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9 gennaio 2017

Mark Lilla: il liberalismo? Sta morendo nei campus

Nelle università si vive una sorta di panico morale sulle identità razziale, sessuale e di genere

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

«Ho scritto in uno stato febbrile», ha detto Mark Lilla del suo articolo uscito l’indomani della vittoria di Trump e che è rimbalzato sulle principali testate internazionali scatenando un putiferio. Nel pezzo apparso sul New York Times Lilla, professore alla Columbia, sostiene che il liberalismo sta autodisinnescando il suo messaggio scivolando «in una sorta di panico morale a proposito dell’identità razziale, sessuale e di genere»: una distorsione che non gli permette più di essere una “forza unificante”. Il colpevole di tale deriva è, per lo studioso americano, il mondo accademico: un luogo ormai pervaso dall’ossessione per le questioni identitarie e dalla retorica del politicamente corretto; un luogo, quindi, che produce liberali narcisisti (nei campus le persone di credo repubblicano sono in netta minoranza) proiettati su se stessi e inconsapevoli delle condizioni esterne al loro mondo.

L’indignazione non si è fatta attendere. Jim Sleeper della Yale University ha intimato a Lilla dalle colonne del Times di smetterla di scagliarsi contro le battaglie identitarie combattute nelle università. La sua collega della Columbia Katherine Franke sul Los Angeles Review of Books lo ha accusato di essere un fiancheggiatore della supremazia bianca. Ma Lilla non ci sta, anzi rincara la dose intervistato su The Chronicle: «I college sono ossessionati dall’identità. Le politiche identitarie oggi non vertono sulla collettività, ma sull’individuo. L’identità è diventata più autocentrata e meno connessa a questioni politiche più ampie. Per molti studenti l’impegno politico termina nella definizione di se stessi… I nostri campus non sono Aleppo.

È un peccato vedere come l’università sia diventata un luogo in cui questo tipo di isteria autoindotta agisce in studenti che dovrebbero pensare di più a ciò che succede lì fuori». Ecco quindi la lenta agonia dell’ideologia liberale. Le università (e le élite che vi si formano) non hanno più presa sul resto delle persone, chiuse come sono nella loro bolla. «Credo che le basi del liberalismo siano l’uguaglianza di fronte alla legge e la solidarietà. Abbiamo perso quella narrativa. Gli accademici liberali dovrebbero guardare di più Fox News, capire chi è l’avversario senza illusioni, confrontarsi nel mondo accademico con persone e idee conservatrici». Se esiste una “patologia” della vittoria di Trump, allora i sintomi da curare sono nei campus.

[Fotografia in apertura di Kike Calvo / Redux / Contrasto]

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