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14 gennaio 2017

Asia Centrale, dove rinasce il jihad

Dopo l’11 settembre Karimov, dittatore dell’Uzbekistan, sposa la guerra al terrore La caccia agli jihadisti immaginari dà vita a un movimento reale. Che contamina tutta l’area

Antonio Talia

Dal numero di pagina99 in edicola il 14 gennaio 2017

Negli ultimi mesi del 1991, mentre l’Unione Sovietica si sta definitivamente sgretolando e da ovest a est repubbliche e territori si autoproclamano indipendenti in una reazione a catena alla Dieci Piccoli Indiani, il “settimanale di resistenza umana” Cuore pubblica una buffa guida illustrata all’ex impero di Mosca con schede e vignette fulminanti, che mescolano nazioni appena nate a Paesi inventati: accanto alla Bielorussia (“Capitale: Bielomosca; Moneta: Bielorublo”), all’Ossezia del Sud e alla Gagauzia (sì; in qualche modo esistono entrambe), compaiono paesi da romanzo fantasy (“Ignazia”) che nell’assurdità del caos postsovietico potrebbero persino risultare verosimili.

Venticinque anni dopo, nelle ore successive all’attentato al Reina di Istanbul, si scatena la caccia a un sospetto centrasiatico; anzi, no, uiguro; anzi no, kirghiso; anzi, no, uzbeko; e lo sterminato territorio che si snoda appena a oriente di Istanbul fino alla Cina sembra ancora quello descritto dai redattori di Cuore: un gigantesco punto interrogativo nelle nostre mappe mentali, Terra Incognita, un Hic Sunt Leones dove, chissà, potrebbe persino esistere un’Ignazia popolata dagli Ignazi. Ma dietro i buffi nomi di nazioni in apparenza indistinguibili, l’Asia Centrale nasconde molto altro: dinastie e parentele in lotta tra loro con intrighi degni dei Borgia, enormi ricchezze, e soprattutto uno scontro tra dittature laiche e oppositori sempre più radicalizzati che sta fornendo all’Isis un serbatoio di guerriglieri che sembra inesauribile.

Una prima storia utile per capire il rapporto tra repubbliche centrasiatiche, Turchia e radicalismo islamista è quella di Abdullah Bukhari: 38 anni, cittadino uzbeko, questo imam vive dal 2002 a Istanbul, dove ha fondato cinque madrase conquistandosi un folto seguito tra la diaspora centrasiatica in Turchia. Bukhari è un predicatore molto attento a destreggiarsi tra i gruppi radicali, invoca il jihad contro Assad in Siria, Putin in Cecenia e soprattutto contro il presidente uzbeko Islam Karimov, e si muove su una linea molto sottile tra sostegno e critica allo Stato Islamico.

La mattina del 10 dicembre 2014, mentre Bukhari sta camminando verso la sua madrasa nella zona europea di Istanbul, un uomo gli si avvicina alle spalle, estrae una pistola dotata di silenziatore e lo uccide piantandogli un proiettile calibro 9 alla schiena. Secondo la polizia i responsabili dell’esecuzione sono tre uzbeki e un russo-ceceno: i quattro agivano agli ordini di “Misha”, un agente dell’Snb, i servizi segreti uzbeki, nipoti del Kgb dei tempi della Guerra Fredda.

L’articolo continua nel nuovo numero di pagina99 in edicola e digitale

[Foto in evidenza di Shamil Zhumatov / Reuters / Contrasto]

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