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20 dicembre 2016

Manuel Valls, la sinistra francese che piace alla destra

Già rocardiano contro Mitterand, l’ex premier è il più socialdemocratico dei socialisti. Dovrà unire la gauche facendo dimenticare la legge sul lavoro

Leonardo Martinelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 dicembre 2016

Per mesi François Hollande, il più impopolare presidente della Quinta repubblica, ha esitato: ripresentarsi o meno alle elezioni, nel maggio 2017? Accantonata questa possibilità (ha saggiamente rinunciato), la gauche recupera qualche speranza di poterla spuntare. Sì, la destra resta la superfavorita, in un duello finale previsto contro Marine Le Pen, ma i rapporti di forza sono tali che tutto si giocherà al primo turno su percentuali relativamente basse: anche il candidato della sinistra ce la potrebbe fare. Le primarie dei socialisti, per scegliere il loro rappresentante, sono previste a fine gennaio. E Manuel Valls da pochi giorni ha abbandonato il suo posto da premier per lanciarsi nella campagna elettorale.

Può il rigido, duro, intransigente Manuel «riunire la sinistra», come ripete a ogni meeting? O, come recita uno dei suoi slogan, «far vincere tutto quello che ci unisce»? Ecco, passiamo il personaggio ai raggi infrarossi. Perché il suo passato può spiegare anche le sue chance nel presente. Francese per caso – «Amo profondamente questo Paese, perché io, naturalizzato, sono diventato primo ministro». Lo ricorda appena può Valls, che è figlio di stranieri, accolto dalla Francia. Non è un elemento secondario della sua personalità: lui può diventare molto patriottico, essere «più realista del re», come sussurrano certe voci critiche a sinistra. Il padre, Xavier Valls, morto nel 2006, era un pittore catalano, che andò a vivere alla fine degli anni Cinquanta a Parigi con Luisangela Galfetti, conosciuta in Italia (ma è in realtà una ticinese, di una famiglia di avventurieri giramondo).

Xavier proveniva da una stirpe di intellettuali e banchieri, pura borghesia catalana non franchista, ma neanche perseguitata. Era un cattolico praticante, segnato dai brutti ricordi della guerra civile. I Valls vivevano nel quartiere (allora bohémien) del Marais, in un appartamento dove tutto ruotava intorno al padre, che dipingeva nel salotto. Tra i più assidui frequentatori di casa Valls, il filosofo Vladimir Jankélévitch, autore di uno dei testi più belli sulla Shoah (L’imprescriptible), che paragonava le tele di Xavier a quelle di Vermeer («la stessa calma misteriosa»). Manuel al padre dava del lei e lo chiamava “Monsieur”. Luisangela Galfetti, esile, discreta e carismatica, ancora oggi molto presente accanto al figlio, ha ammesso che «uno dei maggiori rimpianti di Manuel è che il padre non abbia visto dove è arrivato, perché potesse ammirarlo, come lui ha ammirato Xavier».

Manuel nacque il 13 agosto 1962, durante una vacanza della famiglia a Barcellona. Per questo non acquisì subito la nazionalità francese: è stato naturalizzato nel 1982. La serenità dei Valls è stata messa a dura prova dal dramma della sorella minore di Manuel, Giovanna, per anni in preda all’eroina. E che ne è uscita grazie anche al sostegno del fratello. Un rocardiano doc, Valls entrò nella gioventù socialista ad appena 17 anni. Di lì a poco la gauche sarebbe ritornata al potere, con François Mitterrand, eletto presidente nel 1981. Ma da subito Manuel scelse la strada più difficile: si posizionò accanto a Michel Rocard, rivale di Mitterrand, e propugnatore di una “seconda sinistra”: socialdemocratica, moderna e riformista. L’uomo politico lo prese subito sotto la sua protezione.

Come indicato dal centrista François Bayrou, che potrebbe rivelarsi in queste settimane un alleato importante per il candidato alle primarie della sinistra, «Valls è da sempre il più socialdemocratico dei socialisti francesi, perché tiene in conto esigenze che gli altri hanno sempre trascurato: quelle del libero mercato e il bisogno d’ordine nel Paese». Va detto che Rocard non era solo questo, ma pure l’aspirazione a una giustizia sociale nel rispetto dei conti pubblici (fu lui, da premier, a creare il reddito minimo garantito). Ritorniamo a Manuel: da subito “malato” di politica, ci si buttò giovanissimo e nella sua vita ha fatto solo quello. Non è il prodotto (come tanti colleghi in politica) delle classiche “grandes écoles”. Lui si laureò in storia alla Sorbona. In quei primi anni Ottanta il campus di Tolbiac era un “fortino” dell’estrema sinistra.

La divisa era il giaccone di pelle nera, che Valls mai indossò. E neppure i suoi due amici inseparabili nella facoltà, Alain Bauer e Stéphane Fouks, rocardiani doc e visceralmente anti-comunisti, proprio come Manuel. Sono ancora i due migliori amici di Valls, al suo fianco in questa campagna. Bauer, criminologo riconosciuto, è stato gran maestro del Grand Orient de France, loggia massonica di sinistra, di cui ha fatto parte Valls (da lì viene in parte il suo laicismo puro e duro). Ci è rimasto dal 1989 fino al 2005, quando se ne andò «perché non avevo più tempo per dedicarmici» (un’affiliazione senza vergogna, né rimpianti). Fouks, invece, è diventato un pubblicitario influente, oggi vicepresidente di Havas, nella galassia di Vincent Bolloré. Iconoclasta della gauche – una delle esperienze più importanti per Valls è stata quella da sindaco di Évry, sobborgo popolare di Parigi, dal 2001 al 2012.

Lì ha sperimentato le sue idee, come la necessità di ristabilire l’ordine: in particolare nei quartieri più poveri, per migliorare la qualità della vita delle famiglie che ci vivono. Erano tempi in cui questo tipo di discorso (e misure quali raddoppiare il numero di agenti municipali e distribuire telecamere ovunque) nella gauche costituiva un vero tabù. Oggi l’immagine di Évry, non più pericolosa come nel passato, è obiettivamente migliorata e lì lui è una sorta di eroe. Valls è stato anche uno dei primi a contestare il regime delle 35 ore settimanali di lavoro, introdotto proprio dalla gauche alla fine degli anni Novanta (considerato da tanti una zavorra per le aziende). Come premier è andato al di là, promuovendo quella legge di riforma del mercato del lavoro che nei primi mesi dell’anno è stata aspramente contestata, poi approvata (ma svuotata di tante novità previste inizialmente).

Poco prima aveva tentato con Hollande di far passare la decadenza della nazionalità per i jihadisti, una misura che ha spaccato la sinistra e il cui ricordo oggi, in piene primarie socialiste, non l’aiuta. Nel filone laico, va ricordato che già nel 2010, quando la destra di Nicolas Sarkozy propose il divieto del burqa, fu uno dei pochi deputati socialisti a votare a favore della legge, che oggi è accettata da tutti i suoi colleghi di partito. Pure in politica estera, rispetto alla tradizione filo-araba della sinistra francese, lui gioca da solo, assumendo posizioni pro-Israele. Fa sempre di testa sua: dice di combattere la demagogia, mette avanti la propria coerenza (in periferia ci andò anche a vivere, con la famiglia al seguito). Ma la sua allergia ai compromessi gli ha creato diverse inimicizie all’interno del Partito socialista e una buona dose di diffidenza nell’elettorato, dove forse ci si dimentica troppo spesso che nel suo progetto ci sono anche tanti spunti interessanti in arrivo dal Nord Europa, flexicurity compresa.

Manuel è incapace a «vendersi». Manca di empatia. «È bello – ama ripetere la giornalista Catherine Nay -, ma non emana alcuna sensualità». Un personaggio simile può davvero “riconciliare” la sinistra? Veniamo all’oggi. E alle possibilità che ha di vincere. Innanzitutto, alle primarie socialiste. Secondo l’ultima inchiesta Ifop di inizio dicembre (da prendere con le molle, ormai come tutti i sondaggi su future consultazioni), Valls conquisterebbe al primo turno il 45% dei consensi contro il 25% per Arnaud Montebourg e il 14% per Benoît Hamon, entrambi esponenti dell’ala di sinistra del Ps. Ma, al ballottaggio, ci sarebbe un testa a testa serrato fra Valls e Montebourg (rispettivamente il 51 e il 49%). Valls, troppo a destra per una parte dei simpatizzanti socialisti, potrebbe scontare certe sue intransigenze. Passiamo alle presidenziali. Per il momento i sondaggi danno la Le Pen (24%) e François Fillon (27,5%), candidato già designato dalle primarie del centro-destra, come vincitori del primo turno.

A seguire si piazzerebbero Emmanuel Macron (13,5%), alla guida del suo nuovo movimento En Marche! e poi Jean-Luc Mélenchon, candidato dell’estrema sinistra, e Valls (rispettivamente con il 12,5 e il 10%). Insomma, per il momento sembra dura davvero per Manuel. Ma la presenza di più candidati “papabili” e l’esistenza di un elettorato ormai ondeggiante in Francia fra destra e sinistra (numerosi gli astensionisti), fa sì che la partita sia completamente aperta.

Il fatto che a rappresentare la destra ci sia uno come Fillon, con un’offerta decisamente conservatrice, rispetto a Alain Juppé, più aperto al centro e perfino alla gauche, è un vantaggio per Valls, che può catturare consensi in quel “limbo” interposto fra destra e sinistra (sebbene lì si ritrovi fra i piedi Macron). Soprattutto il “matador” (lo chiamano così, per le sue origini e per i completi indossati, sempre attillatissimi) deve far dimenticare i suoi colpi di testa. Diventare davvero «il candidato della conciliazione e della riconciliazione», come oggi si definisce. Recuperare la fiducia della sinistra, prima di tutto.

[Fotografia in apertura di Gilles Rolle / REA / Contrasto]

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