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8 gennaio 2017

Meno accademia più editoria, ecco i nuovi intellettuali

Hanno meno di 40 anni. Ma invece di insegnare creano riviste radicali come n+1 o Jacobin. Che vendono e creano dibattito. Accade negli Usa. E da noi?

Francesco Guglieri

Articolo tratto del numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

«Gli altri si sono persi per strada. Qualcuno è nella tomba, qualcuno in manicomio, e qualcuno nel mondo della pubblicità» diceva dei suoi compagni di università Joe Gould, il senzatetto newyorkese immortalato da Joseph Mitchell in due leggendari articoli del New Yorker (poi raccolti nel libro Il segreto di Joe Gould, Adelphi). Joe se ne andava in giro, lui sì “perso per strada”, a scroccare un pranzo e a compilare la sua monumentale e perduta Storia orale della città di New York, ignaro di rappresentare una delle possibili risposte alla domanda: cosa facciamo di tutta questa grossa massa di giovani sovrascolarizzati prodotti dall’università? L’accattonaggio è una risposta valida tanto negli anni Quaranta di Joe Gould quanto oggi, certo, ma non l’unica.

Un’altra, di risposta, potrebbe essere: fondare una rivista. Il risultato finale magari è lo stesso, una vita di stenti, ma non è detto: da qualche tempo, negli Stati Uniti, si parla di una rinnovata epoca d’oro delle riviste culturali, riviste di critica sociale, il più delle volte di sinistra, spesso radicale, che affrontano ogni argomento – dalla semiotica dei capelli di Donald Trump al mainstream globalizzato, dal Medio Oriente al debito studentesco – con gli strumenti raffinati della critica culturale e un inedito impegno. Inedito per gli Usa dei tempi recenti, ovviamente. Ecco, il punto è proprio questo: le nuove riviste come n+1 o Jacobin, Dissent o New Inquiry sono il prodotto di una generazione di intellettuali statunitensi, tutti sotto i quarant’anni, che, una volta preso il PhD (e dunque dopo un discreto numero di anni di carriera accademica) non considerano più l’università come lo sbocco lavorativo ed esistenziale naturale o anche solo più interessante.

Quello che da più parti si inizia a registrare (da ultimo un lungo articolo su The Chronicle of Higher Education lo scorso novembre) è il declino dell’intellettuale accademico e l’ascesa di un nuovo tipo di intellettuale pubblico. Si tratta di una piccola nicchia di scrittori e intellettuali (soprattutto) newyorkesi, è chiaro, ma il peso e l’influenza che queste esperienze hanno ottenuto in relativamente poco tempo li rende un caso di studio interessante. Va chiarito il contesto americano. È ormai da svariati decenni che l’università americana si è chiusa, anche fisicamente, nei suoi campus, alienandosi progressivamente dai luoghi della discussione pubblica: una tesi che già nel 1987 Russel Jacoby esponeva nel libro The Last Intellectuals: American Culture In The Age Of Academe registrando la scomparsa di voci capaci di parlare all’opinione pubblica come Edmund Wilson o Dwight Macdonald.

La necessità di pubblicare per fare carriera – o anche solo sopravvivere – in un ambiente sempre più competitivo porta alla conseguenza di scrivere unicamente all’interno del proprio limitato campo di ricerca per un pubblico di pari altrettanto focalizzati e spesso con il medesimo orientamento intellettuale. Si finisce così per scrivere paper neostoricisti su riviste neostoriciste, decostruire a unico beneficio dei decostruzionisti o organizzare seminari femministi in cui decrittare i libri di Judith Butler. Così si allarga la frattura tra sinistra accademica e sinistra politica, le cui ricadute, temo, si possono anche leggere in controluce nelle analisi delle ultime presidenziali: ad esempio quando si accusa il campo Democratico di aver privilegiato i diritti individuali (legati alle singole identità, di genere, razza ecc…) a scapito di quelli universali (il lavoro, la disuguaglianza). Al di là di questo, però, il risultato oggettivo è che un simile ripiegamento dà vita, nel campo umanistico, a una pubblicistica altrettanto difensivista, chiusa sulla difesa della propria esistenza – che evidentemente si sente tanto incerta da doversi giustificare: ed ecco Martha Nussbaum che spiega (in Non per profitto, il Mulino) «perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica». Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tanti (e ancora di più i loro equivalenti nostrani).

Allora è legittimo che un (più o meno) giovane fresco di dottorato si chieda se l’università è davvero il massimo a cui possa aspirare, se un sistema feudale come quello accademico (in un dipartimento, come nell’Inghilterra della Guerra delle due rose o in Game of Thrones, si è sempre “l’uomo di un altro uomo”, come si diceva un tempo dei vassalli a servizio di un signore) è il contesto migliore per una vita intellettuale non umiliante o deprimente. Insomma, l’università è vista non più come un rifugio ma come un’istituzione in crisi. Questo a livello soggettivo: un piano, quello delle traiettorie individuali, ben raccontato da Keith Gessen, uno dei fondatori di n+1 tra l’altro, in un romanzo del 2008, Tutti gli intellettuali giovani e tristi (Einaudi). A un livello oggettivo, invece, c’è la realtà di un settore che non è in grado di assorbire tutti i potenziali candidati che produce, né possono farlo completamente gli altri settori tradizionali per gli studiosi di humanities, come l’editoria, il giornalismo, o la «pubblicità» di cui parlava Joe Gould.

Non stupisce che una generazione iper-formata e socialmente declassata tenda a radicalizzarsi un po’. In fondo è quello che è sempre successo – e, va detto, spesso con risultati assai più nefasti. «Quando gli intellettuali non possono fare nient’altro, fondano una rivista», scrisse Irving Howe nell’editoriale del primo numero di Dissent: era il 1954. Quello che è diverso dal passato è che molte delle riviste nate oggi riescono a sostenersi dal punto di vista economico quando non a godere di un certo successo di vendite: è come se avessero capito che l’impegno intellettuale non si corrompe quando si accompagna con un po’ di spirito imprenditoriale adeguato al XXI secolo.

Jacobin, una rivista marxista partita dai dormitori della George Washington University nel 2010, oggi ha ventimila abbonati alla versione cartacea e milioni di visite mensili al sito, più di ottanta gruppi di lettura per tutto il Nordamerica e una propria collana pubblicata da Verso; oltre una decina i dipendenti che guadagnano tra i trenta e quarantamila dollari l’anno. Il primo assunto, all’epoca, fu il direttore creativo, e in effetti si vede: dal punto di vista editoriale è una rivista moderna, innovativa, in un certo senso anche graficamente radicale, tutto l’opposto della tipografia penitenziale in voga nel settore. Introdurre un punto di vista di sinistra nel discorso mainstream «con ogni mezzo necessario», dice il fondatore Bhaskar Sunkara in un’intervista al New York Times, anche con una bella grafica o il gusto pop per la provocazione e la battuta – anche se personalmente non spingerei fino al punto di fare titoli alla Vice: «Jeremy Lin non è avido, sei tu che sei stupido».

Ma forse la rivista più famosa, già in un certo senso canonizzata, è anche la prima di questa «nuova ondata», n+1. Fondata nel 2003 da un gruppo di intellettuali e scrittori, tra cui Keith Gessen, Benjamin Kunkel, Mark Greif, Chad Harbach e Marco Roth, si fa notare per i toni accesi e i giudizi sprezzanti che gli portano tanto riconoscimenti e lettori quanto critiche di elitismo da ragazzini privilegiati. Come in ogni educazione sentimentale e intellettuale che si rispetti, da Flaubert a oggi, a un certo punto deve esserci l’impatto con la Storia a fare da snodo fondamentale nella narrazione: per n+1 è stato senz’altro il 2011 di Occupy Wall Street, quando la rivista divenne, in un certo senso, l’organo ufficiale degli accampati a Zuccotti Park e Gessen finì per farsi arrestare dalla polizia. O oggi l’elezione di Donald Trump.

Ogni numero della rivista (è quadrimestrale) si apre con una rubrica chiamata The Intellectual Situation in cui la redazione fa il punto sullo stato della discussione pubblica in quel momento. Quella dell’ultimo numero si intitola No President in cui il fall-out delle elezioni di novembre viene sintetizzato a un rifiuto totale di Trump: «abbiamo ascoltato gli slogan come Not my President, ma la parola d’ordine dovrebbe invece essere No President. Già Trump “non è Presidente” per conto suo, né negli atteggiamenti né nelle idee, ma dobbiamo essere noi a decidere di non avere un Presidente. La lezione più preziosa per gli Stati Uniti di questo 2016 è che si può fare a meno di un Presidente».

In Italia il legame tra università e discussione pubblica è stato storicamente più forte che negli Usa, per tutta una serie di ragioni e tradizioni – dalla formazione delle classi dirigenti al peso del Pci nell’organizzazione della cultura, a un’industria culturale delle dimensioni di una fabbrichetta nonostante fosse tacciata di essere la causa di tutti i mali. Dagli anni Novanta però le cose sono iniziate a cambiare: le riviste storiche hanno chiuso o si sono rattrappite dentro nicchie sempre più ineffettuali, mentre l’università ha perso molta di quella capacità di far circolare in un contesto più ampio i saperi prodotti dalla ricerca: oggi “prodotto della ricerca” indica, nel burocratese dipartimentale, le pubblicazioni “pesabili” per i concorsi. Concorsi a lungo bloccati, tra l’altro, così come in generale le assunzioni necessarie al ricambio generazionale.

Meno posti, quindi, ambiti da sempre più candidati: il risultato è che fin dal dottorato un giovane avviato agli studi umanistici è spinto a pubblicare, lasciando ben poco tempo ed energia mentale a sviluppare una propria autonomia di pensiero. Fatto sta che, forse per la prima volta da anni, dall’università italiana, almeno per gli ambiti letterari, arriva molto poco capace di parlare a un pubblico non specialistico o di incarnarsi in una voce autorevole e interessante per la formazione dell’opinione pubblica. Fuori dall’università, per contro, le riviste più stimolanti e effervescenti che in questi anni sono nate, anche grazie al web, non sempre riescono ad aggregare esperienze e riflessioni più approfondite che necessariamente hanno bisogno di una fermentazione più lenta e maggiore specializzazione.

Ma forse quello di cui si sente più la mancanza è la capacità di “fare rete” per unire esperienze e percorsi differenti in progetti sostenibili anche economicamente, capaci di far uscire dal recinto accademico i cervelli migliori in una Fuga per la vittoria ad altezza di questi tempi tristi. Perché, ecco, «tomba, manicomio e pubblicità» non sono sempre l’unica possibilità.

[Fotografia in apertura di Yagistudio / Getty Images]

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