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5 gennaio 2017

Soldato e scrittore, la moda della letteratura di guerra

In libreria i memoir dei reduci americani Brian Turner e Harry Parker. Negli ultimi anni negli Usa le autobiografie dei militari sono diventate una moda letteraria

Giulio D'Antona

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

La guerra è, prima di tutto, una questione di famiglia. Lo è quando si decide di partire e lo è quando si torna. Lo è perfino quando con la guerra non si ha niente a che fare, ma viene a colpire dall’alto, inaspettata. La famiglia è quella che ha stabilito la tradizione militare, quella che si deve proteggere scappando, quella che manca durante i turni di servizio, quella che vede i soldati rientrare a casa, interi o meno, e che ha il compito di preservare per loro una vita quanto più possibile normale.

Il primo turno del sergente e poeta californiano Brian Turner è cominciato nel 1999, al seguito della decima divisione montana di stanza in Bosnia Herzegovina, e la sua carriera è proseguita fino a quando è rientrato da un anno di servizio alla testa di una squadra motorizzata che faceva parte della Terza Brigata Combattente in Iraq. Una colonna di fanteria addestrata ad accucciarsi dietro gli Stryker, quei mostri a otto ruote che nelle immagini alla televisione mangiano le strade polverose del deserto o giacciono come pachidermi feriti nelle buche delle mine anticarro.

«La fanteria è uno stato mentale», scriveva il giornalista Michael Herr in uno dei suoi Dispacci dal Vietnam nel 1970. «Prima ancora di venire assegnati, si impara a coprirsi la testa». Dal memoir di Turner, intitolato La mia vita è un paese straniero (uscito da NN editore, per la traduzione di Guido Calza) emerge più o meno la stessa cosa. In 136 capitoli che somigliano a istantanee e saltano da un momento all’altro della sua esistenza, descrive una vita segnata dalle marce e scandita dalle operazioni.

Comincia da ragazzino, quando la guerra era un gioco di immaginazione a metà tra l’eroico e il preoccupante, e continua attraverso l’arruolamento, l’addestramento, la lontananza, la normalità straniante del mestiere di uccidere, il ritorno, la morte. Nella consuetudine americana c’è sempre un conflitto lontano verso il quale volare. E il fatto di non tornare a casa è un’evenienza più che probabile, con cui centinaia di famiglie fanno i conti ogni giorno. I soldati che se ne vanno sono i «Giovani della miglior specie» di Hemingway, ma anche i figli di una tradizione di sacrificio e decisioni prese di fretta, abituati a partire per primi e capire per ultimi, come recita una vecchia battuta che la leggenda vorrebbe coniata in una redazione da campo di Stars and Stripes, in Corea.

98th American Legion Convention in Cincinnati

E così, se il nonno di Turner è stato di servizio nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, suo padre ha protetto il Paese in Germania durante la guerra fredda e suo zio ha combattuto al fianco dell’esercito sud vietnamita nel pantano di una giungla diversa alla fine degli anni Sessanta, è logico che, senza farsi troppe domande, anche Brian prenda parte alla tradizione famigliare, popolare, patriottica. «La Highway One – l’Autostrada della Morte irachena – si stende nel deserto da un lato e nella valle di San Joaquin in California dall’altro», scrive.

«La fiancheggiano gli eucalipti della mia infanzia. Qua e là vedo sull’asfalto i segni del fuoco nei punti in cui abbandonavano gli autocarri in fiamme. Là il mio defunto zio Paul ruba le arance dai frutteti, come faceva quando avevo otto anni, mentre dalla parte opposta la terra fresca e scura copre i morti», e così riassume in poche, poetiche righe, quella strana condizione di doppia vita, di sovrapposizione degli orizzonti che può cogliere chiunque, donne e uomini, veterani a un passo dal congedo e reclute al primo turno, nella desolazione della propria solitudine di soldati al fronte.

Le ragioni, che bene si riassumono nella figura di un padre comandante delle forze Nato in Afghanistan, sono le stesse per Harry Parker, romanziere inglese, capitano del Quarto Battaglione “Rifles” ed ex combattente che ha tradotto la sua esperienza di guerra in un libro dal titolo Anatomia di un soldato (Sur, traduzione di Martina Testa). Parker aveva vent’anni quando, nel 2003, si è imbarcato per la prima volta, e ne aveva ventisei, nel 2009, quando durante una ronda in Afghanistan ha preso la decisione sbagliata che gli avrebbe cambiato la vita.

Una mina gli ha portato via la gamba destra e un dito della mano sinistra dopo aver scelto di abbandonare la via conosciuta per condurre dieci uomini lungo una scorciatoia sulla strada di rientro al campo base. Durante il volo di diciotto minuti a bordo di un elicottero americano che fortunatamente si trovava in zona e che lo avrebbe condotto all’ospedale militare, il suo cuore è stato fatto ripartire cinque volte. Tornato in Inghilterra ha subìto l’amputazione dell’altra gamba e si è prestato a un periodo di riabilitazione. Si è congedato con onore nel 2013, ma ha impiegato due anni per trovare la forza di ricostruire la sua storia.

98th American Legion Convention in Cincinnati

Lo ha fatto attraverso gli oggetti: una borsa assiste alla reazione della madre del suo protagonista dopo aver ricevuto la notizia del ferimento del figlio; una sega circolare descrive nei dettagli un’amputazione; la scarpa di un ribelle osserva il suo padrone prepararsi; la scheggia di una granata parla dei suoi pochi istanti di vita. Ogni oggetto è un frammento di un’esperienza complessa, altrimenti impossibile da descrivere nel suo insieme. «La narrativa mi ha aiutato a prendere le distanze», commenta Parker. «La scelta di far parlare le cose, a riappropriarmi del momento».

La nuova letteratura di guerra è idealmente cominciata con È il tuo giorno Billy Lynn! di Ben Fountain (minimum fax, 2013, traduzione di Martina Testa), da poco tradotto in pellicola da Ang Lee con il suo Billy Lynn. Un giorno da eroe, appena uscito negli Stati Uniti e nelle sale italiane dal 2 febbraio 2017. E poi continuata con Yellow Birds di Kevin Powers (Einaudi, 2012, traduzione di Matteo Colombo) e con il successo di Fine missione di Phil Klay che ha vinto il National Book Award nel 2014 (Einaudi, tradotto da Silvia Pareschi), ma anche con alcuni passaggi di Preparativi per la prossima vita di Atticus Lish (Rizzoli, 2015, tradotto da Alberto Cristofori) non ha niente di eroico.

Racconta di scelte coscienti ma in molti casi obbligate, dalla pressione sociale o dalla mancanza di vere alternative, di ritorni dolorosi e di esperienze alienanti. Dipinge uno scenario in cui la guerra è affare di tutti i giorni ma si limita a una sensazione, qualche immagine sgranata, qualche notizia riportata frettolosamente, finché non si concretizza improvvisamente ed entra prepotentemente nella quotidianità per non uscirne più. Riporta le vite di chi parte e di chi resta a contare i giorni in un’attesa spesso angosciosa quanto un turno di servizio. Restituisce agli eroi quello che sono prima di tutto: reduci, come gli scrittori che hanno deciso di parlarne.

Tanto in La mia vita è un paese straniero quanto in Anatomia di un soldato il dramma non appartiene solamente agli “amici”, ma è condiviso, accresciuto, raffinato dall’esperienza dei civili, degli innocenti, dei nemici che per molto tempo in letteratura e nel cinema sono stati relegati a comparse distanti, dalla lingua e dalle ragioni incomprensibili. In un passaggio superbo, Turner descrive i pensieri di una kamikaze che si prepara per il suo jihad. Prende un momento per osservare il proprio corpo riflesso in una goccia d’acqua e lo vede già dissolversi, con lo stesso misto di determinazione e difficoltà di comprensione di un diciannovenne americano che mette piede per la prima volta in un Chinook per il trasporto truppe. Destinazione riservata, fanteria.

[Tutte le foto di di Mark Peterson / Redux / Contrasto]

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