Seguici anche su

2 gennaio 2017

I 12 mesi di Erdogan per trasformare la Turchia in un regime

Le epurazioni post-golpe non bastano. L’obiettivo è cambiare la Costituzione. Per unire il capo dello Stato e il primo ministro in un unico “super-presidente”

Costanza Spocci

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

«Quello turco è il governo della navigazione a vista»: così Ahmet Insel, economista e politologo turco, definisce la linea del presidente Recep Tayyip Erdogan e del suo esecutivo. «L’unica strategia a lungo termine che porterà avanti anche il prossimo anno» sarà «quella del caos, che Erdogan usa come minaccia per dire “datemi maggiori poteri e risolverò tutto”». Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International Turchia, si sofferma sullo stesso aspetto: la deriva autoritaria del presidente. «Stiamo chiudendo l’anno con uno stato di emergenza che dura da sei mesi e si protrarrà sicuramente per altri tre mesi», dice, riferendosi alla repressione seguita al fallito colpo di Stato del luglio 2016. «La situazione per i diritti umani in Turchia è degenerata dalla fine degli accordi di pace tra governo e Pkk – luglio 2015 – ma nel post-golpe questi trend sono peggiorati come non mai».

Il ricercatore di Amnesty elenca le detenzioni di giornalisti, medici, avvocati, membri di Ong e della società civile, parla di un brutale ritorno alle torture e cita la proposta di ripristino della pena di morte. «La situazione è davvero preoccupante», dice Gardner e lo stato di emergenza viene utilizzato come arma contro chi esprime opinioni politiche dissidenti. Finora sono stati 100.000 gli arresti, compresi quelli di alcuni membri delle forze armate, e sono migliaia le persone che hanno lasciato il Paese per timore di ritorsioni. Erdogan, dal canto suo, non sembra preoccupato e intende iniziare il 2017 con il botto: in un comizio di metà dicembre ha esortato i suoi sostenitori dal palco urlando: «Siamo all’inizio di una nuova era, siete pronti?».

L’obiettivo è la modifica della Costituzione che da anni cerca di far approvare: una riforma che consentirebbe la fusione dei poteri del capo dello Stato e del primo ministro nelle mani di un unico “super-presidente”, cioè lui. La proposta, che è contenuta in una bozza di legge entrata in Parlamento il 17 dicembre e che verrà discussa a gennaio, prevede anche la riduzione dei giudici della Corte Costituzionale e maggiori poteri di nomina per presidente e Parlamento delle alte cariche del potere giudiziario. Se la modifica verrà approvata, la riforma dovrà passare poi al vaglio di un referendum popolare. In Turchia però, per le modifiche costituzionali serve l’approvazione dei 2/3 del Parlamento, una maggioranza che Erdogan non è mai riuscito ad ottenere fino a poche settimane fa, quando il leader del partito ultra-nazionalista Mhp ha proposto un’alleanza tra il suo partito e l’Akp del presidente.

«La base di questa coalizione è la politica anti-curda», spiega Insel: dopo l’Akp, il blocco più numeroso in Parlamento è infatti l’Hdp, il partito filo-curdo che per ben due elezioni (giugno e novembre 2015) ha superato la soglia di sbarramento del 10%, sottraendo importanti seggi al partito di governo. Grazie all’Mhp oggi «Erdogan è sicuro che riuscirà a far passare la proposta in Parlamento», ma il suo problema sono i sondaggi sull’approvazione del referendum da parte degli elettori: «L’Akp non è sicuro che avrà il 50% perché la classe media potrebbe non andare a votare». Le motivazioni sono diverse: «L’economia che va male, la guerra in Siria, la questione curda, l’accordo con la Russia e gli attentati». Per questo Erdogan spingerà per andare alle urne ad aprile, cioè prima della scadenza referendaria prevista nella seconda metà del 2017 e prima che la situazione degeneri ulteriormente.

«Continuerà comunque a indebolire il più possibile l’Hdp fino a distruggerlo per evitare che alle prossime elezioni superi la soglia del 10%», ragiona Insel. Anche l’alleanza con la Russia continuerà, nonostante l’uccisione dell’ambasciatore russo: la Turchia ha bisogno del consenso di Mosca per occupare militarmente quei 5.000 chilometri quadrati tra Afrin e i cantoni est del Rojava nel nord della Siria e così evitare che i curdo-siriani del partito Pyd e le milizie curde del Ypg abbiano una contiguità territoriale lungo tutto il confine turco. «Le relazioni con Usa e Unione europea sono andate a rotoli, soprattutto dopo la mancata condanna del tentato golpe da parte dell’Occidente», aggiunge Insel.

Erdogan nel 2017 dovrà affrontare inoltre un nuovo problema: la crisi economica e l’inflazione. Per la prima volta in sei anni, nell’ultimo trimestre del 2016 l’economia turca ha registrato un -1,8% e la lira è ai suoi minimi storici. La ripresa dipenderà da Erdogan. Se opterà per un ritorno alla normalità e alla fine delle persecuzioni o se continuerà su un cammino dittatoriale. «Quello che è chiaro», conclude Gardner, «è che per la società civile il futuro è nero».

[Foto in apertura di Kursat Bayhan / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti