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30 dicembre 2016

L’Unione europea è a rischio collasso

Dalla Germania ai Paesi dell’Est, dalla Francia alla Spagna, cresce il numero degli Stati che ignorano le direttive comunitarie. E aumenta il pessimismo sul futuro

Giovanni Del Re

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

«L’Unione Europea ha al massimo dieci anni a voler esser ottimisti». L’alto diplomatico di un importante Stato membro allarga le braccia e fa una faccia sconsolata. «Ma se vince Marine Le Pen l’anno prossimo in Francia saranno massimo due-tre anni». Non c’è pranzo, cocktail o colloquio in cui funzionari comunitari, diplomatici, europarlamentari, non ribadiscano questa foschissima visione del futuro dell’Ue. Un clima così tetro tra i palazzi di Bruxelles come nelle capitali non si era mai visto, neppure nelle ore più buie della crisi dell’eurozona nel 2011 o 2012. E questo, ironia del destino, proprio mentre l’Europa si prepara alle solenni celebrazioni per il sessantesimo del Trattato di Roma, il 25 marzo nella Città Eterna. «Ci troviamo in una situazione drammatica come mai prima», ha detto il presidente uscente del Parlamento europeo Martin Schulz, «la realtà è che rischiamo il collasso dell’Unione Europea».

«L’Europa», ha ribadito anche l’ex premier francese Manuel Valls, «rischia di crollare. Siamo di fronte a un momento pericoloso per il mondo, l’Europa e la Francia». Bruxelles e le capitali guardano con orrore all’avanzata populistica, frutto del crescente disamore dei cittadini verso l’Unione, della devastante crisi finanziaria del 2008 e del caos migratorio. Un’avanzata rafforzata oltretutto dalla vittoria di Donald Trump negli Usa. E il 2017 rischia di essere un annus horribilis, con elezioni a marzo in Olanda – dove è in testa nei sondaggi il leader della destra anti-Ue e anti-migranti Geert Wilders – poi ad aprile e maggio alle presidenziali francesi, con l’incubo Marine Le Pen, in autunno in Germania, dove la destra anti-Ue dell’Afd è data intorno all’11 per cento. E in primavera è probabile che si voterà anche in Italia.

«Un G7 (il 26 e 27 maggio 2017 a Taormina, ndr) con Trump, Le Pen, Johnson, Beppe Grillo: uno scenario da horror che mostra perché valga la pena combattere il populismo», twittava, poche settimane prima del referendum sulla Brexit del 23 giugno, Martin Selmayr, il potente capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il suo incubo comincia a diventare realtà: Trump ha vinto a sorpresa, i britannici hanno detto sì alla Brexit e Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra anti-Ue, è ministro degli Esteri britannico. È stato con gioia spasmodica che Bruxelles e le capitali si sono aggrappate alla vittoria del verde Alexander Van der Bellen al ballottaggio delle presidenziali austriache il 4 dicembre scorso, sventando lo spettro del primo presidente di estrema destra, Norbert Hofer, di un paese Ue.

Il 4 dicembre è stato però anche il giorno della schiacciante vittoria del No al referendum costituzionale in Italia, e delle dimissioni di Matteo Renzi, che molti a Bruxelles e Berlino vedevano come l’ultima spiaggia per l’Italia. La raffica di tornate elettorali nel 2017 rischia di segnare la paralisi dell’Unione, proprio in un momento in cui urgono risposte comuni, dalla crisi migratoria al rilancio della crescita al completamento dell’unione bancaria. La politica “tradizionale” è nel panico, e l’inazione della Ue alimenta l’euroscetticismo. «In passato», ha detto giorni fa Romano Prodi, che guidò la Commissione europea dal 1999 al 2004, «arrivata al burrone, l’Europa è sempre riuscita ad andare avanti, ma oggi non c’è nessun segno concreto che sia iniziato questo avanzamento». Peggio, ormai tutti cercano di inseguire i populisti sul loro stesso terreno, attaccando l’Europa.

«Si fa dell’europopulismo light», dice Olivier Costa, professore di Scienze politiche al Collège d’Europe, «sperando di fermare così gli euroscettici. L’esempio della Brexit dimostra che non funziona. Questo cocktail tra populismo e paura dei governi di muoversi può essere mortale». A farne le spese è la Commissione europea, sempre più emarginata mentre gli Stati cercano di mettersi d’accordo fra di loro scavalcandola, all’insegna del metodo intergovernativo che però vuol dire anche il ritorno a quell’obbligo dell’unanimità che il Trattato di Lisbona aveva bandito proprio per evitare i paralizzanti veti incrociati. «L’Europa non conta più nulla», ha avvertito ancora Prodi, «la Commissione, che rappresenta l’aspetto collegiale dell’Europa unita, non esiste più perché gli Stati hanno ripreso il potere non capendo che la Storia avrebbe fatto il suo cammino».

Oltretutto le soluzioni intergovernative scelte per affrontare la crisi dell’eurozona, analizza anche Sonja Puntscher Riekmann, direttore del Centro di studi sulla Ue Jean Monnet di Salisburgo, «hanno creato profonde divisioni tra gli Stati membri. La crisi migratoria ha approfondito tutto questo». I fatti le danno ragione: la pessima gestione della crisi greca ha creato risentimenti tra greci e tedeschi, Nord e Sud Europa, quella migratoria tra Italia e Germania da una parte e Paesi dell’Est dall’altra. «Lo vediamo nel quotidiano», confida un alto funzionario comunitario, «ormai anche nelle nostre discussioni prevalgono linee puramente nazionali, con un costante scontro Nord-Sud». Peggio, si evidenziano i rapporti di forza, Stati grandi e potenti contro minori e deboli, esacerbando le animosità nazionali. Pesa su tutto, gravissima, l’assenza della Francia, mai come in questi giorni si comprende l’importanza del tradizionale motore franco-tedesco: senza il contrappeso d’oltre Reno, la Germania ormai domina e fa asse con il Nord, inasprendo le divisioni.

Non aiuta la crescente debolezza di Juncker. L’uomo è visibilmente affaticato, raccontano di orari di lavoro limitati, mentre il suo entourage riduce sempre più le sue apparizioni pubbliche, le voci di un suo problema con l’alcol non scemano. Una debolezza che devasta la credibilità di Bruxelles, basta guardare la sfrontatezza con cui i paesi di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria) rifiutano di applicare la direttiva in vigore per la ridistribuzione dei richiedenti asilo da Italia e Grecia. Juncker non ha il coraggio di avviare una procedura d’infrazione, limitandosi a scorati sfoghi. «È una cosa nuova», ha detto pochi giorni fa, «per la prima volta nella storia europea del dopoguerra non tutti gli Stati membri applicano le regole comunemente concordate. Questo va contro i principi basilari dell’Unione, per i quali l’Ue è un sistema basato sulle regole. Non lo è più».

L’Europa può morire anche così. «La disintegrazione europea», ha commentato Philippe Legrain, consigliere dell’allora presidente della Commissione José Manuel Barroso dal 2001 al 2014, e oggi docente all’Istituto Europeo della London School of Economics, «non richiede necessariamente altre fuoriuscite di Stati membri. Basta che si mettano a ignorare le regole». Non ci sono solo i riottosi Paesi dell’Est: Parigi, per esempio, da anni viola indisturbata il Patto di stabilità e ora minaccia di non applicare la direttiva sui lavoratori distaccati in altri Paesi (che secondo il governo favorisce il dumping sociale); Berlino ha fatto sapere che manterrà i controlli alle frontiere interne per tutto il 2017 in barba a Schengen anche se Bruxelles non sarà d’accordo, come non si cura dello smisurato avanzo della sua bilancia commerciale vietato dalle norme Ue.

Del resto, la stessa Commissione non applica il diritto Ue, non avviando procedure d’infrazione contro i Paesi dell’Est o rinunciando a qualsiasi sanzione anche simbolica contro Spagna e Portogallo pur avendo stabilito che i due Paesi violano il patto di stabilità. Come stupirsi se Matteo Renzi aveva minacciato di ignorare le norme sulle ristrutturazioni bancarie per salvare il Monte dei Paschi, visto che ormai nessuno rispetta le leggi Ue? «Se la situazione continuerà ad aggravarsi», dice ancora Legrain, «la Ue somiglierà sempre di più alla Società delle Nazioni degli anni Trenta». A quel punto potrebbe anche, formalmente, sopravvivere. Tanto sarà solo un guscio vuoto.

[Foto in apertura di Wiktor Dabkowski / Eyevine / Contrasto]

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