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31 gennaio 2017

Nello stile Gentiloni il renzismo è un ricordo

Rapporti con Bruxelles e sindacati, scuola e immigrazione: il premier cancella l’eredità del suo predecessore. Servirà a vincere le elezioni nel 2018?

Renzo Rosati

Dal numero di pagina99 in edicola il 28 gennaio 2017

Se si chiede a Paolo Gentiloni se agisce in continuità con Matteo Renzi, risponde “certamente sì”, come nella conferenza stampa di fine anno. Copione al quale si è attenuto anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan quando Dbrs ha tolto all’Italia l’ultima A delle agenzie di rating causa l’instabilità politica: «Non si capisce perché visto che garantiamo proprio la continuità». Mentre se domandate sempre a Gentiloni se il suo esecutivo sia la fotocopia di quello renziano, argomento propagandistico di grillini e leghisti, replica di non sentirsi «fotocopia di nessuno, neppure di Renzi».

Eppure è più vicina al vero la seconda affermazione che non la prima. Ma l’effetto delle misure di Gentiloni e dei suoi ministri (i quali hanno riacquistato libertà di parola) è che non spianeranno al segretario del Pd la strada alle elezioni anticipate. Del resto già impossibili a giugno dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, tra bocciatura del ballottaggio e delle rinunce discrezionali in caso di candidature multiple.

Verdetto in teoria già applicabile se non fosse per la richiesta di Sergio Mattarella di armonizzare i sistemi di Camera e Senato. Non è solo una questione di understatement del “Conte Gentiloni” a fronte dell’adrenalina di Renzi vent’anni più giovane, quanto delle priorità che il governo, senza proclami, si sta dando. E che riguardano tre fronti: le finanze pubbliche e l’Europa; l’immigrazione; i rapporti con i corpi intermedi (leggi sindacati) e la Pubblica amministrazione, ai quali Renzi aveva sbarrato la sala Verde di palazzo Chigi, promettendo “lotta violenta” contro la burocrazia di ogni livello.

Quando Bruxelles ha chiesto all’Italia una correzione di 3,2 miliardi nella manovra 2017, Padoan, dopo l’irritazione iniziale, ha avviato una trattativa con il commissario francese Pierre Moscovici. L’obiettivo è ottenere il solito sconto, e Padoan si muove su questa base: il suo interlocutore ha interesse a chiudere il dossier italiano in quanto ambisce a diventare vicepresidente della Commissione (al posto del lettone Valdis Dombrovskis del Ppe), e intende farlo prima delle Presidenziali francesi.

Il governo sa che non sarà possibile ottenere due decimali di Pil di flessibilità, come in passato; forse neppure uno. In questo caso serviranno tagli di spesa subito, e nella lista di possibili interventi ci sono il bonus da 500 euro ai 18enni, parte degli sgravi fiscali per le aziende che verrebbero resi più selettivi, criteri più selettivi per l’anticipo pensionistico e gli incentivi per i lavori condominiali. Con Renzi la risposta sarebbe stata: «Non prendiamo ordini da Bruxelles». Ma soprattutto un giro di vite non è un buon viatico per le elezioni anticipate.

L’immigrazione vede il tentativo di inversione a U del neoministro dell’Interno Marco Minniti. Ovvero l’utilizzo dei Centri di identificazione ed espulsione – come prevede la loro funzione – per il respingimento dei clandestini senza diritto di asilo. Serve la disponibilità dei Paesi africani e Minniti si muove non solo con la Libia del pericolante Fayez al-Sarraj, ma anche con Tunisia, Nigeria, Senegal. Un lavoro che richiede tempo, contatti discreti (il Viminale ha chiesto la collaborazione dell’Eni e della Germania), magari la stabilizzazione dell’area con il padrinato di Egitto e Russia. Velleitario? Eppure la discontinuità non poteva essere più netta rispetto alla pratica dell’accoglienza in cambio di flessibilità europea. Terzo fronte, sindacati e corpi intermedi. La neoministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, ex Cgil, ha accolto le richieste sindacali garantendo agli ex precari del Sud “deportati” il rientro nelle regioni di origine.

La “Buona scuola” si trasforma insomma nella “Scuola buona”. Mentre la bocciatura della riforma costituzionale fa rialzare la testa ad altri corpi intermedi, quelli territoriali a cominciare dalle province, dove più forti sono i sindacati. Potrebbe essere la classica mossa elettorale, sennonché è proprio un renziano della prima ora (benché di recente messo in ombra dall’ex premier), il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, che con gli enti locali e le loro richieste ha a che fare tutti i giorni, a criticare «l’eccesso di protagonismo di Renzi». Una stoccata che ha lasciato il segno, come la lettera al Corriere della Sera del sindaco renziano di Milano Beppe Sala, con l’invito ad arrivare a fine legislatura.

Al contrario, molta fotocopia c’è. Non per la permanenza nel governo di Luca Lotti e Maria Elena Boschi, i petali più famosi del “giglio magico”. Quanto per la conferma di Filippo Sensi a portavoce di palazzo Chigi, e soprattutto per la nomina a capo staff di Antonio Funiciello, già spin doctor di Lotti. Ma le fotocopie possono essere archiviate. Invece gli impegni presi finora bastano ad occupare un anno di attività. Certo, il Pd di Renzi può staccare la spina. Ma si fanno anche altri calcoli.

Primo: dopo le elezioni servirà un accordo con il centro, se non con Silvio Berlusconi (che punta esplicitamente su Gentiloni), almeno con una possibile nuova forza moderata messa in piedi da Stefano Parisi, Flavio Tosi, Luigi Brugnaro, magari Federico Pizzarotti. E poi: si può andare a votare sotto lo shock del terremoto e altre emergenze, rischiando una sconfitta stavolta fatale?

[Foto in apertura di Hans Christian Plambeck / Laif / Contrasto]

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