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27 gennaio 2017

Da Liverpool a Boston, la comunità cinese esce dal ghetto

Sempre più istruite, integrate e ricche. E sempre meno legate alle tradizioni. Così le nuove generazioni stanno cambiando le Chinatown d’Occidente

Gabriella Colarusso

Dal numero di pagina99 in edicola il 21 gennaio 2017

Come molti ragazzini cinesi di seconda generazione, Alan Mak ha passato l’adolescenza a lavorare e studiare. Aiutava i suoi a mandare avanti un piccolo takeaway di York, nel nord dell’Inghilterra, dove la famiglia si era trasferita all’inizio degli anni Ottanta, dal Guandong, per «sfuggire alla dittatura». Ma Mak è stato anche il primo in famiglia a fare il salto e a frequentare l’università, dopo aver vinto una borsa di studio alla facoltà di legge a Cambridge, e nel 2015, a 31 anni, ha conquistato un altro record: primo politico di origine cinese eletto nella Camera dei lord del Parlamento britannico. Partito conservatore. Eppure delle sue origini non vuole sentire parlare: «Non mi interessa affatto ciò che a Hong Kong o in Cina pensano di me, perché io non li rappresento. Io rappresento la gente di Havant (il distretto che l’ha eletto, ndr)», ha raccontato al South China Morning Post subito dopo l’elezione.

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«Io sono inglese», o francese o italiano: è la nuova normalità di una generazione di sino-europei nati e cresciuti nei Paesi dove si è concentrata la diaspora cinese nel corso del Novecento – Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania soprattutto, e in tempi più recenti, la Spagna. Una generazione istruita, più ricca di quella dei padri, fatta di avvocati, stilisti, designer, analisti finanziari, ristoratori di cibo bio e “vero cibo cinese”, perfettamente integrata nel flusso dei consumi occidentali – dall’abbigliamento alle serie tv – ma anche capace di influenzare le abitudini e le culture locali. A loro si sono uniti in misura crescente negli ultimi anni i rich kids provenienti da Pechino, Shanghai, Hong Kong che sempre di più scelgono l’Europa, e non solo gli Stati Uniti, per studiare o fare affari.

Due dati fotografano la tendenza: i cinesi sono i primi cittadini extraeuropei per numero di iscrizioni nelle università del Regno Unito, oltre 91 mila, seguiti da malesiani e statunitensi. E in tutta l’Unione sono quelli che più di altri fanno richiesta di permesso di soggiorno per motivi di studio: 61% del totale delle domande accettate nel 2015, contro il 38% degli indiani, il 31% degli americani, il 6% degli ucraini. Questa classe media emergente fatta di seconde generazioni e nuovi immigrati altamente qualificati sta cambiando anche la fisionomia delle comunità di appartenenza, le Chinatown europee.

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A Liverpool, che ospita quella più antica d’Europa – i primi migranti arrivarono alla fine del 1850 – ad aprile dello scorso anno sono iniziati i lavori di costruzione della nuova Chinatown: 120 mila metri quadri in Great George Street, 850 nuovi appartamenti, residenze, centri commerciali, studios, un progetto avveniristico da 200 milioni di sterline finanziato dalla North Point Global, società con sede a Hong Kong, e destinato soprattutto alla business community.

I cinesi della “vecchia” Chinatown guardano all’iniziativa con ammirazione ma non senza preoccupazioni e le tensioni tra i due mondi sono finite anche sulla stampa inglese. «Se il messaggio è: scusate amici, ma il tempo è scaduto; voi siete il passato e noi il nuovo, è un messaggio che non mi piace. Cosa succederà all’identità della comunità?», ha dichiarato Alan Seatwo, della Liverpool Chinese Business Association. Probabilmente quello che sta accadendo alle Chinatown di Boston, Philadelphia, New York, sottoposte a un processo di gentrificazione che le ha rese sempre meno cinesi, come racconta uno dei pochi studi sul tema realizzato dall’università della Pennsylvania nel 2015. Le ragioni del cambiamento sono diverse, culturali innanzitutto. I sino-americani della East Coast e i nuovi immigrati cinesi preferiscono stabilirsi nei quartieri “normali”, si identificano più con gli abitanti di un sobborgo di New York che non con i padri e i nonni che ancora parlano cantonese.

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Cheryl Wang, 42 anni, due figli, due master, analista finanziaria, che parla mandarino e vive a Exton (Philadelphia) ha spiegato così all’Atlantic la sua scelta: «Il nostro background è molto diverso, parliamo lingue diverse. Non è pulita come il quartiere in cui vivo ora e c’è troppa folla. Non mi piace Chinatown». Le trasformazioni economiche e urbanistiche fanno il resto. Sebbene infatti la popolazione cinese in America abbia visto migliorare sensibilmente la propria condizione economica negli ultimi due decenni – lo United States Census Bureau stima che il reddito medio annuale dei migranti cinesi sia più che duplicato dal 1990 a oggi – l’aumento del prezzo delle case nelle Chinatown di Boston e Philadelphia ha reso gli affitti inaccessibili per molti colletti blu e il vuoto è stato colmato dai bianchi.

«Nel 1990, gli asiatici rappresentavano più della metà della popolazione nelle tre Chinatown», rivela lo studio. «Nel 2010 erano ancora il gruppo maggiore di residenti, ma costituivano meno della metà della popolazione» dell’area. Nel frattempo, è cresciuta rapidamente la popolazione bianca: a Boston e Philadelphia è duplicata tra il 2000 e il 2010. Se gli archi tradizionali e i dragoni resteranno solo materia per turisti, come prevedono i ricercatori americani, è presto per dirlo. Certo a Chinatown si parla sempre meno cinese.

[Fotografia in apertura di Alessandro Digaetano per pagina99]

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