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20 gennaio 2017

Quando un ateneo attrae cervelli stranieri

La comunità cinese di Milano sta cambiando pelle. Grazie anche alla Bocconi, tra le poche università italiane che vanta un'eccellenza internazionale

Editoriale

Dal numero di pagina99 in edicola il 21 gennaio 2017

La storia che raccontiamo in copertina suggerisce almeno un paio di riflessioni. La prima è semplice: il fatto che la comunità cinese di Milano, arrivata alla terza generazione, cambi pelle, cominci a produrre una classe media imprenditoriale di buon livello significa che facilitare l’integrazione delle popolazioni immigrate alla lunga serve a rendere più viva l’economia e a dare una scossa alla demografia traballante del nostro Paese. Ma c’è dell’altro. Questo sviluppo in parte inatteso nella capitale lombarda è stato possibile anche grazie agli studenti cinesi che hanno frequentato l’università Bocconi e hanno poi creato una Bocconi Chinese Student Association. Una delle poche università italiane che possono vantare un’eccellenza internazionale ha attratto cervelli dall’estero e li ha preparati a produrre ricchezza e posti di lavoro.

E questo impone una riflessione su quanto sta facendo il nostro Paese per rendere attraenti le proprie università nel mercato mondiale dell’istruzione. In un Rapporto pubblicato nel 2013, l’Ocse stimava in 4,5 milioni gli universitari al mondo che studiavano fuori dal loro Paese: il doppio rispetto al Duemila. Ogni anno, in media, il 4% degli studenti lascia la propria città per andare a studiare all’estero. E ovviamente i paesi di lingua inglese sono i più attraenti perché l’inglese è diventata la lingua franca non solo dell’accademia ma in generale del mondo del lavoro. Si tratta di un business che – stando a dati di Parthenon Group – vale 30 miliardi di dollari all’anno. In crescita.

L’università è ormai diventata un’industria globale e le istituzioni più prestigiose attraggono sempre più gli studenti migliori. Che rappresentano un business immediato per le tasse di iscrizione e la loro capacità di spesa nella città in cui approdano, e un business (ancora più importante) a lunga scadenza per l’impulso economico che daranno domani grazie ai contatti sviluppati negli anni della formazione. Tempo fa Mike Boxall (consulente per l’università alla PA Consulting) buttava lì una previsione interessante sul futuro dell’istruzione. Secondo lui in Occidente presto emergeranno tre categorie di atenei.

1. Gli oligarchi: i brand storici come Oxford e Cambridge, destinati a sopravvivere per l’effetto trainante del proprio marchio;
2. Gli innovatori: le università di medio livello che cercano di migliorare e di aumentare il numero di studenti di buon livello che si iscrivono;
3. Gli zombie: quelli che rifiutano di cambiare, non vogliono aumentare il numero di studenti e andranno inesorabilmente fuori mercato.

A quale categoria appartengono le università italiane, che secondo le classifiche internazionali viaggiano inesorabilmente (salvo eccezioni come la Bocconi, il Politecnico di Milano e poche altre) dopo la duecentesima posizione, spesso sopo la trecentesima? Non osiamo rispondere a questa domanda, ma ci affidiamo a un altro esperto per trarre indicazioni. Edward Glaeser, uno dei più ascoltati sociologi delle città oggi esistente al mondo, dopo aver confrontato lo sviluppo di decine di città americane ed europee, è arrivato alla conclusione che da almeno un secolo le città con una percentuale più elevata di persone istruite crescono più rapidamente di quelle con una percentuale meno elevata di laureati e di diplomati. Inoltre, le città “più istruite” sono anche le più agili nel riprendersi dalle crisi.

Evidentemente la cultura fa scattare una maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti socio-economici. Dice Glaeser che il segreto di questa agilità sta nel “capitale umano”. Un’ovvietà per molti versi, ma Glaeser va oltre individuando tre “città ideali”: la “città del consumatore”, abitata da persone più colte, e quindi più ricche e propense ai consumi, caratterizzata da uno sviluppo economico più rapido e quindi capace di attrarre investimenti; “la città dell’informazione”, dove si diffondono idee innovative generate da tecnici e intellettuali; e “la città che si reinventa” e si adatta alle mutazioni continue indotte dalle nuove tecnologie: anche in questo caso sono le fasce più istruite quelle in grado di star dietro ai cambiamenti socio-culturali e ad adattarsi alle rivoluzioni tecnologiche.

Dunque sono tre le ricette per il successo economico: gli alti consumi, la circolazione delle idee e la capacità di cambiare. E in tutti e tre i casi è la cultura l’elemento trainante. Più cultura significa consumi più raffinati, idee più innovative e maggiore capacità di cambiare e di adattarsi al nuovo. È un caso se Milano, che vanta la maggiore concentrazione di università di alto livello ed è certamente un polo di attrazione per ottimi studenti, è la città economicamente più viva del nostro Paese, la città più innovativa, con i consumi (anche culturali) più raffinati?

[Fotografia in apertura di Contrasto]

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