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24 dicembre 2016

Dieci dritte per capire come andrà l’economia nel 2017

La nuova centralità della Russia. La fine del socialismo in America Latina. La rivincita dell’industria pesante e dei titoli a breve. Cosa guardare, e come, per capire i mercati

L'Alieno Gentile

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

 

Il panorama

L’origine della superstizione che assegna al numero 17 un segno di sventura è nell’antica Roma. Il numero 17, in numeri romani, si scrive XVII che è l’anagramma di vixi, ovvero «ho vissuto» cioè «sono morto». A questo antico costume si abbina la maledizione che in finanza affligge gli anni con il 7 e sembra non lasciare scampo: nel 1987 il crollo di Wall Street fu epico e fonte di ispirazione per film e romanzi; il 1997 fu l’anno in cui le finanze pubbliche russe iniziarono a scivolare verso un clamoroso fallimento; nel 2007 i mutui subprime hanno avviato la più grande crisi finanziaria globale dopo quella del ’29. Siamo alle soglie del 2017 e le aspettative per i mercati finanziari non sono esenti da preoccupazioni. Le incognite vanno dai risvolti geopolitici della presidenza Trump alle scadenze politiche in Europa, dalle oscillazioni del prezzo del petrolio alle politiche monetarie delle banche centrali. Tutto si rivela interconnesso e ogni sviluppo finirà per interagire con gli altri. Proviamo quindi a delineare qualche scenario plausibile.

 

Una politica fiscale espansiva

Il timore di eventi imprevisti è ben riflesso dalle performance che hanno avuto in passato gli asset “rifugio” – per esempio i titoli di Stato – ma anche dalle relativamente basse valutazioni espresse dai titoli europei e dei settori più ciclici – minerari, commodities, industriali – che scontano prospettive fosche e che quindi se dovessero dare delle sorprese le darebbero in positivo. Nel frattempo la politica fiscale espansiva si estenderà a macchia d’olio in tutto l’Occidente spingendo a una più diffusa crescita economica, e a una maggiore inflazione, due elementi che dovrebbero indurre a giudizi più uniformi del mercato sui diversi settori e le differenti aree geografiche.

 

Stop al populismo?

Con una sequenza di vittorie i movimenti anti-sistema hanno imposto un trend molto chiaro nel 2016, ma l’anno nuovo segnerà una svolta. Pur crescendo nei consensi, il Front National in Francia e Alternative für Deutschland in Germania non vinceranno le elezioni politiche nei loro Paesi, e lo stesso accadrà anche in Italia: dopo una travagliata lotta parlamentare il governo giungerà a una nuova legge elettorale che prevede rappresentanza proporzionale con un basso livello di sbarramento. Il Movimento 5 Stelle non potrà così catalizzare su di sé tutti i voti degli scontenti e fallirà l’obiettivo di vincere le elezioni politiche di ottobre-novembre 2017, il cui esito sarà un parlamento frammentato indirizzato all’ingovernabilità se non attraverso la definitiva riesumazione di dinamiche da Prima Repubblica.

 

La guerra tra Washington e la Fed

L’epicentro dei cambiamenti per l’economia e i mercati finanziari saranno ancora gli Stati Uniti, dove si consumerà una guerra fredda fra Washington e la Fed. Dopo gli anni di politiche accomodanti in appoggio alla Casa Bianca, la Fed diverrà più restrittiva: senza attendere i dati si farà guidare dal timore delle ricadute delle riforme del presidente Trump. Si consumerà così il mandato di Janet Yellen che verrà poi rimpiazzata nel febbraio 2018 da un uomo più disponibile ad assoggettare la politica monetaria alle esigenze della politica fiscale. La resistenza della Fed porterà nuova forza al dollaro nel 2017, e la forza del biglietto verde diverrà un volano per le esportazioni giapponesi e tedesche. Per i Paesi emergenti gli investitori dovranno imparare a essere selettivi, evitando gli Stati molto indebitati, perché il loro debito è per buona parte espresso in dollari. Ma c’è un’altra parte di Paesi emergenti che vivrà un 2017 positivo: gli esportatori di petrolio.

 

La forza crescente di Putin

Il dialogo costruttivo fra Usa e Russia, basato sulla lotta al terrorismo islamico, si suggellerà formalmente con un incontro ufficiale tra i due leader, ma il suo nucleo sarà la cancellazione delle sanzioni occidentali verso Mosca (verranno discusse già il 31 gennaio in Ue) e la riduzione dei finanziamenti allo shale oil americano: il prezzo del petrolio potrà così tornare tra i 60 e i 65 dollari al barile e la Russia potrà estendere la propria influenza verso l’Europa, che subirà una cocente delusione dagli Stati Uniti durante il summit Nato previsto per luglio. Osservando la performance di mercato delle aree geografiche del pianeta negli ultimi 5 anni, si nota come i mercati emergenti siano stati quelli meno performanti. Nello stesso periodo un confronto fra le performance dei vari settori industriali mostra come sia stato il settore energetico il più avaro di soddisfazioni per gli investitori. Ecco allora che la Russia, un grande Paese dei mercati emergenti, con un’economia fortemente incentrata sull’energia, sarà la scelta strategica della maggior parte degli investitori, spinti anche dalle attese di recupero del rublo, che fu duramente colpito dall’introduzione delle sanzioni e pertanto beneficerà della loro rimozione. Allo stesso modo, in Europa, il settore del lusso sorriderà ritrovando uno dei suoi clienti preferiti: gli oligarchi moscoviti e la loro cerchia di sodali.

 

L’incognita cinese

Le relazioni fra gli Usa e la Cina sono la vera incognita della presidenza Trump. L’inedito dialogo tra la Casa Bianca e Taiwan non è stato il migliore degli inizi. Se il nuovo presidente americano dovesse imporre dei dazi sui prodotti cinesi, il gigante asiatico risponderebbe svalutando la propria moneta per compensare le tariffe e continuare a esportare negli Usa. L’impatto si farebbe sentire in modo traumatico sulle altre valute asiatiche, ma anche sui mercati finanziari internazionali, come accadde nell’estate del 2015. Se si arrivasse a discutere la presenza della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto, World Trade Organization) allora il mondo sarebbe sottoposto a un vero terremoto, basta dare un’occhiata a com’erano diverse le bilance commerciali mondiali prima che Pechino si sedesse al tavolo da gioco del commercio globale. Il Congresso del Partito comunista cinese di ottobre-novembre potrebbe dare dei segnali cruciali.

 

La possibile rivincita dell’industria

In generale, per gli sviluppi dell’economia mondiale, bisognerà vedere fin dove si spingerà la voglia di limitare la globalizzazione. Il processo potrebbe innescare una enorme rotazione dei portafogli finanziari: le attività che proliferavano nel mercato globale e interconnesso – i servizi, le aziende digitali – potrebbero veder rallentate le loro prospettive di crescita, pagando lo scotto di valutazioni generose che al momento scontano proiezioni molto ottimiste sul loro futuro. Al contrario le imprese che sono già in grado di fornire utili consistenti – l’industria, il manifatturiero – e che hanno imparato a competere in un mercato globale, potrebbero ritrovarsi improvvisamente più protette, se non addirittura protagoniste in un mercato più locale, con un ruolo da oligopoliste o monopoliste.

 

La fine del socialismo in Sudamerica

L’India sta sperimentando le ardue strade della lotta al contante e al mercato nero, il contrasto all’accumulo di proventi illeciti è arrivato a colpire le contrattazioni di oro fisico. È possibile che questo porti nuova linfa all’utilizzo delle criptomonete come il Bitcoin, sebbene la loro funzione di custodi di valore sia molto discutibile. La cancellazione del denaro contante è un evento che evoca le vicende di un altro Paese: il Venezuela. Il regime socialista di Maduro sembra agli sgoccioli, con una popolazione esausta, piegata dalla fame e da un’inflazione totalmente fuori controllo. La rimozione del governo in Venezuela seguirà quella di Cristina Kirchner in Argentina, sostituita dal presidente liberista Macri, e quella di Dilma Rousseff in Brasile, il cui posto è stato preso dal centrista Temer. Un intero continente svolta in pochi mesi da governi a guida socialista a governi orientati a privatizzare, liberalizzare e favorire le riforme orientate al libero mercato. Per gli investitori, investire in Sud America potrebbe rivelarsi un’esperienza simile a quella che sperimentarono nell’est Europa nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino e dei regimi filo-sovietici.

 

L’anno dell’inflazione

Le obbligazioni saranno, in ogni caso, una delle principali insidie da cui bisognerà guardarsi: sembra fin troppo chiaro che, in conseguenza degli attesi aumenti dei tassi negli Stati Uniti, sia meglio puntare su titoli a tasso variabile o su titoli con durate brevi, preferendo cercare un rendimento extra con il rischio credito, ovvero titoli con un rating un po’ più basso, invece che col rischio duration. Una quota dei portafogli, però, si orienterà sui titoli inflation linked perché l’inflazione è il comune denominatore di tante proposte politiche: dall’espansione della spesa alla fiscalità espansiva fino alle limitazioni al libero scambio; inoltre l’inflazione è un fattore che tutti vogliono e che nessuno intende contrastare. Ecco perché non bisognerà soltanto badare al tasso nominale di una obbligazione, ma anche al suo rendimento reale.Di pari passo l’attenzione crescente che il mercato ha riservato per le azioni ad alto dividendo negli ultimi anni si affievolirà: man mano che i rendimenti nominali dei titoli di Stato e delle obbligazioni in generale si allontaneranno dallo zero, l’attrattiva dei dividendi diventerà relativamente meno seducente.

 

La conseguenze della Brexit

Il 2017 sarà anche l’anno in cui il Regno Unito procederà all’attivazione dell’articolo 50 per avviare le trattative di uscita dall’Unione europea. Gli inglesi inizieranno a tastare con mano gli effetti concreti di una situazione in fase di sviluppo: il tasso di disoccupazione resterà per almeno un triennio di 1% superiore al valore raggiunto nel 2016, la dinamica dei prezzi colpirà il tenore di vita della classe media, mentre il risparmio nelle casse pubbliche sarà irrisorio. Buona parte dei contributi destinati alla Ue andranno girati alle imprese estere come incentivo a mantenere i propri stabilimenti nel Regno, sul modello di quanto già ottenuto da Nissan. Il governo inglese verrà messo alla prova del malcontento popolare e si potrebbe arrivare a elezioni anticipate. Per quanto Donald Trump sia stato prodigo di promesse, nell’anno che verrà non sarà tre volte Natale, né festa tutto il giorno, tuttavia è lecito attendersi qualche sorpresa positiva, alla ricerca di quegli spiragli di luce che questo 2017, tra problemi reali e ricorrenze scaramantiche, sembra voler negare. E, in fondo, l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…

 

[Foto in apertura di Daniel Gillet / Redux / Contrasto]

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