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10 gennaio 2017

Il social ti propone bufale? La colpa è tua, capra!

Le newsfeed sono il nostro specchio, le plasmiamo con relazioni, like, commenti. Il guru mi invita a confrontarmi con i miei mostri. Ma non so se voglio

Flavia Gasperetti

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Quando un paio di settimane fa Facebook mi ha invitato a guardare My year in review, uno di quei video bruttini con cui la piattaforma si diverte a tormentarci sotto le feste, lo ha fatto con la seguente notifica: «Abbiamo creato un video che ripercorre il tuo anno e include ricordi con Tizio Caio». La cosa mi ha molto incuriosito, perché io e Tizio Caio ci frequentiamo da pochi mesi, non abbiamo ricordi, o per lo meno non ne abbiamo su Facebook – il video in questione infatti non ne riporta (era un bluff!) – e non potrebbe essere altrimenti, visto che né io né Tizio facciamo un uso granché personale dei nostri profili e non abbiamo l’abitudine di usarli per interagire. Ovviamente parlo di interazioni pubbliche, visibili, il Messenger è tutta un’altra storia.

Come spesso accade di questi tempi, l’amicizia su Facebook tra me e Tizio predata il nostro incontro Irl (In Real Life, nella vita di tutti i giorni) e i suoi successivi sviluppi offline per cui una volta visto il video l’interrogativo è rimasto a pungolarmi: ma che te ne frega a te, pettegolo di un Zuckerberg? E soprattutto, visto che nel mio anno in review non c’è traccia di Tizio, come devo interpretare la notifica se non un assurdo compiacimento nel farmi intendere che Facebook sa di me anche quello che non ho reso deliberatamente manifesto? «L’obiettivo di Facebook è dominare le relazioni», mi ha spiegato Paolo Bottazzini, che si definisce consulente di marketing digitale e information architecture, e io, invece definisco “massimo espertone di tutte le cose che ignoro”.

Evidentemente, questo dominio Facebook intende mantenerlo reincarnandosi in quel parente ubriaco di non si sa chi che ti accosta ai matrimoni, quello che non riconosci, ma che ti strizza l’occhio per darti a intendere che lui invece sa benissimo chi sei tu, che la tua decennale infatuazione per la sposa è risaputa, e infatti lo sposo non ti voleva nemmeno invitare. Non è il fatto che Facebook sappia i fatti miei a stupirmi, lo davo per scontato, è il fatto che abbia preso a vantarsene, a sbattermelo in faccia. Le relazioni sono una parte costitutiva della nostra personalità digitale, la nostra affinità con gli altri utenti – spiega il mio guru Bottazzini – è uno dei tre ingredienti dell’EdgeRank, l’algoritmo segretissimo, con cui Facebook decide cosa compare nella nostra newsfeed.

Si parla spesso in questi mesi dei pericoli della filter bubble che viene tirata in ballo per spiegare di tutto, dalla vittoria di Trump all’influenza di Beppe Grillo, ma la conseguenza più plausibile, dice, è una «estremizzazione delle differenze» e non, quindi, il suo eventuale utilizzo per la manipolazione del consenso. L’amara verità è che abbiamo la newsfeed che ci meritiamo, è il nostro specchio, l’abbiamo plasmata con le nostre relazioni, con i nostri like e i nostri commenti. Per questo, secondo Bottazzini, anche la questione del proliferare delle news false va messa in prospettiva, «perché se Facebook te le propone, c’è un motivo». Il motivo sei tu, capra.

La sua rivelazione mi ha portato a riflettere con mestizia sui contenuti che vedo io – mesi fa, la mia timeline si era inspiegabilmente popolata di video che erano tutte variazioni sul genere “grazie alla cura dei volontari questo cane incendiato e senza faccia ha ritrovato l’amore”. Ho provato a chiedere a Bottazzini se il porno sentimentale degli animali seviziati fosse colpa mia, la sua reazione è stata una risata e un consolatorio «Uhm, sai, Facebook ogni tanto introduce dei contenuti random, per vedere se incontrano gradimento…». Ma insomma, una ragazza lo capisce quando stai solo cercando di non farla piangere. Cosa dobbiamo fare della nostra personalità digitale? Fino a che punto ci dobbiamo preoccupare?

Angelo Paura vira verso il massimalismo, raccontandoci cosa si può fare per cancellarla. Ma in fondo, la maggior parte di noi si accontenta di molto meno, non è andare off grid che ci interessa, ci basta evitare le brutte figure ed esercitare una seppur vaga curatela della nostra impronta digitale. «Certo, rimuovere tutto è un po’ estremo, la rimozione, come nella psicanalisi, chissà che danni fa, poi, nell’inconscio». Prima di tutto, è utile sapere cosa c’è nella nostra scatola nera. Bottazzini mi invita a confrontarmi coi miei mostri, spiegandomi che è possibile richiedere, sia a Google che a Facebook, lo storico delle proprie attività online. È una mole di dati colossale, ma potrebbe valerne la pena. Aprire la scatola nera «è un esercizio molto salutare, quasi una forma di psicoterapia», mi dice, e poi «vuoi che ti mando dei link per spiegarti come si fa?». Io ho detto di sì, ma la questione dei cani senza faccia non mi fa stare tranquilla. Ho detto di sì, ma ho tanta paura.

[Fotografia in apertura di Stephen Lam / Reuters]

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