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30 gennaio 2017

Il populismo travaglista

L’eccezione italiana, dalla retorica forcaiola dei grillini all’intolleranza della Lega Nord fino alla critica sarcastica ai garantisti del direttore del Fatto Quotidiano

Giorgio Fontana

In Italia, il populismo penale – ben indagato da un saggio dal titolo omonimo di Anastasia, Anselmi e Falcinelli del 2015 – si applica diffusamente e per via trasversale. Varia dalla retorica forcaiola del grillismo d’assalto all’aperto invito di intolleranza della Lega nord, fino al “travaglismo” – la sopravvalutazione dell’organo giudiziario e la critica sarcastica ai garantisti. Credo ci siano due cause alla base di questo fenomeno. La prima, già evidenziata da Fassin, è una recrudescenza strutturale dell’odio: per cui la punizione è un’affermazione delle proprie pulsioni prima che un intervento teso a fornire maggiore sicurezza pubblica. La seconda invece è di ordine locale.

La deroga italiana dei poteri alla magistratura e alla polizia – e il desiderio che si facciano supplenti del lavoro politico – è uno dei danni peggiori della dialettica berlusconismo/antiberlusconismo. Ne paghiamo ancora il dazio: in tale deroga c’è il sintomo di una profonda mancanza di responsabilità civica, e persino di autocritica. Al netto dell’ovvia differenza fra un onesto cittadino e un criminale, c’è una vasta area grigia di piccole infrazioni e minuscole colpe che rimproveriamo con la bava alla bocca agli altri, e che quando commettiamo noi vengono subito minimizzate. Penso ad esempio a chi si indigna per la violenza sulle donne e pratica su basa quotidiana una microviolenza linguistica o morale che nutre il medesimo humus.

Quanto alla traduzione fattiva del populismo penale, il mondo carcerario italiano, i dati sono chiari. In un’inchiesta per La Stampa del 18 settembre 2016, dal titolo La condanna del carcere: 7 su 10 ritornano dentro, Andrea Malaguti spiegava con chiarezza i numeri della catastrofe penitenziaria: «Scontano le pena, delinquono e vengono arrestate di nuovo, in una giostra senza fine che riguarda a rotazione circa duecentomila uomini e donne in Italia, 54mila dei quali sono oggi dietro le sbarre».

«La situazione è disastrosa. E fa impressione vedere che non esistono numeri ufficiali sulla recidiva. Significa che il Sistema ignora uno dei dati fondamentali legati alla funzione della pena», dice Alessandro Scandurra dell’Associazione Antigone. A dimostrazione che l’ossessione punitiva si ferma a castigo comminato, senza badare all’efficacia del medesimo: della lotta alla recidiva – che avviene innanzitutto attraverso il lavoro – non importa nulla a nessuno (o quasi: una bella eccezione è l’impegno del senatore Luigi Manconi).

In effetti, l’idea di una giustizia che segua con attenzione l’individuo al fine di un autentico reinserimento nella comunità, non è solo auspicabile: è anche esplicitamente invocata dalla Costituzione. Eppure, quando si propone questa via, emergono subito obiezioni legate all’assenza di una severità che si ritiene indispensabile e, soprattutto, efficace. In realtà la giustizia riparativa non ha nulla di dolce o soave; al contrario.

Nel classico Pena e retribuzione. La riconciliazione tradita, il teologo e giurista Eugen Wiesnet lo diceva con chiarezza: «sotto molti profili l’esecuzione riconciliativa delle pene dovrebbe divenire più “dura” di quella attuale… Dovrebbe essere più esigente e stimolante in senso socio-pedagogico, contrastando con coerenza e con maggior forza rispetto al passato tutti i meccanismi desocializzanti della condizione carceraria che ostacolino la prospettiva di un valido avvenire».

Ma c’è anche un’altra strada da battere con forza. Il populismo penale dimentica completamente l’utilità della prevenzione e dell’educazione. Creare una società più equa, combattendo il razzismo e le diseguaglianze, lavorando per una più robusta alfabetizzazione morale: tutto questo strappa alla radice diverse ragioni per delinquere. E allora, se punire comporta una gioia perversa, limitare l’esercizio di questa passione triste per concentrarsi sulle cause che determinano la colpa sarebbe più logico e razionale: un compito urgente per i tempi che ci aspettano.

È tutto già in Beccaria, dopotutto. In Dei delitti e delle pene si legge: «È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile, per parlare secondo tutt’i calcoli dei beni e dei mali della vita».

[Foto in apertura di Alberto Pizzoli / Afp /Getty Images]

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