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3 gennaio 2017

Home e Echo, il futuro del digitale è nella nostra voce

Echo e Home sono i gli assistenti vocali di Amazon e Google. Che ci investono moltissimo. Perché qui si gioca anche la partita delle ricerche online

Paolo Bottazzini

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

«Mi permetta di rispondere in questo modo Signor Armor. Nessun calcolatore 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore, e incapaci di sbagliare». Se gli ingegneri che hanno amministrato Google fossero cinefili, sognerebbero di poter ascoltare queste dichiarazioni dal loro assistente intelligente, in risposta alle domande di un giornalista. Si dovrebbe solo sostituire Google Home al nome 9000 con cui Kubrick aveva battezzato il supercomputer di 2001: Odissea nello spazio. Ma Sundar Pichai, attuale Ceo del motore di ricerca, come tutti gli altri dirigenti che collaborano con lui, è un nerd di genio, e preferisce le serie televisive al cinema impegnato. Di conseguenza, il suo modello non è Hal 9000 ma il computer di bordo dell’Enterprise in Star Trek. In ogni caso, la fantascienza traccia l’orizzonte di sviluppo verso il quale la tecnologia sta tendendo – perlomeno nel passaggio dal paradigma delle interfacce grafiche, con finestre e mouse, verso quelle a comandi vocali.

 

I dispositivi che ci ascoltano

Nella disputa sugli scenari dell’innovazione, la previsione dell’Economist si focalizza infatti sull’integrazione di intelligenza artificiale e di assistenti virtuali. Ed è nel giusto quando osserva che a Mountain View, come presso gli altri giganti della Silicon Valley, è necessario un nuovo balzo di creatività dopo il trionfo conquistato dal 2007 con le tecnologie mobili. Che verrà, facile a prevedersi, proprio dagli assistenti vocali. Il mercato di questi assistenti intelligenti è stato inaugurato nel 2016 con l’uscita di Echo, a opera di Amazon; Home è la risposta di Google a questo nuovo fronte di interazione con il pubblico. Entrambi i dispositivi sono piccoli robot, composti da un sensore per ascoltare le domande e da un altoparlante per dialogare e diffondere musica.

Rispetto all’immaginario che la fantascienza ha modellato sugli automi nel corso degli ultimi due secoli, lo schema dell’androide è passato attraverso una cura minimalista: della struttura fisica degli esseri viventi sono rimasti solo l’orecchio e la bocca, imbottigliati nelle forme di due soprammobili, un cilindro nero per Amazon, un ovetto bianco per Google. Ma in definitiva, cosa fanno questi assistenti? Home ed Echo sembrano somigliare ad Hal quasi in tutto: sono in grado di collegarsi agli altri dispositivi smart presenti nella casa, e di funzionare come il ganglio principale del sistema nervoso domestico. Attivano le playlist della musica, regolano la temperatura, segnalano al proprietario gli appuntamenti in agenda, gli leggono le mail, lo avvisano se sta facendo tardi a qualche impegno, gli indicano la strada migliore da seguire in caso di traffico. Un ninnolo da salotto sta per convertire in realtà il sogno cullato dal padre dell’informatica Alan Turing, trasformando le segretarie in macchine calcolatrici con voce femminile.

 

La guerra dei titani fra Amazon e Google

Non si tratta soltanto di una questione di estetica, uditiva o meno. Nel 2016 gli investimenti per sistemi cognitivi automatici ha raggiunto quota nove miliardi; la previsione dell’Idc per il 2019 promette una crescita a 31 miliardi, con un incremento medio di oltre il 50% all’anno. Si sono censite novecento startup di settore, con una focalizzazione su tre argomenti: analisi dei processi linguistici, riconoscimento vocale, assistenti virtuali. Alle fondamenta dei servizi e dei dispositivi progettati si trovano sempre i meccanismi di deep learning: intelligenza artificiale che impara a riconoscere, a interpretare e a rispondere a una famiglia di segnali. In Matrix le macchine si alimentano con l’energia che estraggono dai corpi umani intrappolati in barattoli, simili a batterie.

Nella realtà attuale, i computer si nutrono dello spirito delle persone – convertendo in dati le voci, le frasi, le fotografie, i video, le tracce lasciate dalle azioni e da ogni comportamento. Per funzionare, i dispositivi di intelligenza automatica devono imparare, e la loro scuola sono i Big Data in cui si stoccano i contenuti prodotti in ogni formato di pubblicazione online. Per esempio, la tecnologia Alexa voluta da Jeff Bezos, ha coltivato la sua sensibilità nei confronti dei desideri nutriti dai clienti del portale di e-commerce. L’Economist asserisce che ormai il 55% degli utenti in Rete accede direttamente ad Amazon per condurre la ricerca di un prodotto di elettronica, senza passare dal motore universale di Google. L’esperienza estrapolata dai meccanismi di tracciamento sul sito insegna ad Echo le risposte più indicate da sottoporre a ciascun cliente, in modo da indirizzarlo verso la scoperta dell’offerta commerciale che può incrociare al meglio i suoi interessi – per la coerenza con le passioni testimoniate dalle scelte precedenti, o con il favore accordato dai membri più influenti della sua comunità di elezione.

Così facendo Amazon sta togliendo la possibilità a Google di inserire una pubblicità in questo tipo di ricerche (e quindi di guadagnare), e non è cosa da poco. Gli assistenti virtuali sono HAL 9000 con il Carosello incorporato. Ma con molto meno spazio di quanto fosse disponibile sulle pagine web o sulle app per separare le informazioni dalle storie sponsorizzate. La prima pizzeria aperta vicino a casa, che mi verrà suggerita mentre domanderò in modo frettoloso dove portare la mia amica che non vuole inghiottire lievito, sarà davvero il forno a legna, con cuochi tolleranti, raggiungibile più velocemente, o il franchise di cucine cinesi che ha pagato di più per farsi segnalare? Sugli assistenti virtuali, la guerra dei mercanti dell’attenzione è appena cominciata.

 

La distanza fra cultura orale e cultura scritta

L’intelligenza che muove le rotelle di Home non è isolata dalla rete in generale, e dai database di Google in particolare. Il servizio che viene erogato da Amazon è connesso con il motore di ricerca A9 che opera sul portale di e-commerce, ed eredita tutte le impostazioni di personalizzazione che si attivano sul sito. Home ed Echo non hanno bisogno di leggere il labiale dei loro proprietari per anticipare i loro desideri, verificare le loro intenzioni relative agli impegni, calcolare le loro preferenze, guidarle verso una decisione o un’altra. Ma qui ci si scontra con la distanza che separa cultura orale e cultura scritta. Il colpo d’occhio che va in ricognizione su una pagina, o su più finestre, guadagna una visione di insieme delle opzioni, e può muoversi in modo comparativo tra diverse opportunità. L’orecchio invece deve inseguire una sequenza di alternative, soccombendo al giogo della legge di George Miller, quella detta «del magico numero 7».

Secondo i risultati dell’indagine sperimentale pubblicati nel 1956, la memoria non riesce a processare più di sette contenuti per volta: quindi, quando viene colmato tutto lo spazio disponibile, per far entrare alcunché di nuovo bisogna far uscire qualcosa di vecchio. In ogni caso, la strategia di rappresentazione delle risposte negli elenchi compilati dal motore di ricerca sui monitor dei portatili e su quelli degli smartphone, non è più praticabile in un ambiente che ricorre alla voce e all’orecchio, ma non alla lettura. I dispositivi mobili, con cui si interagisce tramite comandi vocali più che attraverso la tastiera, avevano già avviato questa forma di rapporto. Ma ora che la risposta viene formulata attraverso lo stesso genere di canale sensoriale, la necessità di evitare gli errori dei risponditori automatici trasforma l’opportunismo della personalizzazione in una virtù.

Il vecchio decalogo di risultati si riassume nella monarchia della proposta unica, un tempo consegnata dal pulsante «Mi sento fortunato». La selezione ricade ormai per intero sul software, che vi deve concentrare tutte le risorse di perspicacia dell’intelligenza artificiale: comprendere l’esigenza informativa cablata nella domanda, declinare la risposta sulla traccia delle preferenze individuali, iniettare il contenuto sponsorizzato, toccando le corde sensibili dell’utente. La velocità cresce, la precisione aumenta, l’omogeneizzazione delle conoscenze e dei gusti dilaga; crollano le barriere tra informazione e pubblicità, i margini per il confronto, il tempo per il senso critico. «La mia mente se ne va. Lo sento… la mia mente svanisce… non c’è alcun dubbio… lo sento…»: nel mondo che ci attende potrebbe non essere più la battuta di Hal, ma quella del suo compagno di viaggio umano.

 

[Foto in apertura di Don Farrall / Getty Images]

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