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26 dicembre 2016

Graphic novel, torna il duo Barbucci-Canepa con Sky-Doll

I nomi di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa sono mitici nel mondo dei fumetti. Ora tornano a stupire, in coppia e con altri collaboratori

Ferruccio Giromini

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Attenti a quei due: per il comicdom internazionale del XXI secolo i nomi di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa sono mitici già da un bel po’, eppure questa coppia creativa meriterebbe di essere riconosciuta per i propri valori artistici anche al di fuori della cerchia pur sempre limitativa del fumetto. Nel 1997, lei ventottenne e lui ventiquattrenne, entrambi genovesi, entrambi allievi (e poi docenti) dell’Accademia Disney milanese, in collaborazione con Elisabetta Gnone avevano dato una sterzata storica alle produzioni della Walt Disney Company internazionale ideando W.I.T.C.H., l’esplosiva squadra di magiche adolescenti passate in brevissimo tempo dal fumetto a una serie animata per il piccolo schermo e da lì a manga, videogiochi, romanzi, manuali e un amplissimo merchandising.

In seguito a un contenzioso legale con la assolutista casamadre per poter godere dei diritti sul fortunato team di personaggi (causa naturalmente persa), si erano in parte rifatti ideando ancora per la sottomarca disneyana Buena Vista – stavolta con Francesco Artibani e Katja Centomo, e con più eque clausole contrattuali – una nuova serie di successo internazionale: Monster Allergy, pure trasposta in serie animata televisiva in due stagioni, più e più volte ristampata, diventata attrazione da parco tematico e ora soggetto di un musical (al Teatro Sistina di Roma nel prossimo febbraio). Ma queste realizzazioni per un pubblico adolescente, per quanto di soddisfazione, non bastavano affatto ai due, al tempo coppia solida anche nella vita. Fu così che nel 2002 vide la luce il loro progetto più ambizioso: Sky-Doll, una serie di grandi albi a fumetti di argomento decisamente più adulto e pure un po’ scabroso: la religione, in particolare quella cattolica.

La protagonista è Noa, una androide dalle forme sinuose, mirabilmente senziente, ovvero tanto sensibile quanto riflessiva, che alla luce di quanto le accade un giorno si definisce nel complesso “un involucro inutile di plastica, una lava-astronavi e una prostituta”. Dunque fantascienza e sesso quali primi ingredienti; e poi simbologie cristologiche, lotte di potere (temporale prima ancora che spirituale) tra la Santissima Papessa Lodovica di Papathea a capo della casta lodovichiana, l’ambiguo Miracolatore creatore di bambole, la divina Agape e i sovversivi agapiani; e in mezzo a tutto ciò dei comuni mortali che si spostano tra pianeti – Johanna, Aqua, Sudra – dove «migliaia di divinità vecchie e nuove si affiancano e ognuna di loro possiede dozzine o centinaia di nomi e interpretazioni diverse». Tutto ciò permette l’espandersi, sotto gli occhi del lettore, di un universo di grande complessità visuale, un vero e proprio delirio cosmografico in cui una moltitudine di razze abita architetture di potente estro scenografico e usa oggetti di design altamente inventivo.

Il tutto, spettacolare, oscilla tra un acceso revival neoliberty, marcatamente Sixties-style, e le sontuosità fantasy-fantascientifiche dei maestri della scuola di Métal Hurlant: i costumi avvolgenti di Moebius, le altissime architetture di Philippe Druillet, lo zoo esobiologico di Jean-Claude Mézières. Ha ragione il personaggio che confessa: «Trovarsi così disorientati da tanta diversità culturale in certi giorni mi rende perfino euforico». In Sudra, quarto e penultimo capitolo della saga della tenera Sky-Doll, ora arrivato dopo anni a sedare momentaneamente le ansie dei fan della serie, sul Pianeta Circo si respirano i profumi forti dell’Induismo, e la storia, sciogliendosi tra i caldi toni rosati del giorno e quelli azzurrati freddi notturni, si dipana tra suggestioni barocche felliniane e lontani esterni selvatici da Avatar. Dove si capisce che fattore trainante dell’operazione è esattamente la ricchezza espressiva. Alessandro Barbucci è disegnatore eccelso, morbidissimo, e Barbara Canepa è colorista profondamente sensuale, capace di ammaliare tinteggiando atmosfere emozionanti. Sky-Doll è una serie da leggere ma soprattutto da guardare, a occhioni spalancati e luccicanti come quelli, mangofili, della bella Noa.

Con Sudra la coppia di autori si è infine riunita. Sì, perché nel frattempo, trasferitisi entrambi in Francia, ognuno era andato un po’ per la sua strada, a esplorare altro in autonomia. Canepa si è dedicata in particolar modo a dirigere collane editoriali di albi illustrati per le edizioni Soleil di Tolone, ma ha anche firmato in prima persona l’esordio di una nuova serie a fumetti, E.N.D. – Elisabeth, sceneggiando e co-colorando – questa volta su toni crepuscolari e tenebrosi, sorprendentemente gotici – i disegni della dotatissima, sensibile cremonese Anna Merli, un’altra ex-Accademia Disney. Di fatto, la sua tavolozza cromatica, sempre inventiva e acidula, nel frattempo ha fatto proseliti e lei viene considerata ormai una caposcuola internazionale nella colorazione della bande dessinée.

Alessandro Barbucci, dal canto suo, ha messo a frutto la propria rotonda formazione disneyana ibridandola dapprima con i modi del manga nipponico (Chosp per Soleil e Lord of Burger per Glénat) e poi, galeotto l’incontro con il prolifico sceneggiatore di gran successo Arleston – ovvero Christophe Pelinq (Ch-arleston), autore tra l’altro della serie super-best-seller Lanfeust de Troy – con le rodate caratteristiche del fumetto avventuroso/umoristico franco-belga. E qui lo volevamo. Con Arleston sta portando avanti da qualche anno una serie d’eccezione, di cui Bao ha tradotto i primi quattro episodi, in due volumi: Ekhö, mondo specchio, lettura di grande soddisfazione. Il genere del disegno, coloratissimo, spigliato, cartoonesco, garbatamente umoristico, di primo acchito farebbe sembrare questo fumetto un prodotto per ragazzi. Ma l’abito non fa il monaco; cominci a leggere e in breve ti ricredi.

La premessa è una forte turbolenza su un volo intercontinentale Parigi-New York che scaraventa, non si sa come, una giovinetta e un giovanotto in una sorta di dimensione parallela, dove la geografia terrestre è la medesima ma vigono molte altre differenze. Ad esempio l’elettricità è sconosciuta, i mezzi di trasporto si servono di animali fantastici – draghi per aeroplani, sauri per automobili, giganteschi millepiedi per treni metropolitani – e la casta dominante, i Preshaun, è composta da piccoli mammiferi pelosi, un po’ scoiattoli e un po’ gatti, colti e altezzosi. Ci si trova, insomma, in un ambiente sconcertante zeppo di sorprese, un po’ come nel film Animali fantastici e come trovarli, e un po’ anche come nella space-opera a fumetti Valérian et Laureline, di Christin e Mézières, che sta per arrivare al cinema nel prossimo kolossal fantascientifico di Luc Besson. In pratica, qui è indispensabile applicare fin da subito la sospensione dell’incredulità e abbandonarsi al sense of wonder, altrimenti non c’è storia.

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