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7 gennaio 2017

Bufale sul web, meglio la censura di Stato o i tribunali di Grillo?

Il presidente dell’Antitrust propone agenzie Ue per cancellare le bufale sul web. Il leader M5s invoca il giudizio del popolo. Due cure peggiori della malattia

Roberta Villa

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Nella primavera del 2003, mentre i media di tutto il mondo occidentale alimentavano il timore che Saddam Hussein nascondesse armi di distruzione di massa, Mark Zuckerberg era solo una matricola all’Università di Harvard. Facebook non esisteva, ma una campagna mediatica orchestrata ad hoc convinse gran parte dell’opinione pubblica che la minaccia era reale e ben documentata. La denuncia di alcuni inascoltati protagonisti della vicenda fu poi confermata: l’intelligence non disponeva di alcuna prova certa della presenza dell’arsenale, che infatti non fu mai ritrovato. Ma nel frattempo la coalizione guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna aveva invaso l’Iraq, dando il via a una guerra il cui bilancio, in termini di vittime e conseguenze politiche, è tragico.

Pochi giorni fa, il presidente dell’Antitrust italiana, Giovanni Pitruzzella, intervenendo nel dibattito sulle fake news, ha invocato la creazione di un network di agenzie indipendenti anti-bufale, coordinato da Bruxelles, con il compito di individuare, far rimuovere ed eventualmente sanzionare gli autori di notizie false. La proposta ha suscitato numerose polemiche, spingendo alcuni osservatori a parlare di un tentativo di censura di Stato. Ma pochi giorni dopo Beppe Grillo ha attaccato i media «fabbricatori di notizie false» proponendo la creazione di una giuria popolare per verificare se le news sono vere. Da una parte si chiede la censura di stato, dall’altra quella di un tribunale del popolo. la prima proposta è sbagliata e inattuabile. La seconda induce qualche brivido.

Torniamo per un attimo al 2003. Se anche all’epoca fosse esistito un ente indipendente sovranazionale per il controllo delle notizie false, come suggerito da Pitruzzella, come avrebbe potuto mettere in discussione le affermazioni delle autorità di governi così potenti? Come garantire che non avrebbe al contrario bloccato l’emergere della verità, che in questo caso si discostava dalla versione ufficiale dei fatti? Come arginare la degenerazione di meccanismi di questo tipo verso un sistema di censura sistematica

In altre parole: chi controlla i controllori? D’altra poarte, se quel compito fosse stato svolto da un tribunale popolare, quali strumenti avrebbe avuto per distinguere le verità dalle menzogne? Le domande incalzano, perché l’impatto del fenomeno è chiaro, ma molto meno lo è la strada per trovare possibili soluzioni. Il rapporto sui rischi globali del World Economic Forum mette la diffusione massiccia di disinformazioni tra le maggiori minacce provenienti dalle nuove tecnologie.

Secondo l’Oxford Dictionary, poi, la parola che sintetizza il 2016 è post-truth, la “post-verità”, riferita a «circostanze in cui i fatti oggettivi contano meno delle emozioni e delle convinzioni personali nel formare l’opinione pubblica». Eppure si potrebbero citare moltissimi altri casi in cui in passato, ben prima dell’invenzione di internet, la volontaria diffusione di notizie false ha inciso sulla storia. Se davvero, quindi, i sorprendenti risultati del referendum per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e l’elezione di Donald Trump negli Usa fossero da attribuire, almeno in parte, a un’abile manipolazione di notizie false, le cosiddette fake news, non si tratterebbe in ogni caso di un fenomeno nuovo. Nuove, e senza precedenti, sono invece la velocità e l’estensione con cui oggi viaggiano le notizie. Questo vale però per quelle vere come per quelle false, che possono essere molto più facilmente smascherate, quando la loro inconsistenza è plateale.

Si è saputo immediatamente che non era crollato alcun ponte sulla Salerno-Reggio Calabria, come si diceva il giorno dopo l’inaugurazione della storica autostrada, così come è stato subito evidente che il neo presidente del consiglio Paolo Gentiloni non aveva mai detto: «Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi», né aveva mai pronunciato parole nemmeno lontanamente riconducibili a queste. Ad attribuirgliele era stato Liberogiornale.com, un sito (poi chiuso) tra i tanti che hanno fatto della diffusione di bufale la loro fortuna.

Pubblicando notizie inventate di sana pianta che vadano incontro ai pregiudizi delle persone si ottengono infatti visualizzazioni, like e condivisioni, su cui si basa la raccolta pubblicitaria. «Contro questo bisogno di conferma delle proprie idee, che si nutre delle cosiddette echo chambers dei social network, dove ognuno si ritrova con chi la pensa come sé e banna chi è di opinione contraria, c’è ben poco da fare», sostiene Walter Quattrociocchi, a capo del CssLab dell’Imt di Lucca, e coautore con Antonella Vicini del libro Misinformation- Guida alla società dell’informazione e della credulità( Franco Angeli).

Tutto intorno c’è un vero e proprio business, che segna la differenza rispetto al mondo delle vecchie leggende metropolitane, anche quelle spesso nate e alimentate da pregiudizi («gli zingari rapiscono i bambini»), ma senza un evidente e immediato scopo di lucro. «Con l’espressione fake news ci si riferiva esplicitamente a questi casi, di storie inventate per ottenere clic e profitti» spiega David Mikkelson, fondatore di Snopes, un sito che, come Factcheck.org, oppure, da noi, Il disinformatico di Paolo Attivissimo, Butac, Bufale un tanto al chilo, o Medbunker del ginecologo Salvo di Grazia, contribuiscono a fare chiarezza.

«Ora però questo termine è stato esteso a casi di cattivo giornalismo o propaganda. E fare di tutta l’erba un fascio non aiuta». È stato subito scoperto per esempio il trucchetto dell’inviata di Repubblica che, davanti alla casa di Carrie Fisher, subito dopo la sua morte, ha intervistato il proprio nipote, lasciando credere che fosse un ragazzo passato di lì per caso. «Era davvero un fan dell’attrice», si è difesa su Twitter la giornalista. Come negarlo?

Altrettanto difficile è valutare la “veridicità” di una frase estrapolata dal suo contesto, o riportata senza tenere conto del tono con cui è stata pronunciata. Chi può dimostrare che sia “falsa”, e censurarla? In ambito medico, poi, ogni giorno ci sono in televisione e sui giornali esperti che lanciano raccomandazioni prive di un solido fondamento scientifico. Nessun ente costituito da individui in carne e ossa potrebbe realisticamente esaminare tutti i contenuti che circolano in rete, e verificarli uno per uno. Nella migliore delle ipotesi l’operazione richiederebbe tempi lunghissimi, incompatibili con la rapidità virale di diffusione dei dati. E, se si usassero algoritmi o altri meccanismi automatici, come suggerisce qualcuno, sarebbe impossibile distinguere l’informazione calunniosa dal commento satirico di Lercio, così come oggi Facebook censura le immagini delle campagne a supporto dell’allattamento al seno o di nudi d’arte.

Anche se si trovasse un espediente per segnalare in maniera attendibile le notizie false, bisognerebbe dimostrare che questo approccio non sia controproducente. Finora, i tentativi di impedire la condivisione di musica o film sul web, nonostante gli enormi interessi economici in gioco, sono risultati fallimentari. Difficile credere che le notizie etichettate come false non riuscirebbero a sfuggire alla rete dei meccanismi di controllo. E il tag che le certifica come “non attendibili” rischierebbe così di diventare paradossalmente un marchio di qualità per chi è convinto che medici, scienziati e politici «non ce lo vogliano far sapere». E non sarebbe certo meglio il timbro di un tribunale del popolo.

[Fotografia in apertura di Camera Press / Contrasto]

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