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22 dicembre 2016

Cittadini, dovete soffrire: così governa Narendra Modi l’induista

Eletto premier grazie a un mix di promesse di crescita e nazionalismo. Predica il ritorno a una mitica età dell’oro dell’India. E non ammette alcun dissenso

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

All’epoca del suo insediamento nel 2014, il Financial Times e il Wall Street Journal lo salutarono come l’uomo che avrebbe finalmente modernizzato l’India attraverso un rivoluzionario programma di riforme. Dimenticarono di sottolineare che quando Narendra Modi era governatore dello Stato nordoccidentale del Gujarat più di mille persone erano morte durante scontri interreligiosi e che già allora si era distinto per il suo temperamento autocratico. Una caratteristica, questa, messa in rilievo all’epoca anche da un rapporto ufficiale del Congresso degli Stati Uniti, dove era possibile leggere che «il nuovo premier indiano è noto per essere un amministratore caparbio ed efficace, sebbene autocratico». La guida della terza economia asiatica deve aver contribuito a sviluppare questo aspetto della sua personalità.

L’8 novembre scorso, alle 20:00 locali, Modi ha annunciato in diretta tv la decisione di ritirare l’86 per cento della carta moneta in circolazione: dalle 24:00 dello stesso giorno le banconote da 500 e mille rupie erano da considerarsi fuori corso. Ovviamente, si è scatenato il panico. In pochi giorni è stato chiaro a tutti che la misura, presentata alla nazione come l’arma che avrebbe sconfitto corruzione e evasione fiscale e che avrebbe traghettato il Paese verso una società senza contanti, avrebbe solo messo in ginocchio i ceti più poveri. In India solo la metà degli adulti ha un conto in banca, figuriamoci se sono in possesso di una carta di credito per fare transazioni. «Solo un governo autoritario può causare tanta infelicità nel popolo così tranquillamente», ha scritto il Nobel per l’economia Amartya Sen.

Eppure Narendra Modi è convinto di essere nel giusto, anzi. In modo baldanzoso ha annunciato ai suoi concittadini che avrebbero dovuto penare per almeno cinquanta giorni. Poi è partito per il Giappone da dove ha di nuovo invitato gli indiani a imitare lo spirito di abnegazione giapponese di fronte agli interessi nazionali. Gli ideologi dell’ultra nazionalismo induista lo teorizzavano già il secolo scorso: la sofferenza è un passaggio necessario per la creazione di una comunità spirituale che abbia una nuova etica e un nuovo senso di coesione. Il nemico interno è già stato individuato. In questi due anni sono cresciuti gli attacchi di gruppi organizzati verso musulmani e dalit, gli ultimi nella gerarchia delle caste. Il motivo è la loro scelta di nutrirsi di carne di mucca, animale sacro dell’induismo. Nessuna condanna ufficiale, anzi. Sempre più Stati hanno rispolverato vecchie leggi che ne vietavano la macellazione e il consumo.

Attacchi più o meno organizzati e impuniti si sono concentrati anche su intellettuali, ricercatori ed editori, silenziati perché ferivano i «sentimenti religiosi» degli induisti. Manifestazioni studentesche che denunciavano il pericolo a cui andava incontro la libertà di espressione sono state etichettate come «attività contrarie agli interessi nazionali» e i leader delle proteste sono stati portati in tribunale con l’accusa di sedizione. «In un’epoca vuota, abbiamo riempito il vuoto», disse il premier indiano ai suoi sostenitori dopo la schiacciante vittoria elettorale del 2014. Sempre elegante, si dice che il 66enne Modi si cambi almeno cinque volte al giorno e che non indossi mai lo stesso vestito due volte. È il primo premier a essere nato dopo la Repubblica indiana. Cresciuto nelle fila della gioventù nazionalista induista è l’essenza stessa dell’Indian Dream: da venditore di tè alla guida della democrazia più popolosa del mondo.

Sicuramente è il politico indiano più attivo sui social media. Ha persino una app personale dove diffonde i risultati del governo e dove, registrandosi, si può partecipare alle discussioni e ai sondaggi sul suo operato. Come tutti i nazionalisti, Modi rimpiange una non meglio definita epoca in cui il subcontinente fioriva sotto un’unica religione, quella dei «nostri antenati», «prima dell’invasione musulmana e di quella inglese». Nessun ragionamento su come l’India di allora fosse frammentata in regni, dilaniata dalle divisioni in caste e oppressa dalla povertà. Il suo slogan sarebbe potuto essere: «Make India Great Again». Il premier indiano ha convinto le masse con un misto di amor patrio e crescita economica a tutti i costi e ha trasformato una delle più antiche religioni del mondo nella sua personale forza politica propulsiva. È induista come l’80 per cento degli indiani.

Il suo partito controlla la metà dei seggi parlamentari e, insieme agli alleati, arriva ai due terzi. I suoi sostenitori si sentono forti, manifestano con fierezza che «nessuno ha il diritto di parlare male del Paese». Il suo governo ha rispolverato il meglio della tradizione: la medicina ayurvedica, lo yoga, il sanscrito. Si è arrivati a teorizzare che l’India sia stata pioniera addirittura nella chirurgia plastica. La dimostrazione? Una qualsiasi statua di Ganesh, la divinità più popolare dell’induismo, quello a cui ci si rivolge per superare gli ostacoli. Le prime rappresentazioni della dio con la testa di elefante risalgono al VI secolo: i chirurghi indiani di allora sì che la sapevano lunga! È questa l’India che il premier presenta all’estero. Una delle prime civiltà del mondo che vuole riconquistarsi il suo posto tra le grandi potenze.

[Foto in apertura di Ajay Verma / Reuters / Contrasto]

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