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13 gennaio 2017

L’algoritmo di Google che nega l’Olocausto

Una giornalista del Guardian ha provato a cambiare l'ordine dei risultati di ricerca. Come? Pagando il motore di ricerca.

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

E sia: post-verità, fake news, odio che corre sulla rete e censure statali evocate. Pare che non si parli d’altro. Spirito dei tempi? Chissà. Intanto si aggiunga al calderone un altro problema: Google è negazionista? La domanda non è peregrina. Già, perché se sul famoso motore di ricerca digitiamo (in inglese) la domanda “l’Olocausto ha avuto luogo?” come primo risultato troveremo il sito neonazista Stormfront con un articolo da clikbait (ovvero quegli articoli con titoli sensazionalistici o ammiccanti che servono a raccogliere click, quindi soldi dati dalla pubblicità) intitolato Le 10 ragioni per le quali l’Olocausto non è mai esistito.

L’algoritmo non pensa, l’algoritmo conta. E la sua funzione non è porsi questioni morali, bensì dare la prevalenza – per dirla in soldoni – ai siti in base alla loro “popolarità”. È la rete, bellezza! E soprattutto sono gli affari… Ma si può far qualcosa? Sì, come ha dimostrato una giornalista del Guardian. Carole Cadwalladr è riuscita a fare quello che Google sostiene esser impossibile, ovvero cambiare l’ordine dei risultati della ricerca. Lo dice il titolo stesso del suo articolo: Come far fuori i siti negazionisti dai primi risultati di Google? Pagando Google. La giornalista («non ho alcuna competenza informatica», precisa) tramite l’AdWords di Google ha pagato il link della pagina di Wikipedia sull’Olocausto.

Costo dell’operazione: inizialmente 24,01 sterline, poi salite a 289 per mantenere quella posizione. Qualche ora. Nella quale la giornalista ha rimpiazzato una menzogna con un fatto. Ha, insomma, pagato per la verità. «Se fate la ricerca e non trovate più il link sponsorizzato di Wikipedia è perché non ho più soldi. Ogni click mi costa 1,12 sterline e ho un limite giornaliero di 200 sterline». Il modello di business di Google non è neutro. Quell’algoritmo influisce sulla realtà più di quanto non crediamo (per dire, Anders Breivik, l’omicida di Utoya e Oslo, si è fatto le sue idee online). Varrebbe la pena rifletterci.

[Fotografia in apertura courtesy Everett Collection]

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