Seguici anche su

5 febbraio 2017

A Narva, tra i paramilitari estoni che preparano la difesa da Mosca

Il Paese, membro della Nato, teme nuove ingerenze russe. Così 25 mila volontari, membri di un esercito informale, si addestrano tra i boschi

Matteo Tacconi

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Rain Kulm maneggia con disinvoltura un lungo coltello e controlla che nello zaino ci sia tutto. Nella vita di ogni giorno è un impiegato delle poste estoni. Vende servizi. Rair Arro, invece, è un imprenditore della biomedica. «In questa esercitazione vedremo all’opera la crema della Kaitseliit», afferma. La Kaitseliit (Lega per la difesa) è il più grande gruppo paramilitare dell’Europa centro-orientale. Conta 25.400 membri. Civili che, come Kulm e Arro, si infilano periodicamente la mimetica. Per apprendere l’arte della guerra non vengono pagati. Sono volontari.

I migliori di loro, «la crema» di cui parla Arro, prendono parte, ogni anno, a gennaio, a una maxi-esercitazione – si chiama “Utria” – che si svolge nell’est del Paese, non lontano dalla frontiera con la Russia. Anche quest’anno, come nei precedenti, i volontari si sono ritrovati a Johvi, nella locale caserma della Kaitseliit. Poi, in squadre da quattro, si sono diretti nei boschi innevati.

Non sono riemersi, se non dopo quarantott’ore. Hanno dormito all’aperto e marciato di continuo per raggiungere una serie di checkpoint, dove sono stati chiamati a sostenere delle prove. In una, di notte, hanno simulato un’incursione per strappare al nemico una collina. In un’altra, in una palazzina sgangherata, parte di un vecchio complesso industriale sovietico, hanno prestato primo soccorso. Si sono inoltre stesi rapporti di intelligence, e ci si è allenati a sparare. Armi vere, fuoco vero.

Rair Arro non ha preso parte a queste prove. È un ufficiale paramedico. «Il mio compito è assicurarmi che i volontari reggano a livello fisico. Il difficile di queste esercitazioni, più che le prove in sé, è che si cammina e si dorme all’aperto, con temperature sotto lo zero e vento». In uno dei vari checkpoint ritroviamo Rain Kulm, visibilmente stanco. Nella caserma, prima di partire, l’avevamo visto su di giri. Kulm vorrebbe servire nell’esercito, ma non ha più l’età giusta.

Così ha ripiegato sulla Kaitseliit. Molti dei suoi volontari – ci sono anche donne – dicono di voler contribuire alla difesa della patria. Da chi, benché non la si nomini, è evidente: la Russia. Incute timore per via del peso della storia – ha dominato l’Estonia in epoca zarista e sovietica – e della situazione sullo scacchiere dell’Est, minata dall’annessione della Crimea e dal conflitto ucraino. L’Estonia, come le altre due repubbliche baltiche, Lettonia e Lituania, è parte dell’Europa e della Nato, che peraltro sui loro territori sta dispiegando dei contingenti permanenti. Ciò nonostante, il senso di protezione non è abbastanza.

La vicinanza della Russia, di questa Russia, allarma. «Nella storia, quando la sua economia ha una flessione forte, tale da minacciare la tenuta del potere, Mosca ha sempre cercato la guerra», rivela un ufficiale della Kaitseliit. La guerra che evoca non è per forza calda. Non crede che l’Estonia, nella cui fascia orientale la minoranza russa si fa maggioranza, faccia la fine dell’Ucraina.

Pensa se mai a un conflitto spurio, fatto di sabotaggi, propaganda e provocazioni varie. A questo s’aggiunge l’incognita Trump. La paura dell’Estonia è di restare scoperta, se le aperture del nuovo presidente americano a quello russo, Vladimir Putin, dovessero sfociare in una pax. Nell’area dell’esercitazione della Kaitseliit correva la linea Tannenberg. Nell’estate 1944 i sovietici la sfondarono, in una delle battaglie chiave della Seconda guerra mondiale. Spinsero i tedeschi verso ovest e liberarono l’Estonia. O meglio, la rioccuparono. Nel 1940, infatti, l’Armata Rossa l’aveva invasa e annessa. Nel villaggio di Vaivara c’è un piccolo museo di guerra, pieno di elmetti, munizioni e cimeli, che ricorda gli scontri del ’44. Qui il generale Meelis Kiili, comandante della Kaitseliit, tiene una conferenza stampa e spiega perché il corpo che guida è indispensabile. Da un lato, si tratta di impedire che la storia si ripeta.

«Alla vigilia della seconda guerra mondiale ci dichiarammo neutrali. Fummo occupati dai nazisti e dai sovietici. Questo ci insegna che ci si può dichiarare tali solo se armati fino ai denti». Dall’altro, c’è un discorso di sostenibilità. «L’Estonia è piccola (1,3 milioni di abitanti), non può permettersi un esercito importante». La Kaitseliit, inquadrata nel ministero della Difesa, è così, secondo Kiili, la necessaria forza complementare delle forze armate, composte da appena seimila militari professionisti.

L’esercitazione termina con un assalto alla rocca di Narva. I volontari la scalano aggrappandosi a una rete. Narva è la terza città dell’Estonia, affacciata sull’omonimo fiume. Il corso d’acqua delimita la frontiera con la Russia. Anche Ivangorod, sull’altra riva, ha la sua rocca. Svetta proprio di fronte a quella di Narva. E sì che ci si potrebbe ricamare, su questa immagine. Però le relazioni tra le due città non seguono quelle, nervose, tra i governi. Oltre il 90% della popolazione di Narva e più dell’80% di quella della contea di Ida-Viru, di cui è il centro principale, è costituita da russi.

Così capita che parecchia gente, ogni giorno, attraversi il ponte sul Narva, in entrambe le direzioni, per affari o per visitare parenti. L’integrazione dei russi nella nuova Estonia, tornata indipendente dopo il collasso dell’Urss, non è stata facile, ammesso che il processo possa definirsi felicemente concluso. La cittadinanza è stata inizialmente concessa secondo criteri di chiaro stampo etnico. Ancora oggi il 6% dei russi ne è sprovvisto.

Su di loro, in più, grava il sospetto di essere un cavallo di Troia di Mosca. Stanislav Maksimov, un russo di Narva, non ne vuole sapere. «C’è qualcuno che vuol mettere un pezzo di Paese contro l’altro, presentandoci come il nemico interno», accusa, rovesciando poi i termini della questione: il problema qui non è la Russia, ma la Nato. Quanto alla Kaitseliit, ritiene che la sua esercitazione sia «una provocazione».

Maksimov presiede la ong “Pamjat”, che recupera e restaura mezzi e memoriali di guerra dell’Armata Rossa. «L’Urss ha sconfitto il nazismo, che era quanto di peggio potesse esserci, perché la sua gente – dunque milioni di russi – si è sacrificata per un futuro migliore. Noi vogliamo omaggiarla», sottolinea Maksimov. Il grande male dei russi non corrisponde a quello degli estoni (alcuni scelsero di combattere per la Germania), che al contrario vedono nell’esaltazione della “grande guerra patriottica” un’espressione di pericoloso panrussismo. Anche la memoria, dunque, contribuisce a rendere paludoso questo lembo estremo d’Europa. Intanto, alla rocca di Narva, i volontari, esausti, si rifocillano con salsicce e tè caldo.

[Tutte le foto di Raigo Pajula / Afp / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti