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5 gennaio 2017

Google-Facebook, i monopoli del web soffocano il mondo della cultura

Controllano l’85% della pubblicità online. Sfruttando contenuti altrui. È un caso se molti produttori di contenuti, in particolare i giornali, sono sull’orlo del fallimento?

Editoriale

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017

Poco prima di Natale il New York Times ha pubblicato, nella pagina delle opinioni, un lungo articolo di Jonathan Taplin, scrittore e produttore di video, che spiega perché le autorità Antitrust dovrebbero prendere seriamente in considerazione l’accusa di monopolio nei confronti del grandi del web. Snocciolando quei dati emerge un panorama interessante. Alphabet/Google ha un fatturato di 76 miliardi di dollari, una capitalizzazione di mercato di 550 miliardi, controlla l’83 per cento delle ricerche sui cellulari (in Europa oltre il 90 per cento) e il 63 per cento dei sistemi operativi sui cellulari (in Europa oltre l’80).

Secondo Morgan Stanley, nei primi tre mesi del 2016 Facebook e Google insieme controllavano l’85 per cento della pubblicità online. Tutto ciò sfruttando contenuti prodotti da altri e senza produrne alcuno. È solo un caso se molte aziende produttrici di contenuti, in particolare i giornali, hanno chiuso, stanno licenziando o sono sull’orlo del fallimento? YouTube (che appartiene a Google) ha una quota di mercato del 55 per cento dello streaming della musica online, eppure corrisponde meno dell’11 per cento ai creativi che l’hanno prodotta. Nel decennio scorso c’è stato uno spostamento colossale di 50 miliardi da chi produce contenuti (testi, audio o video) a chi gestisce i monopoli della distribuzione attraverso piattaforme online.

In particolare, dal Duemila il mondo della musica ha perso quasi 13 miliardi (su circa 20). I video sei miliardi (su 24). I quotidiani 42 miliardi (su 65)! Stiamo parlando degli Stati Uniti, ma in Europa il fenomeno è sostanzialmente analogo. C’è un paradosso che va sottolineato: dal Duemila a oggi tutti noi consumiamo sempre più musica, video e articoli giornalistici, ma chi li produce incassa sempre meno. Nello stesso periodo, infatti, le entrate di Google sono salite di 186 volte, da 400 milioni a 74,5 miliardi.

Negli anni Novanta gli utopisti sciocchi che allora andavano per la maggiore prevedevano che con Internet sarebbero morti gli intermediari e i produttori sarebbero entrati direttamente in contatto con gli utenti finali. Qualcuno parlò addirittura di “mercato perfetto”. Errore clamoroso. È avvenuto il contrario. Sono rimasti pochissimi intermediari a dividersi quasi tutta la torta, riducendo alla fame i veri produttori.

Poco prima di Natale, nel corso di un’audizione presso la Commissione Antitrust del Senato americano, Mark Cuban, miliardario e imprenditore di aziende Internet, ha sottolineato con forza il fatto che le uniche società dominanti nella distribuzione dei media sono Facebook, Google, Apple e Amazon. Nella campagna elettorale non se ne è mai parlato. Ora il presidente eletto ha nominato suoi consiglieri tecnologici i leader delle maggiori aziende della Silicon Valley. Il suo principale consigliere, Peter Thiel, è un teorico del monopolio come massima aspirazione del capitalismo. Quindi da quel versante dell’Atlantico c’è poco da sperare.

Sul versante europeo, invece, c’è molto da fare per evitare che le aziende che dominano il web consolidino il loro potere in assenza di regole adeguate sull’uso dei nostri dati personali, con un sistema fiscale che consente loro di pagare tasse risibili sul suolo europeo e di sviluppare il loro business senza alcuna trasparenza.

A pagina99 alimentiamo la speranza che tra l’opinione pubblica cresca la consapevolezza dei rischi che stiamo correndo consegnando, senza battere ciglio, a piattaforme digitali (che quasi non pagano tasse, lo ripetiamo) la distribuzione di interi settori del nostro mondo creativo. Il tutto in assenza di un adeguato sistema di regole. Nel nuovo numero in edicola e digitale ci chiediamo come sia possibile un mondo post-Google. A pagina 6 formuliamo un’ipotesi per costruire una rete in cui le persone non siano solo utenti a cui rubare attenzione e dati personali. A pagina 8 forniamo alcune indicazioni su come proteggere la propria privacy, dopo avere visitato un centro di Manhattan creato apposta per questo. A pagina 10 raccontiamo come gli attuali leader del web si stanno attrezzando per associare alle informazioni raccolte su di noi in rete altri dati comprati offline: uno scenario da incubo. Buona lettura.

[Fotografia in apertura di Marko Priske / Laif / Contrasto]

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