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27 dicembre 2016

Un’Unione europea fondata su lobbisti e porte girevoli

Gli scandali legati agli incarichi di commissari e funzionari hanno minato la credibilità della Ue. Juncker vuole maggiore trasparenza. Ma con scarsa efficacia

Gaia Giorgio Fedi

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Nella capitale europea si notano lavori in corso ovunque per le strade, ma uno dei cantieri più importanti non è visibile ed è quello sulla trasparenza. La Ue è oggi alle prese con una serie di iniziative volte a rendere più limpido il rapporto con le lobby e minimizzare i conflitti di interesse, come la proposta di riforma del registro di trasparenza comunitario, la possibile estensione per gli ex commissari del periodo di astensione dall’assunzione di incarichi e il codice di condotta per gli europarlamentari, appena votato a Strasburgo. Iniziative rese ancora più necessarie da una serie di grane che ultimamente hanno inferto importanti ferite alla credibilità delle istituzioni, come la nomina dell’ex presidente della Commissione José Manuel Barroso in Goldman Sachs, la comparsa dell’ex commissario all’Antitrust Neelie Kroes nei Bahamas Leaks e la sua consulenza per Uber, il controverso viaggio a Budapest del commissario Günther Oettinger sul jet privato di un potente lobbista legato a Mosca.

 

Il nodo della trasparenza

«I casi recenti hanno dimostrato che c’è ancora della strada da fare per migliorare la trasparenza delle istituzioni», commenta a pagina99 Olivier Hoedeman, Research and Campaigns Coordinator di Corporate Europe Observatory, un’organizzazione non-profit che monitora l’impatto delle lobby nel processo decisionale delle istituzioni Ue. Per scongiurare casi eclatanti di porte girevoli, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha proposto di estendere il periodo di astensione alla fine del mandato da 18 a 24 mesi. «Troppo poco per evitare in futuro casi come il Barrosogate. E anche su altri fronti la reazione non è stata adeguata», aggiunge Hoedeman.

Il riferimento è al caso Oettinger, che ha creato dubbi sulla trasparenza del commissario nei confronti delle lobby (si veda l’articolo in pagina, ndr): «La Commissione ha reagito nel solito modo: negando e minimizzando. Un atteggiamento che danneggia la fiducia nelle istituzioni e dà ai commissari un segnale sbagliato, quello cioè che non verranno ritenuti responsabili delle loro azioni».

 

Un problema di fiducia

La trasparenza nel processo decisionale è uno dei principali driver dell’euroscetticismo, sostiene l’organizzazione Transparency International, ricordando i colpi inferti alla credibilità della Ue dagli scandali degli ultimi anni: come la vicenda “Cash for Laws”, che ha coinvolto nel 2011 quattro europarlamentari per aver chiesto denaro per presentare emendamenti, o il caso dell’ex commissario maltese alla Salute John Dally, che secondo un rapporto dell’Olaf (l’ufficio europeo per la lotta contro frodi e corruzione) avrebbe taciuto sulla sua partecipazione a riunioni non ufficiali con i rappresentanti dell’industria del tabacco nello stesso periodo in cui si preparava una direttiva sull’argomento.

Il 28 settembre scorso la Commissione europea ha presentato una proposta di riforma per rendere il Registro di trasparenza obbligatorio per tutte e tre le istituzioni Ue, in un’ottica di collaborazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio «per riconquistare la fiducia dei cittadini», come aveva commentato il vice presidente Frans Timmermans. Oggi l’iscrizione al registro – dove vengono indicati budget e finanziamenti ricevuti, lista dei clienti, dossier sui quali si svolge attività di pressione e nomi dei consulenti accreditati per l’ingresso in Parlamento – è volontaria e il vincolo a incontrare solo lobbisti registrati esiste solo per la Commissione e solo per i funzionari di grado più alto.

 

Norme troppo blande

«Purtroppo anche la proposta di riforma non estende la regola a tutti i funzionari», commenta Hoedeman di Corporate Europe Observatory: «In Commissione il vincolo a incontrare solo lobbisti registrati resterebbe limitato a commissari, capi di gabinetto e direttori generali. Inoltre, anche se nel testo ci sono degli aspetti positivi, si fa un grande passo indietro sulla definizione dell’attività di lobbying, che nell’attuale formulazione molto ampia è uno dei principali punti di forza del registro». Nella nuova formulazione, l’attività di lobbying viene subordinata all’effettiva presenza di contatti con i policy maker, spiega Hoedeman, e quindi non verrebbero indicate sul registro tutte le attività di lobby indiretta, le campagne di comunicazione, i report, eccetera. «La proposta della Commissione di fatto produrrebbe un Registro solo parzialmente obbligatorio», commenta Isabella Adinolfi, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, che fa parte del comitato di contatto che interloquisce sul tema con la Commissione affari costituzionali.

«Molti degli attuali problemi non sono stati affrontati. Non sono previste sanzioni abbastanza pesanti (in caso di violazione delle regole è prevista la sospensione o la cancellazione dal registro) e nell’attuale formulazione di fatto verrebbero esclusi dalla registrazione diversi soggetti che svolgono effettivamente attività di pressione: gli studi legali, per esempio, perché nella definizione ristretta di attività di lobbying non rientra più la consulenza legale. Inoltre alcune organizzazioni risultano esplicitamente escluse dal novero dei soggetti che possono essere considerati lobbisti, come le autorità pubbliche di Paesi terzi, che però in alcuni campi (pensiamo all’energia) possono essere invece molto attive nelle attività di pressione», afferma Adinolfi. L’idea che sulla riforma si potesse fare di più è condivisa dagli stessi lobbisti.

Karl Isaksson, presidente della European Public and Affairs Consultancies’ Association, ha osservato che «la proposta di estendere l’obbligatorietà del registro a tutte e tre le istituzioni è una buona idea, ma avremmo voluto che l’obbligo di incontrare esclusivamente lobbisti registrati fosse allargato proprio a tutti i funzionari». Isaksson esprime alcune perplessità anche sull’efficacia nei confronti del Consiglio: «Gran parte del nostro lavoro di lobby sul Consiglio si svolge al livello delle rappresentanze permanenti, che però secondo la proposta di riforma non avrebbero un obbligo a incontrare solo lobbisti registrati: si tratta di una decisione lasciata alla loro iniziativa».

 

Le opacità del Consiglio

L’idea che l’anello debole della catena sia proprio a livello del Consiglio è condivisa da diversi interlocutori. «Sul fronte del processo decisionale è l’istituzione meno trasparente perché tutto si svolge a porte chiuse, e spesso su alcune decisioni non c’è neanche la disponibilità a mostrare i cosiddetti follow-up documents (i documenti di verifica, ndr), mentre il Parlamento è senz’altro l’istituzione più trasparente, perché quasi tutte le riunioni sono pubbliche e ci sono perfino le dirette streaming degli eventi», argomenta un lobbista che chiede di restare anonimo. La Commissione è una via di mezzo, perché dalle agende dei funzionari di alto grado si può vedere quali gruppi di pressione comunicano con l’istituzione e su cosa.

Ma persistono ancora delle aree grigie: per esempio l’Ombudsman europeo Emily O’Reilly ha recentemente chiuso un’indagine sul rispetto delle regole nei contatti con l’industria del tabacco, criticando la scarsa trasparenza della Commissione nel dare dettagli sugli incontri con i lobbisti del settore. Per capire se e come la riforma del registro potrà migliorare la trasparenza nelle istituzioni occorrerà aspettare. Lo scorso 13 dicembre a Strasburgo si è svolta la prima riunione del comitato di contatto che dovrà discutere la proposta, di cui fa parte Isabella Adinolfi. «Dato che la proposta riguarda un accordo interistituzionale, dobbiamo trovare un accordo tra le istituzioni. E servono alcuni step formali prima di avviare le negoziazioni vere e proprie, che partiranno intorno a Pasqua», spiega Adinolfi.

 

I paletti del Parlamento

Intanto però il 13 dicembre il Parlamento ha votato anche sul proprio regolamento interno, fissando alcuni paletti proprio nei rapporti con i lobbisti. È passata per esempio la proposta per i membri del Parlamento di incontrare solo lobbisti registrati; gli eurodeputati non potranno ricevere regali da lobbisti (ma solo se ricevuti in cambio di uno specifico comportamento in relazione al lavoro parlamentare). «Il voto non ci ha del tutto soddisfatti, perché non sono passate molte misure sostanziali, come la pubblicazione integrale della situazione patrimoniale degli europarlamentari e dei loro parenti più prossimi e il divieto di side job», sbuffa Adinolfi.

Infatti se in futuro gli eurodeputati non potranno impegnarsi «in attività lobbistica professionale e retribuita legata direttamente al processo decisionale europeo», non è comunque passato il divieto assoluto dei side job (che avrebbe per esempio costretto Guy Verhofstadt a lasciare il posto nel board della società d’investimento Sofina). Non solo: un giorno prima del voto il presidente Martin Schulz avrebbe bloccato un emendamento per fissate un periodo di astensione dagli incarichi di lobbying alla fine del mandato, che avrebbe limitato i casi – tuttora numerosissimi – di porte girevoli tra Parlamento Ue e lobby.

 

[Foto in apertura di Wiktor Dabkowski / Eyevine / Contrasto]

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