forme di coercizione è sempre stata una delle più accese; ma ciò che accomuna i presenti è una lettura dove, indipendentemente dalle vicende storiche, l’antagonista, il villain, colui che esercita il controllo, è sempre uno: lo Stato.

A evolversi sono solo le tecnologie: «Dall’invenzione del panottico nel diciottesimo secolo a quella della televisione a circuito chiuso alla fine del ventesimo, fino all’odierna e generalizzata sorveglianza del pianeta via satellite, il controllo sociale ricorre essenzialmente alla produzione di una visione e al controllo della visione stessa. In altre parole, le tecnologie di sorveglianza hanno sempre avuto la tendenza a concentrarsi sulla creazione di un certo tipo di visione, o illusione, della soverchiante trasparenza della nostra vita, per convincere il pubblico che una percezione “corretta” e “perfetta” del mondo come luogo sicuro sia la prova della vera sicurezza e dell’assenza di pericolo», scrivono i curatori. «È interessante notare che molti movimenti di resistenza verso questo sistema di controllo sono stati organizzati e avviati nell’ambito della produzione dell’immagine. Per definizione, essendo la pratica principale di produzione dell’immagine, l’arte contemporanea è il regime ideale in cui rivendicare e promuovere la libertà di espressione».

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Hou Hanru e Luigia Lonardelli hanno organizzato la mostra
in tre sezioni: Behind the Walls, Outside the Walls e Beyond the Walls. La prima mette insieme le opere sul carcere vero e proprio. Qui, oltre alla Angela Davis di Elisabetta Benassi, appare anche il lavoro di Rossella Biscotti sulla prigione abbandonata di Santo Stefano, eretta nel 1793 al largo della costa di Ventotene e primo modello italiano di panopticon destinato all’ergastolo (Biscotti è una veterana del tema, aveva già esposto al Maxxi stesso e a Kassel Il processo, riferimento al cosiddetto “processo 7 aprile” – del 1979, la data dell’arresto – contro membri e simpatizzanti di Autonomia Operaia). E sempre in questa sezione sono esposte le riprese delle videocamere di sorveglianza del carcere californiano di Corcoran, montate da Harun Farocki in un film sul potere e sullo sguardo, e le interviste di Gianfranco Baruchello nelle carceri di Civitavecchia e Rebibbia.

La sezione Outside the Walls ospita invece opere, come CCTV di Mikhael Subotzky, che esplorano i sistemi di sorveglianza urbani e il loro utilizzo da parte delle forze dell’ordine, fonte della rapida trasformazione delle stesse metropoli in luoghi di controllo totale. Prima che la tecnologia fornisse strumenti adeguati al Grande Fratello, il tema era stato oggetto di grandi speculazioni e di immagini fortissime nel campo dell’architettura radicale, dagli ormai onnipresenti Superstudio al Rem Koolhaas del Voluntary prisoners of Architecture (il quale però, va detto, ha coltivato con continuità questa sua passione carceraria anche in progetti come la “Morte nera” di Ras Al-Khaimah e la Fondazione Prada a Milano). Il terzo e ultimo capitolo della mostra tratta dell’ormai inarginabile sistema di sorveglianza totale svelato dai leaks di Assange e Snowden.

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Non poteva mancare in questo contesto il lavoro di Simon Denny esibito alla Biennale del 2015, alla Biblioteca Marciana e all’Aeroporto Marco Polo, un’indagine sulla rappresentazione del mondo attraverso lo sguardo dell’Nsa e sulla configurazione visiva della comunicazione di Snowden. Ancora più importante è il lavoro di Trevor Paglen, che ha concentrato da anni tutte le sue energie nello studio dei sistemi securitari statunitensi e le loro implicazioni sociali con libri come Torture Taxi (sulla nefasta extraordinary rendition della Cia) e indagini sulle prigioni segrete, le infrastrutture della sorveglianza, l’impatto materiale che la circolazione delle informazioni ha sul territorio e gli abitanti. Con ogni probabilità i due curatori non potevano prevedere, mentre ideavano la mostra, quanto il tema sarebbe risultato appropriato oggi, a pochi giorni dall’insediamento di Trump.

Prima i governi di centrodestra e centrosinistra occidentali avevano sempre avuto cura di mascherare i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e i campi profughi di tutto il mondo con la retorica di una blanda accoglienza, e mentre ci spiavano dalle telecamere dei nostri Mac i legislatori approvavano tante leggi a protezione della privacy. Ora invece lo scenario è netto: chiunque può vedere e affermare, senza temere accuse di complottismo, che Trump emette decreti apertamente razzisti, che è determinato a concludere la costruzione della grande barriera al confine con il Messico (in progress da decenni) e che la popolazione carceraria degli Stati Uniti, che già ammonta a un quarto di quella mondiale, è destinata a crescere.

Una situazione geopolitica che somiglia sempre più al Children of Men di Alfonso Cuarón: un paesaggio disegnato da muri e cancelli che dividono i terreni del privilegio dalla massa di nomadi spossessati che non ha più accesso a nessuna risorsa, campi e gabbie ovunque. La prigione-mondo.

[Foto in apertura Courtesy Che Chien-Jen Studio]

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