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26 gennaio 2017

Ecco gli intellettuali di Trump in guerra con l’accademia

Milo Yiannopoulus, Victor Davis Hanson, Peggy Noonan... Cresciuti in think tank conservatori, disprezzano le élite del Paese e l'intellighenzia delle università

Giulio D'Antona

Dal numero di pagina99 in edicola il 21 gennaio 2017

Milo Yiannopoulus ha trentatré anni, è bianco, britannico, occupa una posizione di osservazione privilegiata come editor della sezione tech di Breitbart News – il sito di informazione statunitense fondato da Andrew Breitbart che è diventato il porto franco della destra ultraconservatrice – si ossigena i capelli e si definisce un «fondamentalista della libertà di parola». In altri tempi, lo avrebbero chiamato “troll”, “provocatore”, al limite “opinionista scomodo”.

Man mano che si mescolava sempre più omogeneamente alla cosiddetta alt-right e si accendeva di nuovi entusiasmi per il presidente in carica Donald Trump, si è lanciato in varie battaglie in nome del (suo, proprio e personale) libero pensiero: una campagna diffamatoria gratuita contro l’attrice afroamericana Leslie Jones, spinta ad abbandonare Twitter per via della pioggia di insulti a sfondo razziale inaugurata e alimentata dallo stesso giornalista; l’idea di fondare la prima borsa di studio dedicata esclusivamente a uomini bianchi; la perpetua predicazione contro il «cancro sociale» rappresentato dal femminismo moderno «isterico, rancoroso, profano e lesbico».

Come sottolinea Alexandra Schwartz sul New Yorker, il fatto che Yiannopoulos sia gay non fa che acuire il senso d’ansia per la misoginia diffusa che trasmette quest’ultima affermazione. Quando, dopo il caso Jones, anche questo maître à penser del suprematismo bianco è stato allontanato dai Social, non si è dato per vinto. Si è sistemato più comodamente sulle sue posizioni, ha riorganizzato le forze, aspettato che il tempo e la volontà popolare facessero il loro corso e infine strappato un accordo editoriale per il suo primo libro: Dangerous, in uscita il prossimo marzo per Threshold, un editore del gruppo Simon & Schuster, ma già al primo posto delle prevendite su Amazon.

«Quando ho incontrato gli editori», ha dichiarato nel corso di un’intervista per Hollywood Reporter, «ho cercato di scandalizzarli con battute sconce e opinioni estreme, ma invece di cacciarmi a calci mi hanno proposto un contratto». Da 250 mila dollari d’anticipo, bisognerebbe aggiungere. Al di là del merito riguardo alla legittimità della pubblicazione – Simon & Schuster è un gruppo editoriale e come tale porta avanti progetti economicamente convenienti: le prevendite per ora gli danno ragione – bisognerebbe riflettere sulla classe intellettuale che l’alt-right sta producendo, se non altro perché toccherà farci i conti per almeno quattro anni.

 

L’intellighenzia liberal e il suo opposto

Mentre l’élite culturale statunitense minimizzava il problema, scostandosi con una scrollata di spalle dal populismo dilagante e scegliendo di vivere quella che poi si è rivelata una candida illusione, la rivoluzione si preparava su altri piani e con altri mezzi. I pensatori dell’ala moderata del Partito Repubblicano, dalle università dell’Est del Paese, prendevano le distanze dal loro candidato e la vastissima gamma di letterati liberali pontificava dalle spalle di Hillary Clinton e fantasticava su come sarebbe stata un’amministrazione Sanders. Gli altri, profeticamente, infiammavano i social network parlando la lingua del popolo e formulavano, utilizzando i mezzi preferiti di chi lo avrebbe guidato, la letteratura del mondo a venire: urlata, diretta e irrispettosa; non per forza densa di contenuti ma certamente difficile da equivocare.

Per un po’ di tempo identificare quali sarebbero stati gli intellettuali di Trump è stato difficile come trovare qualcuno che volesse suonare alla sua festa d’insediamento. La comunicazione della campagna presidenziale, d’altronde, si è fondata su un nettissimo distacco rispetto all’idea di élite, classe culturale o congrega intellettuale. Di più: l’anti-intellettualismo è stato un punto essenziale per conquistare tutti quegli elettori stanchi dei concetti complicati e dei ragionamenti in politichese che faticavano ad arrivare al cuore delle persone e che avevano determinato, nelle convinzioni del presidente e dei suoi, la perdita di fiducia nei confronti della classe politica. Quella fetta di America senza librerie né velleità artistiche da cui l’intellighenzia liberal si è fatta sorprendere quando, a traguardo raggiunto, è passata dalla parte della ragione.

Lo racconta bene Michel Floquet, giornalista e vicedirettore del canale televisivo francese Tf1, nel suo saggio Triste America (tradotto da Alberto Folin per Neri Pozza). «Gli Stati Uniti di Trump», anche dal punto di vista culturale, «sono un impero in avaria», scrive Floquet e viene difficile dargli torto. Un blogger anonimo che si firma Publius Decius Mus, tra i più accaniti (e convincenti) sostenitori di Trump, la metteva così sulla Claremont Review of Books: «Votare per Trump è come, a bordo di un aereo dirottato dai terroristi, prendere d’assalto la cabina di pilotaggio: le conseguenze potrebbero essere disastrose, ma ancora più disastroso sarebbe starsene con le mani in mano. […] Solo in una democrazia corrotta un personaggio come lui potrebbe aspirare alla presidenza, ma proprio essendo il prodotto diretto della corruzione, è anche l’unico in grado di ripulire il sistema».

A supporter wears an American flag scarf and a Donald Trump button as she waits to see Trump at a campaign event at the Atkinson Resort & Country Club in Atkinson, N.H.

Contro gli accademici

La destra moderata reagiva scandalizzata. Jonah Goldberg, dalle colonne del periodico National Review, che mantiene tutt’oggi una posizione critica, definiva l’analisi di Decius «grottesca e irresponsabile». Col tempo però, si sarebbe accorto che il pensiero irresponsabile stava guadagnando più consensi della moderazione razionale. L’anti-intellettualismo, il rifiuto culturale esplicito, il richiamo irresistibile dell’azione di pancia e la democrazia da Social avrebbero vinto su tutta la linea. Lo scorso ottobre, quando ancora nessuno poteva crederci, è stato reso pubblico un elenco di più di centoventi scrittori e accademici per Trump, molti dei quali analisti politici e consiglieri già attivi al Congresso, sotto il nome di Scholars and Writers for America. Come molti si sono affrettati a sottolineare, tra i nomi più o meno noti c’era chi nascondeva un voto di protesta e chi aveva a cuore il profitto individuale più che la crescita comune, ma anche chi vedeva sinceramente nell’elezione di Trump la soluzione a tutti i problemi.

Personalità autorevoli come lo storico Victor Davis Hanson, tra i primi a esprimere la sua apertura verso il candidato repubblicano quando l’intero partito sembrava schierarglisi contro, hanno approfittato di Scholars and Writers for America per esprimere la loro posizione nei confronti della politica di Obama: senza mezzi termini «una moderna forma di fascismo, mascherato da democrazia». Lo zoccolo duro della filosofia trumpista deriva dal rifiuto degli ambienti accademici tradizionali e da una diaspora verso Ovest che vede il suo fulcro nel Claremont Institute, il think-tank ultraconservatore basato in California che oggi rappresenta il più granitico e inscalfibile feudo presidenziale. È stato il docente di scienze politiche Charles Kesler che, proprio a Claremont, in un articolo dal titolo Trump and the Conservative Cause ha stilato il manifesto della campagna elettorale, rispolverando concetti presi in prestito dallo storico Harry Jaffa che a suo tempo aveva individuato nel pensiero aristotelico le basi per la ricostruzione della “greatness” americana, tanto anelata e promessa.

Kesler metteva in luce i limiti dell’allora candidato, ma è stato anche il primo fra molti a sottolinearne il valore in termini meno pretestuosi, ma netti quanto quelli del già citato Decius. «Trump gode di un talento politico eccezionale», scriveva. «Ed è dotato di un’energia e una capacità di resistenza fuori dal comune». Anche la giornalista del Wall Street Journal Peggy Noonan si è avvicinata al presidente in carica, sedotta dal “dinamismo” che ha impregnato la sua campagna elettorale e dall’energia di cui Trump stesso ha sempre fatto vanto. «I suoi sostenitori», ha detto Noonan, «emanano allegria, sono le uniche persone felici nella politica americana. Se la spassano». Allo stesso modo sembrano pensarla eminenti politologi come il presidente dell’Hillsdale College Larry Arnn e Hadley Arkes, membro della facoltà di Amherst, nel Massachusetts, che ha definito Trump «l’unica alternativa ragionevole alle tenebre della corruzione politica».

Un altro membro del Claremont, il saggista Ken Masugi ha, per un certo periodo, fatto confluire nel sito Journal of America Greatness le firme più interessanti del neonato panorama trumpiano, tutte sotto pseudonimo. Il progetto è naufragato dopo poco, per il dilagare della paranoia di essere smascherati [sic!], ma il fermento c’è stato. Noonan, in un eccesso di entusiasmo, ha dichiarato che la campagna repubblicana rappresentava «il volto del paese progressista, animato dalla linfa vitale della giustizia e della rivalsa contro un governo illegale». L’ex portavoce della Camera dei rappresentanti Newt Ginrgich rincarava: «Trump è come il bambino che si accorge che il re è nudo».

 

Godiamoci lo spettacolo

Se Yiannopoulos, che settimana dopo settimana ha fatto di tutto per essere accostato sempre più innegabilmente al suprematismo bianco, rappresenta un caso limite, ma anche il più spettacolare esponente di questa deriva contro-culturale, c’è un tema che lega tra loro i capisaldi del pensiero trumpiano: la convinzione di essere vittime di un sistema repressivo e di dover combattere per affermare la propria libertà di dire quello che vogliono e con i mezzi che ritengono necessari. Una moderna e semplificata rivalsa degli ultimi.

Il fumettista Scott Adams, creatore della striscia Dilbert, inizialmente tra i repubblicani del #NeverTrump, ha operato una sintesi perfetta della situazione, spiegando la scelta di tornare sui suoi passi: «I politici ci nascondono troppe cose, e molte altre non abbiamo i mezzi per capirle. Ci vuole qualcuno che ci guidi fuori da questa presa in giro». E ha aggiunto: «Ho dichiarato che avrei votato Hillary solo perché vivo in California. Se non lo avessi fatto, sarei stato in pericolo di vita». Per ora, come a suo tempo suggeriva il dottor Hunter S. Thompson preparandosi all’amministrazione Nixon: «Abbiamo pagato il biglietto, godiamoci lo spettacolo».

 

[Fotografia in apertura di Scott Eisen / Getty Images]

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