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22 dicembre 2016

2017, l’anno degli autocrati

Putin, Erdogan, Trump... Nel mondo emergono leader autoritari nemici dell'Europa. Dove, intanto, crescono i movimenti populisti

Enrico Pedemonte

Dal numero di pagina99 in edicola il 23 dicembre 2016

Non è un anno qualunque quello che sta per cominciare. Nel corso del 2017 sono previste elezioni in diversi Paesi europei – Olanda, Francia, Germania – dove pericolosi movimenti populisti stanno moltiplicando i loro consensi. Non sono appuntamenti di routine in un’Unione europea sempre più debole e litigiosa, che fatica a risollevarsi dal trauma della Brexit e dove già due Paesi, Polonia e Ungheria, sono governati da leader dai tratti sempre più autoritari e antieuropei. Queste elezioni si svolgeranno in un contesto internazionale dove si moltiplicano gli uomini forti, figure autoritarie che stanno modificando in modo aggressivo gli equilibri che si erano creati 25 anni fa con la fine della guerra fredda.

Uomini come Xi Jinping in Cina, Vladimir Putin in Russia, Narendra Modi in India, Recep Tayyip Erdogan in Turchia, ora Donald Trump negli Stati Uniti. Se si eccettua il caso cinese, stiamo parlando di democrazie parlamentari in cui il popolo si affida a un uomo forte consentendogli di trasformare l’istituzione in una democrazia autoritaria. E questo, come vedremo, è destinato ad avere un impatto significativo anche nel nostro continente. Siamo entrati nell’era degli autocrati che spesso fondano il proprio potere alimentando un nazionalismo basato sulle tradizioni culturali e la religione.

Putin si presenta come il campione della Chiesa ortodossa. Modi del nazionalismo indù. Xi sottolinea il ruolo del confucianesimo come struttura portante della cultura cinese in contrapposizione a quella occidentale. Erdogan impersona il leader dell’Islam che vuole ricostruire i fasti dell’Impero Ottomano. Quando cadde il muro di Berlino Francis Fukuyama scrisse che la storia era finita e la democrazia liberale aveva vinto. Mai previsione fu più sbagliata. Ci vorrà tempo per capire le ragioni profonde di questi sviluppi inaspettati. Ma gli analisti sembrano concordi nel puntare il dito sugli effetti distorsivi della globalizzazione. I popoli si affidano a leader autoritari per rialzare i muri degli Stati-nazione e limitare la libera circolazione dei capitali che rischia di minare alle basi la sovranità monetaria e fiscale.

Si rifugiano nelle proprie tradizioni culturali per respingere flussi crescenti di uomini che attraversano le frontiere. Tornano alle tradizioni religiose – spesso alimentando fanatismi – per combattere idee trasportate dalla rete che sta internazionalizzando le mode e produce reazioni locali di rigetto. All’inizio di questo millennio molti prevedevano che i confini nazionali sarebbero presto diventati irrilevanti, e invece i muri tornano a crescere per difendere identità culturali che si rafforzano invece di diluirsi. In ogni Paese queste reazioni di rigetto al globalismo avviene con modalità diverse, ma il nazionalismo economico è sempre il motore centrale al centro della politica. Negli Stati Uniti Trump ha vinto promettendo di bloccare la fuga di posti di lavoro verso la Cina.

In Russia Putin ha fatto leva sul sentimento nazionale per privatizzare il ricco settore petrolifero. In India Modi ha fatto lo stesso per evitare di privatizzare parte del settore pubblico. Questo scenario non è puramente accademico, ma ha un impatto drammatico sul futuro dell’Europa. Almeno due dei leader citati si mostrano particolarmente interessati a dare una mano allo sgretolamento dell’Unione. Fino a ieri, una regola non scritta dell’etichetta che governava i rapporti tra le nazioni prevedeva la non ingerenza negli affari altrui. I nuovi autocrati sembrano ignorare le vecchie norme. Il partito di Putin, Russia Unita, intrattiene rapporti con tutti i movimenti populisti europei e ha appena stretto un accordo di collaborazione con il Partito della Libertà dell’estrema destra austriaca, fondato negli anni Cinquanta da ex nazisti. Questa alleanza non è un’eccezione.

Pure con il Movimento Cinque Stelle italiano Russia Unita ha contatti sempre più stretti. Con il partito di Marine Le Pen l’alleanza ha fatto un passo più in là. L’anno scorso una banca di Mosca ha prestato 11 milioni di dollari al Front National, un prestito ben ripagato dall’appoggio fornito dalla leader francese alla politica filorussa (e non a caso nel 2017 la testata televisiva e filogovernativa Russia Today aprirà il suo canale in lingua francese). Mosca vuole la fine delle sanzioni e mano libera in Ucraina e in Crimea. E per raggiungere il suo scopo, nella sua politica imperiale di espansione a ovest, punta a incrinare l’integrità dell’Unione europea. Per realizzare il suo progetto politico aveva bisogno di un amico alla Casa Bianca. E per ottenerlo probabilmente ha dato una mano a sporcare il nome di Hillary Clinton violando i computer del partito democratico durante la campagna elettorale.

Trump, ancor prima di mettere piede alla Casa Bianca, sta adottando la stessa strategia dell’amico Putin. Un mese fa ha auspicato la nomina di Nigel Farage – il leader dell’Ukip che ha guidato il fronte della Brexit – ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti: «Farebbe un grande lavoro», ha detto. Non era solo una battuta. Il generale Michael Flynn, indicato da Trump come futuro consigliere per la sicurezza nazionale (un ruolo chiave alla Casa Bianca), alcune settimane fa ha incontrato il leader del Partito della Libertà austriaco, Heinz-Christian Strache, negli uffici della Trump Tower, a New York. Si tratta di una pubblica dichiarazione d’appoggio a favore di un partito antieuropeo di estrema destra.

Il principale consigliere di Trump, appena nominato chief strategist della futura Casa Bianca, è Steve Bannon, che ha gestito la campagna elettorale del magnate ed è stato l’ideatore e il fondatore di Breitbart.com, il sito produttore di fake news che ha profondamente condizionato la campagna elettorale americana. Anche questa nomina ha un impatto diretto sull’Europa perché Breitbart.com, dopo avere lanciato l’edizione britannica, ha deciso di aprire i suoi uffici anche a Parigi e a Berlino. Proprio nell’anno in cui le elezioni potrebbero portare al governo partiti antieuropei. Nell’era degli autocrati, l’Europa delle democrazie è giudicata un fastidio da mandare a gambe all’aria.

[Foto in apertura di Mark Kauzlarich / Reuters / Contrasto]

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