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29 dicembre 2016

Bert Kaplan, l’uomo che archivia i sogni

Uno scienziato riceve fondi per registrare i pensieri notturni. E comincia dai nativi Usa. Un libro rievoca quello studio degli anni ’50. Sembra oggi

Marco Filoni

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

È la preistoria dei Big Data. E, in un’epoca come quella in cui viviamo, a voler datare la preistoria basta tornare indietro soltanto di qualche decennio. Stati Uniti, 1950. Nel fervore del dopoguerra e nel pieno dello sviluppo economico e culturale americano, anche le scienze sociali vivono un periodo di euforia. Vengono sovvenzionate ricerche d’ogni tipo, alcune ardite altre meno. Tutte dense di prosperose speranze. Fra queste ve ne è una particolarmente interessante. Ed è la storia del bizzarro ricercatore che si era messo in testa di costruire un archivio di ciò che è meno archiviabile al mondo: i sogni.

Si chiama Bert Kaplan, di formazione psicologo. Sta facendo un dottorato ad Harvard: bravo, sveglio, è uno studioso brillante e intraprendente, allievo del grande antropologo culturale Clyde Kluckhohn. Insomma, una stella nascente delle scienze sociali. E la sua storia è ora raccontata nel bel libro di Rebecca Lemov, docente di storia della scienza a Harvard, dal titolo Database of Dreams. The Lost Quest to Catalog Humanity (Yale University Press). Che dimostra come a volte alcune storie vengono dimenticate perché non sono importanti, altre volte invece hanno perso importanza perché sono state dimenticate.
Andiamo con ordine. Partiamo dal contesto.

L’America degli anni Cinquanta è l’Eldorado degli studiosi. Qui i campus si popolano di intelligenze pronte a innovare in qualsiasi campo: scienziati, fisici, medici, etnografi e antropologi iniziano a lavorare in team interdisciplinari. E soprattutto iniziano a produrre dati. Molti, moltissimi, una montagna di dati. Su tutto. Il comportamento umano nelle sue molteplici sfumature passa sotto il bisturi (a volte spuntato, altre tagliente) di questi scienziati – tanto per fare un esempio: chi ha visto la serie televisiva Master of Sex sa che è il risultato di una quelle ricerche. A questo si deve aggiungere un elemento: tempo ed epoca sono il perfetto genius loci della psicoanalisi. I campus americani sono il luogo ideale di coltura – e ahinoi pure d’impanatura – delle teorie freudiane: il pensiero del viennese varca sì l’Atlantico con un carico di aspettative ardite, ma per tornare indietro senza onore né gloria. In particolare è proprio quel dispositivo interpretativo dei sogni che qui diventa un’enorme catena di montaggio, linfa vitale pronta a generare e concimare New Age, culture sedicenti libertarie o libertine, controculture di varie estrazioni e risultati.

Ecco perciò che l’idea di un archivio mondiale dei sogni risponde a una sensibilità generale e a un entusiasmo contagioso (che, va detto, ha prodotto anche moltissime e fondamentali ricerche nel campo delle scienze sociali). Provate a immaginare: costituire un archivio, un’infrastruttura che raccolga, preservi e permetta la condivisione di ciò che è più volubile e vulnerabile al mondo. I sogni, i pensieri, ciò che ci passa per la testa. L’idea era anche quella di raccogliere non soltanto l’intangibile, ma anche il fragile. Cosa c’è di più etereo, più a rischio di esser dimenticato di un sogno? È volubile e appassisce presto. Lo sperimentiamo tutti nel momento in cui ci svegliamo: magari appena svegli ricordiamo un sogno fatto, mentre col passare delle ore ce ne dimentichiamo. Per sempre. Ecco allora che l’idea di Kaplan di raccogliere questi materiali fatti di pensieri fugaci, digressioni casuali, ricordi individuali e invenzioni notturne nella testa delle persone era anche un modo per conservare una cultura. O meglio, strappare all’oblio segni e testimonianze a rischio d’estinzione, ma non per questo privi d’importanza.

Perché Kaplan era convinto di una cosa: raccogliere i dati effimeri di una comunità connota la comunità stessa da tutte le altre. Vedere come nascono sogni, pensieri, considerazioni, sentimenti e sensazioni – e pure come muoiono – significava per lui comprendere il flusso della modernizzazione, vedere come questi dati cambiano e si dissolvono, mentre sulle loro ceneri ne nascono altri. Perciò quello di Kaplan era un archivio dei sogni anche in senso letterale: rappresentava il sogno, l’aspirazione di ogni scienziato sociale di sempre, quello cioè di comporre un catalogo della condizione umana. L’impresa non ebbe successo e fu dimenticata. Fino a oggi, almeno, riportata in vita grazie al libro di Rebecca Lemov. Che ci racconta come, per quasi un decennio, Kaplan capitanò una ben nutrita squadra di ricercatori che se ne andò in giro a raccogliere e registrare dati – andavano a sottoporre il test di Rorschach (cosa si vedeva nella famosa macchia d’inchiostro su un foglio) soprattutto ai nativi americani, dagli indiani Zuni del New Mexico agli indiani Menominee nelle riserve del Wisconsin.

L’idea che questi “documenti umani”, come li chiamavano all’epoca, potessero generare un archivio delle esperienze umane convinse anche i burocrati del National Research Council il quale, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, finanziò benevolmente la ricerca. Ma furono due i motivi, come ci dice Lemov, che portarono al fallimento. Il primo riguardava la scelta della piattaforma di memorizzazione usata da Kaplan, ovvero le Microcard (un supporto che ebbe vita corta e in breve tempo l’azienda produttrice dichiarò fallimento). Il secondo invece, più sostanziale, riguardava i dati stessi: Kaplan e soci infatti raccoglievano dati grezzi, crudi, osservazioni sul campo non interpretate e non contestualizzate.

Ora, al di là del valore storico, il progetto di Kaplan assume oggi importanza perché in un certo modo il suo visionario tentativo di catalogare il consorzio umano si sta pian piano realizzando. In maniera differente, certo, ma non senza qualche – inquietante – analogia. Cosa c’è di più intimo dei sogni? Chi conosce i tuoi sogni, i tuoi desideri privati, intimi, ha su di te un potere inimmaginabile. La vita soggettiva ha un valore perché chi la conosce può usarla per i suoi fini. Rendere il soggettivo qualcosa di prevedibile e catalogabile è di fatto quello che stanno facendo i grandi monopoli della tecnologia che possiedono i nostri dati digitali. Ogni volta che mettiamo un like su Facebook, facciamo un ricerca su Google, ascoltiamo una canzone su Spotify o compriamo qualcosa su Amazon stiamo lasciando tracce di noi stessi.

E chi possiede queste tracce può usarle per controllare e mercificare la nostra vita, i nostri sogni, desideri e consumi. È quello che succede ogni volta che l’algoritmo dei grandi monopoli digitali “profilano” la nostra esistenza online – che, quasi inutile sottolinearlo, equivale oggi all’esistenza vera e propria. Queste aziende cercano di immaginare (e spesso ci riescono) il nostro futuro sepolto nel nostro presente. E ne facciamo esperienza quando, dopo un acquisto, Amazon ci propone altri prodotti che ci potrebbero interessare – o Facebook con gli amici che potremmo conoscere, e così via. La vicenda di Kaplan ci fa riflettere sulle responsabilità di chi possiede dati sensibili e intimi. E, come avverte Rebecca Lemov nel suo libro, può essere un memento mori per l’attuale dibattito sui Big Data. Perché i dati che aveva raccolto Kaplan negli anni Cinquanta finirono nel dimenticatoio e non furono utilizzati. Siamo sicuri che lo stesso accada per i dati che oggi lasciamo in giro ogni volta che ci colleghiamo in rete da un computer – e diciamo qualcosa di noi a qualcuno di cui non sappiamo (anzi, ormai lo sappiamo eccome) come li userà?

[Foto in apertura di Joson / Getty Images]

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