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7 gennaio 2017

A Manhattan ho imparato a essere invisibile sul web

Si chiama Glass Room. È un centro che insegna a non lasciare tracce digitali. Per non essere fagocitati dalla rete. Lo abbiamo frequentato per una settimana

Angelo Paura

Nel Gabinetto del dottor Caligari, capolavoro del cinema espressionista tedesco degli anni ’20, la realtà è filtrata attraverso ombre distorte, enormi rispetto agli attori, forme che rappresentano le loro vere proporzioni morali. Nel mondo digitale avviene lo stesso processo. Navigando in internet si lasciano tracce, che si trasformano in dati e lentamente diventano una personalità digitale che spesso non corrisponde a ciò che siamo fuori da quel mondo. Le tracce sono ombre che non conosciamo, ma che possono diventare enormi mostri. Ho deciso di prendermi cura per qualche giorno della mia ombra, cercando di farla assomigliare il più possibile a quello che sono. Per questo motivo mi sono rivolto a un gruppo di specialisti.

A Manhattan, nella parte in cui Little Italy si incrocia con Chinatown, a dicembre (per una ventina di giorni, in Mulberry Street) ha aperto Glass Room, uno spazio completamente bianco, dall’arredamento alle pareti – perfino i commessi, che accolgono le decine di persone che si accalcano all’ingresso, sono vestiti solo di bianco. Non è un negozio e non si paga l’ingresso, pur trovandosi a New York, la città in cui il consumismo è nato e continua ad avere uno spazio enorme nelle vite dei suoi abitanti. Entrare, per me, è come visitare un luogo già visto. In ordine, 2001: Odissea nello spazio, un Apple store, la sala operatoria di un ospedale, la nebbia che avvolge la provincia di Milano e ti dà un senso di nulla e sospensione. E infine, mi conferma anche Marek Tuszynski, un’esperienza extracorporea.

«Sì, diciamo che grossomodo, a parte la nebbia, sono gli elementi ai quali ci siamo ispirati per creare Glass Room», mi dice Tuszynski, un ragazzo altissimo di origine polacca, che da oltre 15 anni vive tra Londra, Amsterdam e Berlino. Proprio a Berlino ha fondato Tactical Technology Collective, una associazione che esplora il confine tra arte, attivismo e cultura hacker, e che, con il sostegno di Mozilla, la non profit dietro al browser Firefox, ha pensato Glass Room. «Non è necessario cambiare completamente le proprie abitudini tossiche. Il processo deve essere lento e soprattutto deve portare a uno stato di consapevolezza, a comprendere che siamo controllati costantemente e che per questo motivo è meglio prendere precauzioni».

L’articolo continua nel nuovo numero di pagina99, in edicola il 7 gennaio 2017

[Fotografia in apertura di Henrik Sorensen / Getty Images]

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