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25 gennaio 2017

Xi Jinping, il comunista che dà lezioni di libero mercato

Il padre in un campo di rieducazione. L’ascesa nel Partito. Fino alla alla conquista di tutte le cariche importanti. Ritratto di un leader autoritario

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola il 21 gennaio 2017

Davos 2017. Xi Jinping è il primo presidente cinese a entrare nel tempio del liberismo. Mao Zedong definiva l’imperialismo statunitense una «tigre di carta» e oggi, neanche settant’anni più tardi, il figlio di uno dei suoi più stretti compagni di lotta rivendica il cammino percorso dalla Cina sotto la guida del Partito comunista cinese per dirigere l’orchestra della globalizzazione. Dopo essere salito sul cocchio della regina Elisabetta, colui che è anche il segretario generale del partito comunista più grande del mondo difende apertamente la globalizzazione e il libero mercato. In tempi di Brexit e di Trump, Xi invita a «non ritirarsi nel porto ogni volta che si incontra una tempesta», altrimenti «non raggiungeremo mai la sponda opposta dell’oceano». I grandi dell’economia mondiale applaudono. «Grande è la confusione sotto il cielo», soleva dire il padre della patria. Per poi concludere: «La situazione è eccellente». E infatti l’occasione, per l’uomo che ha fatto del «rinascimento della nazione cinese» il suo slogan personale, non poteva essere migliore.

La Cina, nella narrativa dell’attuale presidente, deve riconquistarsi il posto che le spetta al centro del mondo. Lo fa attraverso investimenti miliardari per nuove infrastrutture all’estero, rafforzando il suo ruolo negli organismi internazionali e creandone di nuovi. E Xi Jinping sta diventando l’unico suo volto riconoscibile. La chiamano la “diplomazia degli yuan”. Ogni volta che il presidente fa un viaggio ufficiale all’estero lo accolgono come un imperatore, tanto da ricordare a molti le relazioni degli stati vassalli con Pechino ai tempi del Celeste impero. Anche quando è arrivato in Svizzera, una pacifica manifestazione di sostegno al Tibet è stata prontamente dispersa. Nulla doveva turbare la sua permanenza. Quello che in pochi hanno notato è che, aprendo il forum economico, Xi Jinping ha rotto l’ennesima regola non scritta della leadership più oscura al mondo: fino a oggi è sempre stato il premier cinese a occuparsi dell’economia, non il presidente.

 

Presidente di ogni cosa

Chi legge le foglie di tè sa bene che, camminando su quel tappeto rosso srotolato dalla comunità internazionale, Xi, oltre a diventare “maestro di metafore”, ha fatto un ulteriore passo in avanti nel suo essere “presidente di ogni cosa”. Al compimento del suo quarto anno di governo, i titoli che gli sono stati conferiti non si contano più. È presidente, comandante in capo della Commissione militare, segretario generale, direttore della Commissione per la sicurezza nazionale, capo del gruppo centrale per le riforme ma, soprattutto, hexin, “cuore” e “nucleo” di quella complessa piramide politica in cui Stato e Partito si sovrappongono: la Repubblica popolare. «Salvaguardare il “cuore”, il segretario generale Xi Jinping, e applicare alla lettera ogni decisione che viene dal centro» è ormai la formula di rito per i funzionari che amministrano gli sterminati territori cinesi.

Dalla fine del 2012, quando si è insediato, Xi ha scelto l’approccio mediatico del rottamatore, colui a cui è stato affidato il compito di riordinare il caos lasciato dalle amministrazioni precedenti: corruzione, inquinamento, diseguaglianze sociali e messa in discussione del Partito unico. Finora tutti i suoi sforzi sono stati spesi nel ristabilire il suo personale controllo sul partito e quello del partito sullo Stato. Xi Jinping, non è più primus inter pares né membro di quella leadership collettiva a cui ci avevano abituato i suoi grigi predecessori. Non è un caso che siano stati riportati in voga la figura e il pensiero di Mao Zedong: «Il Partito e il governo; i militari, i civili e la cultura; il nord, il sud, l’est, l’ovest e il centro. Tutto è sotto la guida del Partito».

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Il terrore di un 1989

Come il grande timoniere aveva raccolto le sue massime nel Libretto rosso, sono ormai almeno otto i volumi con i discorsi e gli scritti di Xi di cui uno, Governare la Cina, è già tradotto in tutto il mondo. In cinese c’è un’applicazione per smartphone il cui nome, XueXi, gioca sull’omonimia del secondo carattere del verbo studiare e il cognome del presidente. E poi ci sono le decine di cartoni animati che la nuova propaganda ha confezionato per far arrivare il pensiero e le parole dello «zio Xi» alle nuove generazioni. Non solo. I suoi ritratti sono ormai ovunque, come anche le parole d’ordine del suo mandato: «Il sogno cinese». Apparentemente il presidente è davvero convinto che sia stato investito della responsabilità di salvare il Partito comunista e, quindi, la Repubblica popolare cinese.

Un’impresa titanica in cui non tollera ostacoli o dissenso. Il terrore è quello di finire come l’Unione sovietica nel 1989. Le aspirazioni democratiche di Hong Kong, quelle «indipendentiste» di Taiwan o dello Xinjiang, il rallentamento economico, la crescente disoccupazione e le voci che chiedono che la Cina diventi finalmente uno stato di diritto sono come strumenti che stonano nella sua orchestra. Vanno accordati al più presto o gettati via. «Il nostro Partito deve affrontare riforme, sviluppo e stabilità», aveva detto l’anno scorso in una di quelle riunioni del Politburo che raramente vengono rese pubbliche, «ma i conflitti, i pericoli e le sfide sono più numerosi che mai». Quindi?

 

Giornalisti e fedeltà

«Servire il popolo e la causa socialista è un requisito del Partito comunista cinese ed è essenziale per lo sviluppo futuro dei settori culturali e artistici della nazione». «Chi dirige giornali, magazine, radio e tv deve avere una fede politica forte e aderire allo spirito delle dottrine del Partito», chi dirige le università deve «perseverare affinché le sue scuole costruiscano sul cammino del socialismo» e chiunque insegni deve considerare «la fedeltà al Partito un compito richiesto dal suo impiego». Inoltre, appena una settimana fa, il presidente della Suprema corte del popolo ha richiamato pubblicamente i suoi sulla «necessità di alzare la guardia contro ideologie quali l’indipendenza giudiziaria, la separazione dei poteri e la democrazia costituzionale». Il risultato sono le centinaia di arresti nella società civile, un controllo senza precedenti su social network e mezzi di informazione e, soprattutto, le centinaia di migliaia di funzionari puniti.

 

Un milione di corrotti

Non passa giorno in cui l’homepage del sito della Commissione disciplinare non venga aggiornata con nuovi nomi di “mosche” e “tigri” accusati di corruzione. Ad oggi sono ben oltre il milione. Tra le “tigri” spiccano nomi di alto livello condannati all’ergastolo: Zhou Yongkang, numero 9 del precedente governo all’epoca a capo della Commissione militare e Ling Jihua, braccio destro dell’ex presidente Hu Jintao, una sorta di segretario di Stato. Dopo il periodo di purghe che ha contraddistinto gli anni della Rivoluzione culturale, nessun membro del Comitato permanente del Politburo era più stato messo sotto indagine. È evidente che Xi Jinping ha fatto saltare un altro accordo non scritto tra la dirigenza comunista. Lui è tutto proiettato sul «rinascimento della nazione cinese», ma prima si trova a dover consolidare la sua leadership, tranquillizzare un’opinione pubblica sempre più critica sull’operato del Partito, eliminare gli ostacoli sulla via delle riforme economiche e finanziare. Costi quel che costi.

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Quando denunciò il padre

Il presidente sa bene che «la rivoluzione non è un pranzo di gala» e che le lotte interne al Partito possono essere ancora più crudeli. Suo padre, Xi Zhongxun, si era unito al Partito comunista all’età di quattordici anni ed era stato uno dei fedelissimi che aveva accompagnato Mao dai tempi della Lunga marcia. Nato nel 1953, il piccolo Xi ebbe accesso a Zhongnanhai, il Cremlino cinese, e alla scuola dell’aristocrazia rossa, la Primoagosto, con sede in un palazzo un tempo abitato dai principi della dinastia Qing. Ma nel 1967, all’inizio della Rivoluzione culturale, Xi Zhongxun fu accusato da un gruppo di guardie rosse di aver osato guardare oltre il muro di Berlino e fu messo agli arresti. Il figlio dovette affrontare sberleffi e accuse, «diverse volte» fu costretto a denunciare il padre.

Nel 1968 fu mandato a rieducarsi a Liangjiahe, un villaggio che oggi è una tappa obbligata del turismo rosso. Qui, quello che sarebbe divenuto il settimo presidente della Repubblica popolare cinese, «visse in una grotta con gli altri contadini, con loro dormì su un kang (il letto di mattoni riscaldato a carbone tipico delle case tradizionali della Cina settentrionale), costruì dighe e riparò strade». Mentre in città sua sorella maggiore non aveva retto alle pressioni delle guardie rosse e si era suicidata e gli altri due fratelli erano scappati nel mondo degli affari, in campagna il giovane Xi scelse di aderire al Partito. Nel 1974 divenne segretario del villaggio e, quando alla morte di Mao il padre fu riabilitato, servì per tre anni un importante generale.

Poi cominciò a lavorare nelle amministrazioni di provincia. Suo padre fu escluso di nuovo dalla vita pubblica per aver appoggiato Hu Yaobang, il riformista i cui funerali furono miccia del movimento che portò all’«incidente di piazza Tian’anmen» nel 1989. Xi Zhongxun non apparve più in pubblico fino alla sua morte ma suo figlio, che nel frattempo teneva un profilo basso, scalava la piramide politica dello stato più popoloso del mondo: Fujian, Zhejiang, Shanghai e, nel 2007, Comitato permanente come successore designato dell’allora presidente Hu Jintao.

 

Oltre il potere

«Chi ha fatto poca esperienza del potere, tende a guardarlo come se fosse un mistero o un romanzo», ha dichiarato quell’anno Xi Jinping. «Ma io ho guardato oltre la superficie, oltre il potere, i fiori, la gloria e gli applausi. Ho visto le case trasformate in carcere e l’inconsistenza delle relazioni umane. Ho capito la politica, a un livello più profondo». A Davos ha dimostrato di aver capito anche che, se oggi la Repubblica popolare ha bisogno del resto del mondo, ancora più vero è che il resto mondo ha bisogno della Cina. Il rischio, conoscendo il personaggio e la sua storia, è che sarà il cosiddetto mondo libero a piegarsi alla sua visione politica.

 

[Fotografia in apertura di Laurent Gillieron / Reuters / Contrasto]

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