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1 febbraio 2017

La nazione globale di Theresa May

Mentre Donald Trump recinta gli Stati Uniti, la premier britannica sogna una nuova leadership nel mondo: mercato aperto agli interessi del Regno

L'Alieno Gentile

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 28 gennaio 2017 o in edizione digitale

Il segno politico del 2016 è stata senza dubbio la vittoria delle campagne nazionaliste prima nel Regno Unito con il voto per la Brexit, poi negli Stati Uniti, con l’elezione del Presidente Trump. Il sostegno dato da Trump alla Brexit ha portato molti osservatori ad accomunare anche troppo questi due fenomeni, che a mio avviso presentano delle sostanziali differenze. La conferma a queste supposizioni l’ho avuta la scorsa settimana ascoltando prima il programma di gestione della Brexit di Theresa May e poi il primo discorso presidenziale di Donald Trump.

L’apertura dell’era Trump è, come previsto, conflittuale e di rottura, sia verso l’establishment interno che verso quello internazionale. Il discorso è apparso ancora molto “elettorale”, pieno di promesse di realizzazione «right here and right now» (qui e ora, letteralmente), e fortemente basate su concetti protezionisti e nazionalisti: comprare americano, assumere americano, e – ripetuto più volte – “America first” (innanzitutto America).

Il discorso di Theresa May è sostanzialmente diverso, il tema ispiratore è quello di una “global UK”, cioè di un Regno Unito aperto al mondo, che considera l’Europa come uno dei partner, un discorso a tinte nettamente più liberiste e costruttive. D’altra parte la May prima del referendum stava nel fronte del Remain, pertanto per quanto possa aver preso a cuore il suo incarico di gestione della Brexit, è chiaro che la sua non è una posizione ideologica, né vincolata a qualche forma di coerenza. Non è un caso se la stessa premier inglese ha invitato il presidente Trump a non minare l’Unione Europea, spiegando come la Gran Bretagna veda in un’Ue forte un partner cruciale sia sul fronte economico che su quello della sicurezza.

Theresa May cerca una “clean Brexit” (così da non dover scegliere fra hard o soft), ma finalizzata alla formulazione di nuovi accordi su basi diverse. Donald Trump, invece, nel primo giorno di lavoro da Presidente firma il decreto di uscita dal Tpp, il patto di libero scambio che comprendeva 12 Paesi affacciati sul Pacifico, e si prepara a mettere allo spiedo il Nafta, l’accordo di scambio con il Canada che è in vigore dal 1994.

L’interessamento dello Stato nel riequilibrio dell’economia nazionale, come sotteso nel piano della May, è una versione molto più blanda della dialettica autarchica di Trump e del suo “America First”. Il simbolo del partito Repubblicano è l’elefante, ma con Donald Trump alla Casa Bianca l’elefante sembra essere in una cristalleria: Giappone e Cina, i primi due creditori del Tesoro statunitense, detengono insieme quasi 2.300 miliardi di titoli di Stato americani, stracciare gli accordi con uno e minacciare dazi sull’altro significa giocare pesante.

Una svalutazione dello yuan, ad esempio, come risposta ai dazi rischia di mettere in crisi l’intera economia mondiale. Senza contare che proteggere l’economia nazionale con i dazi significa togliere incentivi all’innovazione e alla competitività del prodotto americano, condannandolo alla ricerca di dazi crescenti per compensare la crescente competitività dei prodotti esteri. La questione Brexit è oltretutto più articolata, perché non nelle mani di un decisore, ma – come ha ribadito la Corte Suprema britannica – dovrà essere varata dal Parlamento, il che non esclude una tornata elettorale per definire un mandato politico più solido rispetto alle indicazioni di un referendum consultivo come è stato quello del giugno scorso.

Tutto può ancora essere rimesso in discussione, quindi. Comunque vada a finire la questione politica inglese, il peso specifico del Regno Unito nell’economia mondiale è ben diverso da quello statunitense, ma non è questo il punto che distingue i comportamenti dei due leader. La vocazione inglese sembra molto meno orientata all’autarchia, quanto semmai ad una convivenza più indipendente con il resto del mondo, a partire dalla Ue.

Forse in UK il problema è, viceversa, la possibile reazione antagonista dell’Unione europea che, spinta dalla necessità di disincentivare altre uscite, potrebbe rendere la trattativa più dolorosa del necessario. Per scongiurare questo scenario Theresa May ha paventato l’ipotesi di fare della Gran Bretagna un paradiso fiscale: deve fare riflettere e molto il fatto che questa ipotesi non sia lo scenario base, ma che rappresenti solo un’extrema ratio. Evidentemente la questione fiscale è meno semplice di come molti la vorrebbero.

[Foto in apertura di Leon Neal / Getty Images]

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