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29 dicembre 2016

Legge elettorale, così la politica italiana ritorna all’antico

Col Consultellum o un Mattarellum rivisto, il Paese si avvia a una nuova prima Repubblica. Fatta di proporzionale e accordi fragili. Più soggetti a veti che a riforme

Renzo Rosati

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Dovremo abituarci a elezioni e governi molto diversi da quelli degli ultimi undici anni: da quando cioè nel 2006 si è votato con il premio di maggioranza per le coalizioni della legge firmata Roberto Calderoli, nota come Porcellum. Premio che Matteo Renzi avrebbe voluto portare al 54% dei parlamentari per il partito con il 40% dei voti. L’Italicum, già morto politicamente, verrà probabilmente cancellato dalla Corte costituzionale (si riunisce il 24 gennaio), come già il Porcellum. Nel 2017 qualunque formula conterrà robuste dosi di proporzionale, le preferenze, le coalizioni. Elettori, addetti ai lavori e politici devono cambiare testa, ragionare non più in termini di premier forte (l’“uomo solo al comando”), ma di compromessi e alleanze. Che magari si formeranno in Parlamento dopo il voto, tra chi si è combattuto fino al giorno prima.

Oggi l’unico sistema elettorale immediatamente praticabile è quello delineato dalla Consulta quando il 13 gennaio 2014 ha cancellato la legge Calderoli. Il cosiddetto Consultellum è un proporzionale puro con preferenza unica nei collegi, sbarramento al 10% alla Camera per le coalizioni (al Senato al 20 su base regionale), all’8% per i partiti che corrono da soli e al 2 per chi fa parte di una coalizione (del 3 al Senato). Rispetto alla Prima repubblica ci sono la preferenza unica e le coalizioni: ma i risultati non sono dissimili. C’è un’altra possibilità che Renzi ha messo sul piatto il 18 dicembre: tornare alla legge ideata dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Il Mattarellum, in vigore dal 1994 al 2005, elegge il 75% dei parlamentari in collegi uninominali (ogni lista presenta un solo candidato per collegio e vince chi prende più voti) e il 25% con voto proporzionale, dove lo sbarramento è al 4%.

Più un correttivo per favorire le liste minori, che scorpora dai voti proporzionali quelli ottenuti dai principali partiti nel maggioritario. Il ritorno al Mattarellum è stato subito accolto da Matteo Salvini, leader della Lega. Fino a qualche tempo fa andava bene anche ai grillini, mentre Forza Italia e i partiti minori vorrebbero qualcosa che li garantisse di più. Si parla dunque di un Mattarellum ulteriormente proporzionalizzato, con divisione 50 e 50. Ragione in più per interpretare le prossime elezioni politiche con logiche opposte rispetto al presente. In apparenza tornano le coalizioni, e al loro interno il potere d’interdizione delle liste minori che minò sia i governi di Berlusconi sia l’Ulivo di Romano Prodi. E tuttavia si garantì una sostanziale alternanza tra destra e sinistra. Il problema è che oggi, se anche si ricomponesse un cartello elettorale intorno al Pd renziano e un altro ancora più complicato di centrodestra, le due forze si troverebbero di fronte i 5 Stelle.

Inside Montecitorio, the Italian Parliament

Terremotati sì dal caso Roma, ma probabilmente in grado di presentarsi alle Politiche e, nonostante la proclamata purezza identitaria, disposti a stringere alleanze tra il “popolo arancione” del sindaco di Napoli Luigi De Magistris, i giustizialisti di Antonio Ingroia, i movimenti anti-Tav e anti-Triv, e qualche altra sorpresa che potrebbe manifestarsi al Nord. Con tre concorrenti sulla scena e una legge proporzionale il quadro si complicherà, non solo nella battaglia dei collegi ma anche dopo. E forse neppure un ridotto premio di maggioranza sarà sufficiente a fare uscire la governabilità direttamente dalle urne. Nonostante la batosta referendaria la sinistra renziana è ancora prima nei sondaggi, ma difficilmente arriverà alla maggioranza delle Camere. Dunque dovrà cercare alleanze in Parlamento. Ed è quasi scontato che il sostegno gli arriverà da Forza Italia.

Infatti un proporzionale ancora più doc è ciò che vuole Silvio Berlusconi. Da questo scenario il Cavaliere uscirebbe rivitalizzato, ma costretto ad agire in stato di necessità, rinfoderando le ambizione di leadership moderata. Anzi, tra molte rotture nel suo campo (e anche nella sinistra). Stato di necessità significa innanzi tutto difendere Mediaset dai francesi di Vincent Bolloré. La Fininvest non ha le risorse per reggere a un’Opa lanciata da Vivendi, il sistema bancario (a parte il sostegno promesso da Intesa) a tutto pensa tranne che dedicarsi a operazioni di sistema in nome dell’italianità di Canale 5. Il governo Gentiloni ha diffidato da concentrazioni tra Telecom (già in mano a Vivendi) e Mediaset francesizzata. E cerca sponde all’Eliseo, dove però ad aprile si insedierà un nuovo presidente.

Bolloré era amico di Nicolas Sarkozy, mentre il probabile vincitore gollista sarà François Fillon. Più liberista di Sarkò ma certo non desideroso di debuttare facendo favori all’Italia. Ancora peggio se vincerà Marine Le Pen. Potrà nascere un centrosinistra-centro sulla difesa di Mediaset? In passato anche Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti si erano spesi per impedire la cessione del Biscione a Rupert Murdoch. Oggi però, con grillini, leghisti e populisti vari in agguato, e teorie dei poteri forti dilaganti, occorrerà un accordo su una linea economica più ampia. Fatalmente meno mercatista. Quindi magari una revisione del Jobs Act, e la tutela dell’italianità estesa ad altre aziende strategiche: per dire, gli stabilimenti della Fca di Sergio Marchionne. Insomma la negazione del renzismo prima maniera.

Inside Montecitorio, the Italian Parliament

Anche leghisti e grillini dovranno accettare compromessi, non solo politici ma nella rappresentanza senza bardature ideologiche di bacini economici e sociali. Il modello bancario territoriale difeso per anni dalla Lega è crollato tra imbrogli e mancanza di capitali. La “banca dei cittadini” vagheggiata da Beppe Grillo per Mps si è rivelata propaganda. E lo stesso Grillo dovrà ampliare e rendere visibile la propria cosiddetta constituency. Le analisi dicono che ha raccolto consensi soprattutto tra lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, partite Iva (specie al Nord); e dipendenti pubblici e precari (al Sud). Ora queste forze, se Grillo vuol fare sul serio, dovranno strutturarsi, e i grillini ammetterne l’influenza. Massimo Colomban, per esempio, non solo era il prescelto da Davide Casaleggio per commissariare Virginia Raggi (grana che l’interessato ha rifiutato), ma è un esempio della contaminazione del M5s.

Colomban, imprenditore edile poi passato al settore alberghiero, già finanziatore della campagna del leghista Luca Zaia e di recente sostenitore di Matteo Renzi, è tra i fondatori di Confapri, un’associazione di piccoli e medi imprenditori del Nord-Est che si battono per l’abolizione dell’Irap e dell’Imu ma non vogliono l’uscita dall’euro. Il referendum costituzionale ha insegnato che le élite dirigenti, dalla Confindustria ai giornali, contano poco. Con il proporzionale sarà minore l’influenza della politica doc e maggiore quella dei corpi intermedi che Renzi voleva combattere, e di lobby fin qui poco note. Se non si troverà un raccordo tra politica e corporazioni avremo un ritorno massiccio dell’astensione, con il paradosso di un parlamento proporzionale ma non rappresentativo. Cioè un ulteriore spappolamento dell’opinione pubblica e spazio alla demagogia.

[Foto in apertura di Angelo Palma / A3 / Contrasto]

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