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6 febbraio 2017

Quanto ci costa il fondo Atlante

Prometteva un rendimento del 6%. Ma secondo Deloitte & Touche ha perso il 24% del valore nei suoi primi sei mesi di vita. Ecco ora a chi tocca pagare

L'Alieno Gentile

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Mentre stai leggendo questo breve articolo un tizio vestito da titano mitologico, che si fa chiamare Atlante, sta saccheggiando il tuo fondo pensione. Alla fine del mese di aprile 2016 Alessandro Penati, fondatore e presidente di Quaestio Sgr, presentava al Paese il fondo Atlante, nato con lo scopo di garantire il successo sul mercato delle ricapitalizzazioni bancarie e comprare Npl (Non Performing Loans, prestiti non performanti) dagli istituti finanziari.

Il mercato non era ritenuto efficiente dagli ideatori di Atlante, che avevano l’ambizione di far innalzare i prezzi degli Npl: nei loro progetti la “sola presenza” del fondo avrebbe dovuto spingere gli investitori a partecipare agli aumenti di capitale e a scambiare gli Npl a prezzi meno stressati. Non è andata benissimo: il fondo mirava a raccogliere 6 miliardi, ma riuscì a trovarne solo 4,25. Per giunta una fetta importante si è consumata nel coprire integralmente gli aumenti di capitale di Popolare Vicenza e di Veneto Banca, le cui ricapitalizzazioni finirono entrambe deserte.

In un balzo si è passati dalla “sola presenza” del fondo alla presenza del solo fondo. Le operazioni su PopVicenza e VenetoBanca avrebbero dovuto ripianare tutti i problemi, rendendo – parole pronunciate allora da Penati – «le subordinate della pop Vicenza, i titoli più sicuri del mercato». A novembre 2016, però, alle due banche venete occorrevano altri 600 milioni di euro, Penati disse: «È ovvio, l’abbiamo sempre detto» che sarebbe servita una nuova operazione. Non proprio. A dicembre il conto era salito a un miliardo.

Questo fabbisogno sembra avere una crescita preoccupante, ma il 31 gennaio l’amministratore delegato della pop Vicenza, Fabrizio Viola, ha voluto rassicurare gli animi: fondendo insieme le due banche venete il fabbisogno di capitale della nuova entità bancaria sarà «significativamente inferiore a quei 5,7 miliardi di euro indicati da alcune indiscrezioni di stampa». Le ultime stime, pubblicate sul Corriere della Sera del 1 febbraio, si attestano a 3,5 miliardi.

Il conto sale per l’azionista Atlante, che a sua volta dovrà trovare in qualche modo la dotazione di capitali necessaria. Ma quali sono i risultati maturati dal fondo? La società Quaestio ha pubblicato proprio il 31 gennaio un comunicato stampa per la valorizzazione semestrale del Nav (Net Asset Value) del fondo Atlante e ha ritenuto di considerare invariato il valore della quota, visto che tutte le partecipazioni sono non quotate.

Tuttavia, come se la trasparenza fosse un gesto di magnanimità, la società ha pubblicato anche il resoconto del valutatore indipendente dei beni, Deloitte & Touche, secondo i cui calcoli il fondo ha perso il 24% del valore nei suoi primi sei mesi di vita. Non male per chi prometteva un 6% di rendimento annuo. E così, secondo il principio della post-verità, Quaestio decide che sebbene ci sia una valutazione indipendente, la loro stima sia più adeguata.

Se diverse banche si trovano in gravi difficoltà per eccesso di crediti deteriorati è senza dubbio un problema di scarsa vigilanza perpetrata negli anni. Sarebbe incredibile, paradossale, che la vigilanza consentisse a una società di ignorare la valorizzazione fatta dall’organo indipendente stabilendo d’ufficio di non aver avuto perdite. Anche nel rispetto dei sottoscrittori diretti ed indiretti del fondo, tra cui figurano tutte le principali banche, ma anche la Cassa Depositi e Prestiti (per 500 milioni), Poste Vita (per 260 milioni) e svariate compagnie assicurative che si sono fatte vanto di aver contribuito alla causa, ma utilizzando i soldi investiti dai clienti in polizze e fondi pensione, giustificando “l’investimento” con la promessa di rendimento di Atlante di un 6% annuo.

Il Fondo nacque per aiutare le banche in difficoltà, e per non far ricadere l’intera operazione Pop Vicenza sul bilancio di Unicredit, che scelleratamente si era posta come garante. Perché non fosse aiuto di Stato non è stato alimentato da denaro pubblico, ma da capitali privati. Se non verrà data indicazione delle perdite, mentre invece viene tenuta per buona una “promessa” di rendimento, molto presto altro denaro di migliaia di risparmiatori inconsapevoli rischia di essere dirottato in uno strumento che ha forti esigenze per placare un fabbisogno di capitale che per giunta cresce a un ritmo preoccupante. Gli organi di vigilanza ed i regolatori hanno il dovere di fermare questo scempio, prima che ci troviamo a trasferire la capitale a Siena.

[Foto in apertura di Laif / Contrasto]

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