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29 dicembre 2016

La Francia alle elezioni che deve scegliere tra due destre

La sfida tra l’uomo dell’establishment, Fillon, e Marine Le Pen. Mentre l’economia ristagna e incombe la minaccia foreign fighters

Leonardo Martinelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

L’anno dalle mille incertezze: nel 2017, a maggio, si svolgeranno in Francia le presidenziali, una battaglia ancora aperta. Il vincitore si ritroverà ad affrontare (con ricette molto diverse) le urgenze principali del Paese: quelle relative all’economia e alla lotta contro il terrorismo.

 

Battaglia presidenziale

Fino allo scorso autunno inoltrato, su queste elezioni, la partita sembrava già giocata d’anticipo. Prevista in ogni caso Marine Le Pen al ballottaggio, il favorito per affrontarla era il candidato della destra. Chi? Alain Juppé, che avrebbe dovuto vincere le primarie del centro-destra a fine novembre. Il sindaco di Bordeaux, grazie a un approccio e a idee “accettabili” anche da parte di un elettorato di centro e forse di sinistra, era la scelta migliore per guidare quello che a Parigi viene chiamato il “fronte repubblicano”: l’appello di tutti contro l’estrema destra. Ebbene, niente di tutto questo: alle primarie ha vinto a sorpresa François Fillon, con un programma di destra senza complessi, che si richiama addirittura a Margaret Thatcher. Le inchieste d’opinione attuali lo danno ancora come favorito per passare e vincere al secondo turno delle presidenziali contro la Le Pen.

Ma mancano quasi cinque mesi. E una cosa è certa: Fillon potrà attirare meno voti di sbarramento alla zarina del Front National rispetto a Juppé. Sì, perché tanti elettori della sinistra, che con il sindaco di Bordeaux si sarebbero più facilmente turati il naso, saranno meno pronti a farlo con Fillon, davvero troppo “destrorso” ai loro occhi. I giochi si riaprono a sinistra. Subito dopo quello della vittoria di Fillon alle primarie, un altro colpo di scena ha sconvolto le previsioni per il 2017. La sera del primo dicembre, François Hollande ha annunciato che non sarà candidato alle presidenziali del 2017. Già si pensava che la gauche si sarebbe presentata a quell’appuntamento con il presidente più impopolare della Quinta Repubblica: insomma, con nessuna chance di vincere. Invece, la sfida si riapre: a fine gennaio (il ballottaggio si terrà il 29) sono previste le primarie della sinistra.

In lizza sette candidati, ma l’attenzione si concentra soprattutto su Manuel Valls (la destra del Ps) e Arnaud Montebourg (la sinistra del partito), con Benoît Hamon (la sinistra-sinistra) e Vincent Peillon (hollandista di ferro), quali possibili sorprese dell’ultimo minuto. L’offerta delle presidenziali non si esaurisce qui: ci saranno anche Jean-Luc Mélenchon (estrema sinistra, con un programma che occhieggia all’ecologia) e Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia, che con il suo movimento («né di destra, né di sinistra», dice lui, che si definisce comunque «progressista») ha già attirato più di 120 mila aderenti. Nei sondaggi attuali l’empatico Macron appare costantemente terzo al primo turno delle presidenziali, dietro a Fillon e alla Le Pen.

 

L’economia ferma

La Francia non crolla, ma non avanza. I cinque anni di presidenza di Hollande dovevano segnare il ritorno deciso della crescita economica e l’inversione (altrettanto decisa) della curva ascendente della disoccupazione. Così non è stato, per un Paese che a livello della spesa pubblica ha ancora ampi margini d’azione rispetto all’Italia. Gli ultimi dati disponibili sull’evoluzione del Pil (il Prodotto interno lordo) indicano un +1,2% per il 2016. È un risultato deludente, se si considera che durante l’anno alcuni fattori hanno favorito il Made in France in misura eccezionale: un euro sempre più basso sul dollaro, tassi d’interesse ai minimi e un prezzo del petrolio in caduta libera, senza contare che un sistema come il credito d’imposta per la competitività e l’impiego (Cice), tutti fondi pubblici a favore dell’industria, è arrivato ormai a pieno regime.

Per il 2017 l’Insee, equivalente francese dell’Istat, prevede un +1,5% per il Pil, ma a Parigi non ci crede nessuno: con il ritorno dell’inflazione (e i suoi riflessi sui consumi privati, vera molla della crescita nel Paese, che vive da anni con un deficit commerciale cronico) e con l’indebolirsi progressivo dei fattori positivi già visti sopra, sarà durissima. Intanto, la disoccupazione sta scendendo faticosamente sotto il 10% ma anche questo risultato è deludente, se si considerano i generosi incentivi introdotti dalla sinistra al potere per le nuove assunzioni. La gauche è stata, invece, diligente nel risanare i conti dello Stato (è sempre così in Francia), con un deficit pubblico pari al 3,3% del Pil nel 2016, contro il 4,8% nel 2012, alla fine dell’era Sarkozy. Nel frattempo i posti di lavoro nell’industria hanno continuato a calare (3,1 milioni attualmente, 3,2 cinque anni fa e 3,7 nel 2006). Non solo: fra il 2004 e il 2015 la quota di mercato dei prodotti made in France nel mondo è scesa dal 5,1 al 3,1 per cento. Il recupero della competitività industriale resterà nel 2017 una delle principali sfide da raccogliere.

 

Terrorismo di ritorno

Sarebbero ancora 700 i jihadisti di cittadinanza francese presenti sul territorio, sempre più esiguo, dello Stato islamico, a cavallo fra Siria e Iraq. E proprio il loro rientro possibile in Francia è considerato a Parigi la principale sfida nel 2017 per la lotta al terrorismo. Questi invasati, pronti a tutto, potrebbero essere gli autori di nuovi attacchi. Da questo punto di vista, i servizi segreti assicurano di aver sventato nel 2016 almeno 17 attentati da parte di jihadisti. Ma la memoria resta segnata dall’assassinio di un poliziotto e della compagna nella periferia parigina, dalle 86 vittime sulla Promenade des Anglais a Nizza e dal prete sgozzato nel Nord della Francia. Il terrorismo islamico non ha solo riflessi sulla convivenza interna con la comunità musulmana (più di 4 milioni di fedeli), ma pure su un’attività economica così importante per la Francia come il turismo. Fra il gennaio e l’ottobre 2016 le presenze sono calate dell’8,1%. E nel caso dei cinesi e dei giapponesi (rispettivamente -23 e -39%), la flessione è stata ancora più decisa. E preoccupante: sono i veri fanatici dello shopping.

 

[Foto in apertura di Philippe Lopez / Afp / Getty Images]

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