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23 gennaio 2017

Perché le crisi fanno bene

I crolli come quello del 2007 sono la naturale conseguenza di un’economia che innova. Cercare di evitarli frena la crescita. Lezioni per la Federal Reserve

l'Alieno Gentile

Dal numero di pagina99 in edicola il 21 gennaio 2017

La crisi del 2007, partita dai mutui subprime negli Stati Uniti, si è abbattuta come uno tsunami su tutta l’economia mondiale. I cittadini chiedono ai governi di stabilire una serie di regole e di limitazioni per non consentire che in futuro si possa ripetere una simile calamità. E le richieste di maggiore patrimonializzazione che i regolatori impongono alle banche vanno in questa direzione, sono uno degli effetti della ricerca di prevenzione, con buona pace delle banche francesi e dei loro ricorsi contro la Bce. Tuttavia, nessuno si illude che il problema dell’instabilità finanziaria sia in qualche modo risolto. D’altra parte è intuitivo: proteggere un aspetto finisce per lasciarne esposto un altro. Questa contraddizione è ancora più evidente da quando i flussi di capitale tra i diversi Stati sono aumentati, passando dal 5% del Pil mondiale negli anni ‘80 al 25% dell’economia globale di oggi.

Il nuovo scenario consente agli investitori di diversificare i loro portafogli con maggior facilità, permettendo l’acquisto di titoli di Paesi in via di sviluppo, a rendimenti più elevati, e facendo così arrivare capitali laddove sono più necessari. Certamente questo comporta anche dei problemi: le economie emergenti con mercati finanziari meno attrezzati possono avere delle difficoltà nel navigare tra flussi di capitale di grande portata. A peggiorare le cose le misure protezioniste introdotte in alcuni Paesi reindirizzano ed incrementano il rischio finanziario globale anziché ridurlo. Prendiamo il caso delle riserve monetarie in valuta estera. Le economie emergenti hanno imparato che grossi quantitativi di riserve in asset sicuri, come i treasury americani (titoli di Stato), possono garantir loro una certa protezione nei momenti di crisi.

Tuttavia i loro modesti rendimenti hanno spinto molti ad assumersi qualche rischio, che nei primi anni 2000 si concretizzò in acquisti di Mbs (titoli garantiti da mutui), considerati molto poco rischiosi, ma ben più redditizi. Questa dinamica fece sganciare i tassi dei mutui dalle decisioni di politica monetaria della Federal Reserve, facendo gonfiare una bolla immobiliare che con il suo scoppio ha colpito tutti. Per evitare il ripetersi di questa dinamica la Federal Reserve sta avviando un processo di innalzamento dei tassi, un meccanismo che porterà a privilegiare i risparmi agli investimenti, sottrarrà capitale alle attività più a rischio, mettendo un freno alla crescita globale. In questo senso, il fatto di avere in Europa una Banca Centrale Europea e non dipendere più dalle svariate politiche monetarie nazionali, consente di beneficiare di un coordinamento “macroprudenziale” automatico, impedendo che un singolo Paese si ritrovi improvvisamente a corto di flussi di liquidità.

L’idea più seducente è però senza dubbio quella di poter mettere l’economia mondiale su un binario saldo, sterilizzando ogni rischio di crisi. Questo approccio sembra dimenticare due punti cruciali. Il primo è che l’economia è una scienza umana, dominata da dinamiche imprevedibili, per effetto di un cruciale contributo dell’emotività dei suoi attori. L’altro – e forse ancor più importante – aspetto è che le crisi sono gli effetti di tentativi andati male. Una “bolla” si crea quando, con atteggiamento sperimentale, viene esplorata una qualche idea che si dimostra vincente, spesso si finisce per esagerare, portando i mercati a degli eccessi sulla spinta dell’entusiasmo per la nuova forma di creazione di valore. Non è altro che una diversa sfaccettatura della storia dell’Evoluzione o del metodo sperimentale: una sequenza di tentativi e fallimenti alla continua ricerca di un miglioramento.

Impedire all’economia di entrare in crisi significherebbe quindi mettere una camicia di forza a qualunque possibile innovazione, e persino alla sperimentazione di possibili innovazioni. Molto più efficace e meritevole è invece il duro lavoro che è necessario per gestire la situazione che segue lo scoppio di una crisi, proteggendo il più possibile il tessuto economico e sociale dalle ripercussioni e punendo eventuali responsabili di eccessi al di fuori delle regole. Perché questa azione di riparazione sia efficace deve prevedere un impianto di nuove regole che impediscano il ripetersi dei medesimi eccessi e costringano il sistema a trovare nuove forme di creazione di valore, fino a creare nuovi tipi di bolle. In questo senso il lavoro delle istituzioni non si sta dimostrando eccellente: prima della grande crisi finanziaria molti osservatori sottolineavano i troppo ampi sbilanci fra i deficit ed i surplus nei vari Paesi.

All’inizio degli anni ‘90 questi sbilanci equivalevano allo 0,5% del Pil mondiale, mentre nel 2007 si arrivò al 2%. Oggi siamo di nuovo oltre l’ 1,5% ma mentre i regolatori fanno la voce grossa verso chi realizza deficit troppo ampi, perdono il loro zelo quando ci sarebbe da mettere un freno ai surplus più ingombranti. Sbilanci crescenti non significano necessariamente che una nuova crisi è alle porte, ma semplicemente che la vulnerabilità dell’economia mondiale è in aumento. Sarebbe importante, però, non tornare a commettere gli stessi errori, ma imparare semmai a commetterne di nuovi, per poi imparare anche a correggere nuovi tipi di conseguenze. D’altra parte, in un mondo vittima di un costante calo di occupazione, «fare e disfare è sempre un lavorare», come nel vecchio modo di dire.

[Fotografia in apertura di Sami Siva / Redux / Contrasto]

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