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20 gennaio 2017

L’ascesa di Emmanuel Macron, il candidato senza partito

Per conquistare l’Eliseo ha costruito un movimento che riempie le piazze. E così l’enfant prodige della politica francese guadagna consensi a destra e sinistra

Leonardo Martinelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 14 gennaio 2017

PARIGI. «Emmanuel è un uomo di grande talento, ha tutte le carte in regola per diventare un buon presidente della Repubblica». Scusi, Monsieur Attali, ma anche lei, come altri, diceva che Macron non aveva un programma: «E, invece, quel vuoto lo sta riempiendo e molto bene. Non dico che lo sostengo, aspetto che illustri tutte le sue proposte, che il suo piano sia completo. Ma sono positivo». Uno dei suoi handicap, si sente dire, è di non avere alle spalle un vero partito, ma solo un movimento (En Marche!), creato appena dieci mesi fa. Pausa di riflessione e Attali chiosa: «Guardi che la vittoria attira i talenti».

 

Il terzo incomodo

Ma Macron può vincere? Soltanto due mesi dopo la sua candidatura e a quattro dalla sua uscita dal Governo, dove era ministro dell’Economia, Emmanuel, 39 anni, sta salendo, eccome. «Di sicuro non è quella bolla di champagne destinata a svanire che tanti avevano pronosticato», sottolinea Yves-Marie Cann, direttore degli studi politici di Elabe. I sondaggi, nell’era post Trump, vanno presi particolarmente con le pinze. E poi mancano ancora tre mesi e mezzo. Ma proprio da Elabe provengono gli ultimi disponibili. Piazzano al primo turno Macron fra il 16 e il 24% (dipende da chi sarà il candidato socialista, frutto delle primarie di fine gennaio, e se il centrista François Bayrou si presenterà o meno). È terzo dopo François Fillon, l’uomo della destra (in calo), e Marine Le Pen, la zarina dell’estrema destra, stabile.

In un caso, se il socialista in lizza fosse Arnaud Montebourg (della sinistra del partito) e se Bayrou non gareggiasse, Macron salterebbe davanti alla Le Pen, qualificandosi al ballottaggio. «Se, invece, alle primarie socialiste vincerà Manuel Valls, che è più moderato, imporsi al centro diventerà più difficile per Macron», precisa Cann. Sì, perché lui prende voti sia a destra che a sinistra, ma soprattutto lì, al centro. Un altro saggio analista, molto ascoltato a Parigi, che crede in lui è Dominique Moïsi, esperto di geopolitica. «Sta diventando il nostro Barack Obama, come nel 2007», osserva, «anche perché, rispetto agli altri, che sono candidati della paura, lui è quello della speranza».  Bello, sorridente, positivo, empatico. Secondo Moïsi, «sta attirando molti delusi di François Hollande a sinistra e a destra i frustrati, che alle primarie hanno votato Alain Juppé e si sono ritrovati Fillon». Che, ultraconservatore, si ispira esplicitamente nel 2017 alla Margaret Thatcher degli anni Ottanta.

 

Tra storia e storytelling

Emmanuel è un ex ragazzo di provincia, di Amiens (nel Nord), con un background cattolico e borghese. Brillante fin da ragazzino, divoratore di libri, si è costruito un’impressionante cultura, soprattutto umanistica. Ricorda sempre la figura di Manette, soprannome della nonna, maestra elementare in pensione, di origini semplici (i genitori, invece, sono medici affermati), che si occupava del piccolo fin dall’età di 5 anni: lo accoglieva a casa dopo la scuola e lo faceva leggere. Macron dice che il suo movimento non è né gauche, né droite, ma che lui, sì, è sempre stato di sinistra, anche grazie alla mitica Manette.

Di sicuro, non ha mai fatto attività politica e di certo da giovane non si infervorava sui testi di Marx e neanche su quelli di Pierre Mendès France, mito fondatore del socialismo francese. Ma più sui Verbatim di Attali, personaggio di una gauche complessa, più cerebrale che altro, anche ambigua. Altri due elementi importanti della sua biografia: la storia d’amore a 16 anni con la professoressa di lettere (è ancora sua moglie) e, più tardi, quando già era a Parigi a studiare, la vicinanza con il filosofo Paul Ricoeur. Con Macron, comunque, non si sa mai dove arriva la storia vera e la rielaborazione formato “storytelling”. Pure il mito del “filosofo banchiere” va un po’ stemperato.

È vero, ha studiato filosofia, ma, dopo essere stato respinto al concorso di accesso alla Normale, si è lanciato con disciplina e determinazione nella corsa classica ai diplomi (Sciences Po ed Ena) che in Francia permettono rapidamente di accedere all’élite. In seguito Macron ha subito puntato alla Rothschild, dove è diventato banchiere d’affari, dimenticando in fretta i suoi sogni e le aspirazioni letterarie (scriveva romanzi) o filosofiche. Ambizioso, si è lasciato sempre alle spalle tanti ammiratori, pochissimi amici.

 

Cosa propone?

Macron è un ibrido. Pro business (perché solo così si crea occupazione in una Francia che ha fame di occupazione) e sensibile allo sviluppo delle start-up francesi, soprattutto nell’hi-tech, vorrebbe più flessibilità sul mercato del lavoro, al di là della cauta riforma del settore fatta passare l’anno scorso dal tandem Valls-Hollande, in mezzo alle violente proteste dei sindacati. Ad esempio, non vuole abrogare le 35 ore di lavoro settimanali (particolarità francese, una zavorra secondo gli imprenditori), ma trasformarle in un regime flessibile, dove i più giovani lavorerebbero di più e i senior anche solo 32 ore.

Stesso approccio per l’età pensionabile, da modulare fra i 60 e i 67 anni, secondo i casi. Negli ultimi tempi, comunque, parla anche e sempre più di giustizia sociale. «Una delle sue proposte è ridurre al massimo i contributi imposti ai lavoratori, per ridurre il divario fra salario lordo e netto e aumentare il guadagno effettivo», sottolinea Cann. «Per compensare, aumenterebbe la Csg, una tassa che si applica su una base più vasta, anche ai redditi da capitale». A un Fillon che vuole ridurre le prestazioni del sistema sanitario, in Francia molto generoso, lui risponde promettendo di non voler revocare per cinque anni alcun rimborso. Anzi, l’obiettivo è di portare al 100% quelli su occhiali e protesi dentarie e auditive.

Passiamo alla politica estera: in una Francia, a destra e a sinistra, sempre più euroscettica, lui resta un europeista convinto. Nei giorni scorsi è andato a Berlino, dove ha elogiato la politica tedesca sui rifugiati (criticata pochi mesi fa da Valls, allora premier, in trasferta in Germania). «Macron non condivide la posizione pro Putin di Fillon», afferma Moïsi, «e farebbe di tutto per ricostituire con Angela Merkel, se rieletta, la storica coppia franco-tedesca, per guidare l’Europa. Sarebbe ora».

 

Senza partito si può?

È uno dei dubbi maggiori che gravano sul destino presidenziale di Macron. Nel 2007, dopo che Ségolène Royal passò a sorpresa le primarie della sinistra, si ritrovò in campagna contro Nicolas Sarkozy praticamente da sola, senza l’appoggio del suo partito, quello socialista, che a tratti la boicottò pure. La sua sconfitta fu dovuta in gran parte (forse soltanto) a quello. Un partito serve a organizzare la campagna a livello locale. Macron, in realtà, ne sta costituendo uno che è più un movimento civico (forse nel 2017 è quello che più ci vuole, vista la disaffezione per i partiti tradizionali).

Sulla carta, En Marche! è un successo, con già più di 135 mila aderenti. Ma per iscriversi basta qualche click su Internet e non si paga. Il movimento ha 108 referenti a livello delle province, che per il 40% sono donne. Per i due terzi non si erano mai impegnati in politica in precedenza. Proprio loro dovrebbero alimentare le candidature alle legislative, che seguiranno le presidenziali. Ma, se fosse eletto presidente, sembra improbabile che Macron possa costituire un governo serio solo con questi outsider.

Sì, però, come dice Attali, «la vittoria attira i talenti». Dopo le primarie della sinistra (che potrebbero registrare una partecipazione deludente e svilire di per sé il “peso” del candidato vincente), forse tanti socialisti, anche storici, saliranno sul carro di Macron. Proprio la Royal lo sta già incontrando di nascosto per consigliarlo. Nel 2007 Ségolène puntò molto su un aspetto messianico e di speranza, nel discorso e visivamente, indossando sempre abiti bianchi nei meeting. Ebbene, Macron ha iniziato ad allargare le braccia sul palco e a guardare in alto. Sta diventando Cristo?

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