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5 febbraio 2017

“Smetto quando voglio”, cervelli sprecati a caccia di smart drugs

Esce Masterclass, sequel di Smetto quando voglio. Il film punta sull’azione, smarrendo l’anima della commedia all’italiana. Ma resta fresco e genuino

Aldo Fresia

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 4 febbraio 2017 o in edizione digitale

Quando si parla di cinema, c’è una legge non scritta secondo la quale i sequel sono inevitabilmente peggiori dei film originali, tanto che eventuali eccezioni risplendono come fari nella notte: L’impero colpisce ancora, ad esempio, oppure Il padrino – Parte II. Per certi versi, Smetto quando voglio – Masterclass conferma la regola, perché, pur essendo sulla carta il secondo capitolo di una trilogia, nei fatti è la prima parte di un sequel lungo due pellicole (l’ultima, Smetto quando voglio – Ad honorem, uscirà nel 2018). Ritroviamo dunque la scalcinata banda di ricercatori universitari capitanati da Pietro Zinni (interpretato da Edoardo Leo): studiosi preparatissimi, coscienziosi e proprio per questo marginalizzati da un sistema economico e sociale incapace di valorizzare le loro competenze.

Nel 2014, anno del primo Smetto quando voglio, uscivano dall’imbuto di una vita senza sbocchi producendo smart drugs, cioè sostanze stupefacenti figlie di formule chimiche nuove e dunque non ancora inserite nei registri del ministero della Salute, quelli che certificano l’illegalità di una droga. In Masterclass vengono reclutati dalla polizia per identificare nuove smart drugs, smantellare i gruppi criminali che le producono e consegnare al ministero la formula chimica delle droghe perché possa essere catalogata.

Il cambio di casacca, da spacciatori a tutori della legge, è la prima, importante novità introdotta dal regista e sceneggiatore Sydney Sibilia, salernitano classe 1981 e mente creativa dietro la trilogia. La seconda è legata all’allargamento della banda dei ricercatori, che si arricchisce di un avvocato specializzato in diritto canonico e di due cervelli in fuga, nello specifico un ingegnere meccatronico e un anatomista.

Dal punto di vista narrativo, l’ampliamento della banda ha una sua logica: Zinni e colleghi devono affrontare nuove sfide e dunque hanno bisogno di nuove competenze. Avere però un totale di dieci universitari in azione pone agli sceneggiatori una sfida non da poco: occorre che ognuno abbia il proprio spazio per agire ed evolvere in maniera credibile. E qui sorge un problema, perché troppi di loro si limitano a fare tappezzeria: è un peccato per i veterani della banda ed è uno spreco per le new entry (una sola si rivela effettivamente essenziale).

Masterclass introduce un ulteriore scarto rispetto al primo Smetto quando voglio. Nel film del 2014 ci sono due scene che conducono gli spettatori sul terreno delle risate amare, quelle che svelano in modo divertente la serietà di un problema. La prima ha per protagonista l’antropologo Andrea De Sanctis (interpretato da Pietro Sermonti), che cerca lavoro presso uno sfasciacarrozze fingendosi un burino forgiato dalla dura legge della strada, ma tradisce la propria formazione universitaria utilizzando l’espressione «aspra diatriba legale».

Un attimo dopo afferma che aver preso la laurea «è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole». Il secondo momento è quello in cui il carcerato Pietro Zinni rassicura la propria compagna, madre di suo figlio: lo stipendio che riceve insegnando chimica ai detenuti è a rischio perché potrebbe uscire per buona condotta, ma si è «organizzato con il gruppo degli albanesi per una rissa alla mensa. Se ci scappa la coltellata magari rimedio un altro anno: mica è poco».

La scena dallo sfasciacarrozze e quella in carcere sono i due momenti migliori di Smetto quando voglio, quelli che più lo avvicinano alla tradizione della commedia all’italiana, evocata dallo stesso Sibilia in più di un’occasione. Masterclass riecheggia questi momenti, ma concentra gli sforzi narrativi e registici da un’altra parte, puntando quasi tutte le sue carte sulle scene d’azione.

L’operazione è consapevole e portata avanti in modo coerente, e questo è un pregio, ma nel contempo riduce l’originalità e l’anima della trilogia, che è chiaramente un difetto. Bisogna però riconoscere che tutto questo non elimina la sensazione che Sydney Sibilia sia animato da genuino entusiasmo e da onestà nei confronti degli spettatori: al di là del parere mio e dei futuri esiti al botteghino, si tratta di una sensazione rinfrescante e più che positiva.

[Foto in apertura di Fandango / Groenlandia Film / Rai Cinema]

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