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2 febbraio 2017

La finanza pronta al trasloco dalla City se passa l’hard Brexit

Theresa May non ha convinto gli operatori della City. Che in pubblico minacciano di trasferirsi a Francoforte. E dietro le quinte manovrano per indurla a più miti consigli

Eugenio Montesano

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 28 gennaio 2017 o in edizione digitale

La City corre il rischio di perdere il ruolo di banca d’affari d’Europa. Stando alle indiscrezioni della stampa specializzata, la comunità finanziaria di stanza a Londra non ha gradito il discorso con cui Theresa May ha confermato i piani del governo per una Brexit dura, che prevede l’uscita dal mercato unico europeo in cambio di un maggiore controllo delle frontiere.

Il premier non ha rilasciato dettagli sul piano per giungere a un accordo che garantisca l’accesso al single market. Ma le banche non intendono aspettare i tempi della politica, come dimostra il susseguirsi delle dichiarazioni dei dirigenti dei principali istituti di credito globali in merito al trasferimento sul continente migliaia di dipendenti.

 

Pronti al trasloco

Dopo gli allarmi lanciati da Hsbc e Ubs – che a Davos hanno preannunciato lo spostamento di circa mille operatori – e da Goldman Sachs, che starebbe considerando un dimezzamento della forza lavoro londinese, attualmente pari a seimila impiegati, le ultime dichiarazioni sono giunte in settimana da Citigroup, che nel Regno Unito dà lavoro a novemila dipendenti.

Jim Cowles, capo della divisione europea, ha spiegato alla platea dello European Financial Forum a Dublino di avere incontrato le autorità di regolamentazione in Irlanda, Italia, Francia, Spagna, Germania e Paesi Bassi. Il dirigente non ha fornito indicazioni sui numeri, ma ha confermato che la banca finalizzerà i piani nella prima metà del 2017. «Ci vogliono almeno due anni per completare un “trasloco” di questo tipo”», ha spiegato.

 

Il peso della City

Secondo l’ultimo censimento dell’Istituto statistico nazionale britannico, pubblicato a settembre, l’industria britannica dei servizi finanziari impiega 1.025.400 dipendenti, pari al 3,7% della forza lavoro, e nel 2013 ha contribuito al Pil per l’11,8%, con un controvalore di 180 miliardi di sterline. Da sola, la City pesa per il 17,1% dell’economia londinese. Dipendenti e ricchezza che, almeno parzialmente, finiranno altrove.

 

Germania in prima fila

«Non assisteremo a un esodo delle banche, bensì a un trasferimento parziale di risorse, soprattutto umane, a vantaggio delle altre giurisdizioni europee. Germania in primis: il centro finanziario di Francoforte spunta tutte le caselle», afferma Rocco Franco, partner dello studio Pini Franco LLP, che dal 1992 opera nella City assistendo individui e imprese nelle attività di investimento commerciale e familiare nel Regno Unito. Nel Bankenviertel – letteralmente, il “quartiere delle banche” – hanno sede la Banca centrale europea e tutti i principali conglomerati finanziari globali. Inoltre l’Eba, l’autorità bancaria europea con sede a Londra, sarà costretta anch’essa a spostarsi. A Francoforte, o a Parigi.

 

Parigi punta sull’Eba

Oltre a vantare La Défense, il più grande centro finanziario europeo con 3,5 milioni di metri quadrati adibiti a uffici, e a ospitare quattro delle prime dieci banche europee per asset, Parigi è sede dell’Euronext, la sesta piazza di scambio per capitalizzazione di mercato. In ottica anglosassone, tuttavia, la città non è esattamente business-friendly per via della fiscalità elevata e delle rigidità in materia di politica del lavoro.

 

L’opzione irlandese

In pole position c’è anche Dublino. Di madrelingua inglese e dotata di un regime fiscale agevolato e di un sistema legale common law, come quello britannico, l’International Financial Services Centre presenta agli investitori un ecosistema finanziario evoluto e in crescita soprattutto per l’industria dei fondi comuni, che nel 2003 contava asset in gestione per 500 miliardi di euro. Dato che in 13 anni si è più che settuplicato, raggiungendo quota 3.800 miliardi.

 

Londra insostituibile?

Ma c’è anche chi ritiene che Londra sia insostituibile. Come Konstantin Leidman, gestore di fondi obbligazionari ad alto rendimento per la società di asset management Schroders, secondo cui non esistono alternative alla City. «L’opportunismo politico», spiega a pagina99, «deve affrontare la realtà economica. E la realtà è che la City è il posto dove è di gran lunga preferibile condurre gli affari».

Il gestore esclude che Francoforte possa raccoglierne il testimone, sia per motivi linguistici che di eccessiva complessità del sistema giuridico e del lavoro, troppo rigidi rispetto allo standard inglese. «La City è diventata il maggiore centro finanziario globale grazie al sistema legale britannico. L’intera industria è basata a Londra per fare affari sotto la tutela di un quadro giuridico equo ed efficiente». Per non perdere il quale, va da sé, non resta che scendere nell’agone della contesa.

 

Si muovono le lobby

Dietro le quinte, l’industria finanziaria si muove a colpi di lobbying, facendo pressione sul governo per strappare, in sede di negoziazione con l’Ue, un accordo ad interim che garantisca che si faccia business as usual per almeno tre anni – oltre il termine dei 24 mesi dall’attivazione dell’articolo 50, così da scongiurare l’“effetto baratro” (in inglese cliff-edge, ndr) – oltreché l’inclusione dei servizi finanziari negli accordi di libero scambio o di accesso al mercato unico.

L’unica certezza, per gli operatori, è che dovranno dire addio ai diritti di passporting per gli strumenti finanziari, ossia alla capacità di prodotti e servizi di essere commercializzati in più paesi tramite un contesto normativo condiviso a livello comunitario, che sarà sostituito dal regime di equivalenza. Accordo, questo, dalla portata ridotta, che include solo una parte dei servizi bancari e può essere revocato in qualsiasi momento.

 

Il nodo dell’equivalenza

«L’equivalenza è una passportabilità annacquata», spiega l’avvocato Rocco Franco. «Operare in virtù di una concessione non corrisponde a un’integrazione completa dei servizi e non dà garanzie di stabilità agli operatori». Inoltre, in caso di equivalenza, la Gran Bretagna dovrà probabilmente accettare regole europee sulle quali non avrà influenza. Un ripiego, più che una soluzione. Come ha sottolineato l’International Regulatory Strategy Group, associazione di categoria partecipata dalla City of London Corporation, che ha pubblicato un report con cui sollecita il governo britannico a stipulare un accordo di reciproco accesso, dal momento che in regime di equivalenza la regolamentazione «sarebbe insostenibile perché non sufficientemente robusta».

Se la City perderà importanza dipenderà dal regime a cui si perverrà in sede di negoziazione Uk-Ue. Intanto, per scongiurare il fuggi-fuggi, Downing Street sta preparando una graduale riduzione della tassazione sulle imprese dal 20 al 15 per cento, con un passaggio al 17 per cento che dovrebbe essere perfezionato già in occasione del prossimo Budget, la manovra annuale che sarà annunciata dal cancelliere Hammond l’8 marzo.

 

[Foto in apertura di Christopher Furlong / Getty Images]

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