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29 gennaio 2017

“La La Land”, un sogno a ritmo di jazz

Due artisti in cerca della loro occasione a Los Angeles. Arriva in Italia il film di Damien Chazelle con 14 nominations agli Oscar. Quasi autobiografico

Aldo Fresia

► Dal nuovo numero di pagina99 in edicola dal 28 gennaio 2017 o in edizione digitale

C’è un aneddoto che aiuta a rivelare il cuore pulsante di La La Land. L’ha raccontato il produttore Marc Platt durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è stato presentato per la prima volta a pubblico e critica. Riguarda il trentaduenne Damien Chazelle, sceneggiatore e regista di La La Land che in quel momento era già considerato una delle voci più originali del cinema statunitense contemporaneo grazie al suo primo film (Guy and Madeline on a Park Bench) e soprattutto grazie a Whiplash. L’aneddoto riguarda l’ultimo giorno di riprese: si gira in esterni, senza luci artificiali, perché mancano giusto una manciata di inquadrature di contorno. A un certo punto il sole cala, arriva la notte e Platt si avvicina a Chazelle per congratularsi con lui.

Il regista, che ha preso in mano la cinepresa in cerca di un nuovo punto macchina, lo guarda e dice: «Ora giriamo qualcos’altro». «Damien, penso che sia arrivato il momento di appoggiare la cinepresa: il film è terminato e non c’è più luce», gli risponde Platt. Che aggiunge: «Lui mi ha guardato con un’immensa tristezza negli occhi e, riluttante e con lentezza, mi ha consegnato la cinepresa». Questo aneddoto racconta il tipo di passione che ha animato Chazelle, ma anche il tipo di storia contenuto nel film.

I protagonisti di La La Land sono due artisti in cerca della loro occasione a Los Angeles: Mia (Emma Stone) lavora come cameriera in un bar e partecipa a un provino dietro l’altro inseguendo un ingaggio come attrice che non arriva mai; Sebastian (Ryan Gosling) è un pianista che fatica ad accettare gli enormi compromessi che il panorama musicale chiede a qualcuno come lui, animato da profonda ammirazione per l’ostico free jazz.

Mia e Sebastian si incontrano, si innamorano e continuano a perseguire il proprio sogno sostenendosi a vicenda, pur fra alti e bassi e con la tentazione di abbandonare tutto e di crescere, quasi i propri desideri di affermazione artistica fossero illusioni effimere e immature. Va da sé che Damien Chazelle la pensi in modo diametralmente opposto. Per certi versi Chazelle racconta la sua storia, quella di un giovane arrivato a Hollywood con la voglia di fare qualcosa di lontanissimo da ciò che va per la maggiore.

La sceneggiatura di La La Land la scrive infatti mentre studia cinema ad Harvard, nel 2010. L’idea è di recuperare il musical classico, però attraverso il jazz. Neanche a dirlo, i produttori non ci pensano proprio a finanziare un progetto di questo tipo: il musical gode di fortune alterne, ma non è certo una gallina dalle uova d’oro; inoltre, Chazelle vuole utilizzare musica originale, dunque non c’è nemmeno la possibilità di sfruttare le potenzialità commerciali di brani già conosciuti dal pubblico; infine, la musica in questione è il jazz, un genere considerato inadatto al grande pubblico.

Tanto che, per esempio, qualcuno propone a Chazelle di trasformare il protagonista in un musicista rock. Lui insiste e alla fine ottiene i finanziamenti per La La Land, complice anche il successo di Whiplash (che, tra l’altro, ha conquistato il pubblico pur essendo infarcito di jazz in 7/8). È molto difficile agguantare il proprio sogno cedendo a pochissimi compromessi, e così si può leggere l’aneddoto raccontato dal produttore Marc Platt: quello di un regista riluttante a terminare il film perché non vuole smettere di vivere un momento che, guardato con un minimo di realismo, ha del miracoloso e rappresenta in fondo un’eccezione rispetto alla sorte di molti che ci provano e falliscono.

La La Land può piacere o meno, ma è innegabile il fatto che in ogni inquadratura trapeli il genuino entusiasmo di Damien Chazelle. Un esito forse inevitabile alla luce di come il regista declina qui le logiche del musical, cioè facendo dei canti e dei balli i momenti in cui i personaggi si rifugiano in un ideale più bello e ottimista rispetto alla cruda realtà. Sempre durante il festival veneziano, Emma Stone ha pronunciato una frase che chiude perfettamente il cerchio: «Penso che oggi i giovani abbiano ceduto al cinismo, deridendo ed evidenziando i difetti di ogni cosa. Questo film è esattamente il contrario ed è stata una gioia immensa farne parte».

[Fotografia in apertura di Lions Gate / Courtesy Everett Collection / Contrasto]

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